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DOPO MODENA

L'islam di provincia. Serbatoio di nuove violenze e disagio sociale

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L'attentatore di Modena non è nato dal nulla. Qualunque sia il suo movente, è il prodotto di un tessuto sociale ed economico profondamente cambiato a causa dell'immigrazione. 

Libertà religiosa 22_05_2026
Eid el Fitr (La Presse)

Il concetto di decivilizzazione, evocato persino da Emmanuel Macron per descrivere il collasso delle norme di convivenza, ha smesso da tempo di essere un’astrazione accademica. In Europa, nell’ultimo decennio, le dinamiche incrociate di terrorismo e immigrazione hanno ridisegnato la quotidianità attraverso armi improvvisate. L’attentato di Modena s’inserisce esattamente in tale panorama, e rappresenta la scintilla di una polveriera pericolosissima che ha ormai insidiato l’intera provincia italiana, specialmente quella settentrionale.

Il profilo dell’attentatore Salim El Koudri, giovane di seconda generazione marocchina, incarna la figura del reietto segnato da fallimenti personali; un soggetto che attinge alle narrazioni islamiste senza necessariamente aderirvi in modo ortodosso, ma nutrendosi di un immaginario diffuso, di un senso di alienazione e di una rigida contrapposizione identitaria. «Vivo in un Paese di razzisti», ripeteva, esplicitando quel rancore che trasforma il perimetro sociale in un campo di battaglia.

Eppure, El Koudri è solo l’epifenomeno di una mutazione molto più profonda e strutturale. Nel cuore del Nord Italia, tra Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, in mezzo al vuoto demografico e sociale si è progressivamente insediata la comunità islamica. E nell’ultimo ventennio ha prodotto la nascita di un radicato islam di provincia che oggi costituisce il nucleo più denso e significativo dei circa 2,5 milioni di musulmani stimati in Italia. Nei medi e piccoli centri industriali, la quota di residenti di fede islamica ha superato la soglia critica del 15-20% della popolazione: sono proprio gli storici borghi della provincia i laboratori più complessi dell’incontro tra islam e cristianità. 

Laddove le botteghe storiche italiane abbassano le serrande per i pensionamenti o per la crisi della grande distribuzione, subentrano macellerie halal, kebab, phone center, barbieri, money transfer e ristoranti etnici. Si genera così una separazione di fatto, un progressivo abbandono dovuto a una percezione di insicurezza, tra risse e degrado, che rende interi quartieri a predominio islamico e di fatto inaccessibili ai residenti, costretti a rifugiarsi nei pochi locali di riferimento rimasti. Nei pressi della moschea abusiva di via Padova a Milano, le telecamere di Mario Giordano hanno raccolto lo sfogo anonimo di una residente minacciata di morte solo per essersi affacciata al balcone.

Nelle grandi città questa avanzata si traduce in un monopolio della distribuzione di vicinato, guidato dalla comunità bengalese. Boom nato dalla liberalizzazione degli orari del decreto “Salva Italia” di Monti che ha finito per spalancare le porte a una proliferazione selvaggia.

A Roma e Milano i loro minimarket dominano il settore, aperti sette giorni su sette fino a mezzanotte. Oggi, secondo i dati di Confesercenti, gli imprenditori di origine bengalese controllano oltre il 23% dei minimarket in Italia. Offrono di tutto, dai prodotti freschi alla cura della persona, fino ai fiori ma soprattutto alcolici a buon mercato, con birre a meno di un euro. Sono veri e propri colossi commerciali di quartiere capaci di generare decine di milioni di euro di profitti l’anno, occupando sistematicamente le zone abbandonate dal commercio tradizionale, tanto che non esiste ormai provincia italiana senza almeno un negozio bangla.

Pur nel mistero sulle ingenti liquidità sotterranee usate dagli imprenditori stranieri per rilevare le attività italiane in crisi, la mappa di questo impero commerciale resta chiarissima. Il quartiere romano di Tor Pignattara ospita la più grande enclave bangladese d’Europa: una comunità giovanissima, composta per due terzi da uomini, con un tasso di inattività femminile altissimo, e rigidamente impermeabile all’integrazione, con matrimoni misti vicini allo zero. Oltre alla Capitale, questa rete è fortemente radicata nel Nord Italia, in particolare in Lombardia (15% dei residenti regolari) e in Veneto (12%).

L’islam di provincia ha colonizzato anche il vero laboratorio del futuro: la scuola italiana. Gli studenti di fede musulmana nei nostri istituti nel 1997/1998 erano 70mila, oggi sono in 950mila a popolare una scuola italiana che, nel frattempo, capitola sui programmi esentando gli alunni da Dante, cancella la musica e la carne di maiale dalle mense, chiude per il Ramadan e porta i bambini in gita in moschea. La crescente presenza di studenti musulmani vede, inoltre, i genitori dei bambini lombardi, veneti, emiliani, piemontesi fare di tutto per iscriverli negli istituti privati cattolici: «così i marocchini non vengono».

I dati Istat certificano poi che il 75% dei ragazzi nati all’estero non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche e il 67,6% fallisce in quelle numeriche. E dietro questa massa si nasconde anche un profondo divario formativo, con una dispersione scolastica straniera che si attesta al 26,2%.

La faglia più drammatica dell’abbandono scolastico consuma il destino delle adolescenti islamiche. Con il primo ciclo mestruale, le ragazze spariscono dai banchi: i dati Miur raccontano di un confinamento che produce un esercito di Neet (giovani che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro) che fagocita l’80% delle ragazze bangladesi, il 70% delle pakistane e il 67,8% delle marocchine. Molte ragazzine — in particolare marocchine — vengono rispedite dai nonni nei Paesi d’origine per essere ricondotte all’ortodossia islamica. Il ritorno in Italia avviene anni dopo in regime di ricongiungimento familiare, quando sono ormai donne già sposate in tenerissima età.

Tale metamorfosi silenziosa, che muove i fili della demografia e riscrive i codici della scuola e del commercio, ha ormai trovato la sua naturale valvola di sfogo nelle urne. Non si tratta di un fenomeno di facciata, ma del segnale inequivocabile che essendo ormai forte la comunità islamica può imporre dal basso le sue istanze.

E, allora, la domanda che resta è: in questo panorama profondamente frammentato e squilibrato, quanti El Koudri potenziali ci sono?