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IMMIGRAZIONE

L'importante è fermare i flussi di emigranti. L'Ue non l'ha capito

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La presidente della Commissione Ue, in visita a Lampedusa, ammette che sia una sfida, cosa che l'Ue avrebbe dovuto realizzare fin dal 2015. Annuncia un programma in 10 punti. Ma sarà sufficiente? Il punto è fermare i flussi alla partenza, non redistribuire quelli in arrivo.

Politica 18_09_2023
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni

La mattina del 17 settembre, come annunciato, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si sono recate a Lampedusa dove hanno visitato l’hotspot, il centro di prima accoglienza degli emigranti irregolari, senza incontrare nessuno, cosa per cui gli emigranti hanno poi organizzato una protesta, e il molo Favaloro, punto di approdo delle imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo partendo dalle coste africane. Poi si sono recate all’aeroporto dell’isola dove hanno tenuto una conferenza stampa.  

Prendendo la parola, il primo ministro Meloni ha detto: “la presidente von der Leyen ha subito accolto l'invito a venire a Lampedusa. Ma io non considero questo un gesto di solidarietà dell'Ue, ma un gesto di responsabilità del'Ue verso se stessa, perché questi sono i confini dell'Italia, ma anche dell'Europa. Siamo di fronte a una portata tale di flussi che se non lavoriamo insieme sul contrasto dei migranti irregolari i numeri travolgeranno prima gli Stati frontiera e poi tutti gli altri. Qui è in gioco il futuro dell’Europa e dipende dalla capacità dell’Europa di affrontare grandi sfide. L’immigrazione illegale è una di queste sfide epocali”.

“Per me è molto importante essere qui oggi – ha risposto von del Leyen – quella dell’immigrazione illegale è una sfida europea che richiede una risposta europea. Saremo noi a decidere chi arriva in Europa e non i trafficanti”.

Le sue sono parole che avrebbero dovuto essere pronunciate, e soprattutto avrebbero dovuto e potuto tradursi in iniziative concrete, fin dal 2015 quando gli emigranti illegali diretti in Europa attraverso il Mediterraneo hanno incominciato a essere centinaia di migliaia. Invece non soltanto l’Unione Europea finora si è dimostrata incapace di decidere una politica comune e di formulare progetti e piani unitari, ma non ha neanche avuto il coraggio e la determinazione di contrastare le ideologie immigrazioniste, dei “porti aperti”, che hanno incoraggiato tante persone a emigrare illegalmente legittimandone i progetti e le aspirazioni.  

Quindi von del Leyen ha annunciato di avere già un suo piano in dieci punti “per aiutare l’Italia ad affrontare la crisi migratoria”. A una prima lettura, l’impressione è che molto resti da fare a livello europeo se si vogliono ottenere dei risultati. Cinque punti sono realizzabili perché si tratta di aiuti all’Italia da parte dell’Agenzia UE per l’asilo, dell’Agenzia europea per i rifugiati e di altri organismi UE per svolgere le pratiche di registrazione e di concessione di asilo, per portare gli emigranti fuori da Lampedusa e per distruggere barche e barchini. Ma non intervengono sui flussi, solo ne facilitano la gestione da parte dell’Italia (anche Spagna e Grecia ne avrebbero bisogno, benché quest’anno gli arrivi siano molti di meno).

Due iniziative di importanza cruciale – altri due punti del programma – sono il rimpatrio di chi non ha diritto di asilo e la lotta alle organizzazioni criminali che gestiscono i viaggi illegali. Ma per la loro realizzazione, spiega giustamente von der Leyen,  c’è bisogno di rivolgersi e di contare sui paesi di origine e di transito. Solo che allo stato attuale è difficile dire quali paesi, esclusa la Tunisia per cui l’immigrazione africana è un serio problema, saranno disposti a collaborare. Se l’emigrazione illegale di qualche migliaio di ragazzi all’anno li mettesse in difficoltà, avrebbero i mezzi per contrastarla senza bisogno di aiuto. Per funzionare inoltre dovrebbe coinvolgere anche i paesi d’origine asiatici da cui provengono circa il 30% degli emigranti. Ostacolo non ultimo e non di poco conto è il fatto che diversi paesi africani ormai sono fuori portata: perché sono in mano a giunte militari, perché sono impegnati in conflitti interni, perché hanno scelto Cina e Russia come partner economici e militari. Il piano include anche l’attivazione di vie legali di immigrazione, ma esistono già, la maggior parte degli emigranti ne usufruiscono e spetta ai singoli stati gestirle, e corridoi umanitari per i profughi, e questi sono sostanzialmente superflui perché alla riallocazione in paesi terzi dei rifugiati, dopo che nel primo paese straniero in cui mettono piede sono presi in carico dalle autorità locali o dall’Unhcr, provvede l’Unhcr stesso al quale semmai si deve chiedere di migliorare le proprie prestazioni.

Bene ha fatto il premier Meloni a sottolineare che la visita del presidente della Commissione Europea è un gesto non di solidarietà, ma di responsabilità. A proposito del piano europeo, ottimo il suo commento: “continuo a dire che di fronte ai flussi non risolveremo mai il problema parlando di redistribuzione – ha detto – l'unico modo di affrontare seriamente il problema è fermare le partenze illegali. Questo è quello che ci chiedono i cittadini, ma anche i rifugiati. Per contrastare l'emergenza sbarchi servono soluzioni serie, complesse e durature e serve che lavoriamo tutti nella stessa direzione”. 

Da sola l’Italia non può riuscirci, nessun paese ci riuscirebbe. Il nostro governo è intervenuto presso il Fondo monetario internazionale per la concessione di un prestito di 1,9 miliardi di dollari alla Tunisia in difficoltà economiche. Ma la Tunisia rifiuta i tassi di interesse elevati e le condizioni poste, intese al risanamento della sua economia (i tassi di interesse sono elevati a causa del continuo declassamento del rating creditizio della Tunisia che ne ostacola l’accesso a prestiti a basso costo). L’Italia ha anche avuto un ruolo importante nell’accordo tra Ue e Tunisia, che frutterà al paese non solo fondi per combattere l’emigrazione illegale – problema comune – ma per il bilancio, lo sviluppo, la creazione di opportunità di lavoro per i giovani. Ma i fondi, dopo otto settimane, non sono ancora arrivati. Il presidente tunisino Kais Saied forse sperava di riceverli subito e senza verifiche, senza che se ne articolasse dettagliatamente la destinazione. Sta di fatto che il 14 settembre ha negato l’ingresso a una delegazione del Comitato affari esteri del Parlamento europeo che avrebbe dovuto svolgere una missione ufficiale per valutare la situazione politica del paese e definire i termini dell’accordo Ue-Tunisia.