Libano sotto attacco israeliano, l'esodo della popolazione del sud
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Se il presidente Aoun non disarma Hezbollah, Israele "prenderà il territorio" e dirama un altro avvertimento di evacuazione dei civili da un'area molto vasta, non solo a sud del fiume Litani, ma anche del Zaharani.
«Di quale Stato sta parlando, signor Presidente? Uno Stato che si inchina agli Stati Uniti e blandisce Israele? Questo è il paradiso che sogna Satana. (...) È nell'interesse dello Stato ordinare all'esercito di scappare mentre la guerra infuria ai nostri confini? O è nell'interesse del nostro popolo farsi sterminare mentre il Primo Ministro è uno sciocco ottuso? Lei non è il mio Presidente». Così rappava in free style nei giorni scorsi Jaafar Touffar, pioniere della scena hip hop libanese, riferendosi all'acquiescenza del Presidente della Repubblica Joseph Aoun davanti all'aggressione israeliana che sta distruggendo il Libano e - secondo gli ultimi dati - ha provocato 687 vittime, di cui 98 minori e 52 donne, e oltre 800.000 sfollati.
Secondo il sito Megaphone, la famiglia di Touffar ne ha perso le tracce da quando, martedì scorso, il cantante è stato arrestato e trattenuto dalla polizia proprio a causa di questi versi, giudicati irriverenti nei confronti delle massime autorità libanesi. È fuor di dubbio che le istituzioni del Paese dei cedri non siano in alcun modo in grado di fronteggiare l'aggressione israeliana - né per via diplomatica né, tantomeno, militare. Il Presidente Aoun ha effettivamente chiesto in più sedi “colloqui diretti con Israele” per cercare di fermare l'aggressione dello Stato Ebraico, e a quanto si apprende il governo starebbe preparando una delegazione che possa interloquire con le autorità israeliane.
Da Tel Aviv però non sembrano recepire il messaggio: il ministro della difesa Katz ha minacciato Aoun di “prendere il
territorio” se il Libano non saprà “impedire a Hezbollah di aprire il fuoco su Israele”. In realtà l'Idf sta già occupando il territorio del sud del Libano, e penetrando ogni giorno di più nella carne del Paese. Mentre scriviamo, è stata inaugurata una “nuova fase di evacuazione” che prevede lo sgombero non solo – come fino ad oggi – della popolazione residente a sud del fiume Litani, ma anche di quella che si trova a sud del fiume Zaharani, a circa 40 chilometri dal confine con Israele. Quando questa nuova fase di evacuazione sarà completata, il 10% del territorio del Paese sarà svuotato dalla popolazione - spinta forzatamente verso nord - con una strategia già sperimentata da Idf a Gaza.
Frattanto il campo di azione dei raid aerei israeliani si allarga sempre di più: oltre a colpire con attacchi letali il sud del Paese, la periferia meridionale di Beirut e la valle della Bekaa, dove si suppone trovino ricetto uomini, mezzi e strutture di Hezbollah, Idf ha cominciato a colpire paesi limitrofi alla Capitale e quartieri centrali di Beirut densamente popolati e tradizionalmente estranei alla milizia sciita. Così l'attacco a un edificio residenziale nel quartiere di Aisha Bakkar ha provocato quattro feriti, quello su un accampamento di sfollati che dormivano sul lungomare beirutino di Ramlet al-Bayda dodici morti, quello sulla cittadina di Aramoun, sulle colline prospicienti la Capitale, tre morti di cui una bambina.
Oltre a morti e feriti, sovente ottenuti con la tecnica del “double tap”, gli attacchi di questi giorni hanno provocato anche la caduta di un mito diffuso tra chi ritiene l'aggressione israeliana al Libano utile e necessaria per “fare finalmente piazza pulita di Hezbollah”: quello degli ordini di evacuazione con cui Idf preserverebbe la vita dei civili che nulla hanno a che fare con la milizia sciita. Molti degli ultimi violentissimi raid sul Paese, la maggior parte dei quali effettuati in notturna, non sono stati anticipati da avvisi di alcun tipo, nemmeno quello che mentre scriviamo ha colpito il campus dell'Università Libanese di Hadath, periferia sud di Beirut, provocando la morte del decano della facoltà di Scienze, Hussein Bazzi, e di un altro professore. Un attacco – stavolta annunciato – è in corso in questo momento su un edificio di Bashoura, quartiere di Beirut a cento metri dall'“Escwa building”, la sede della Commissione economica e sociale per l'Asia occidentale dell'Onu, e dal Parlamento libanese; un altro è stato appena annunciato sul centralissimo quartiere di Zuqaq al Blat, dove si troverebbe una filiale di Al Qard al Hassan, l'istituto finanziario di Hezbollah già preso di mira da Idf in varie località del Paese.
Al termine dell'udienza generale di mercoledì 11 marzo Papa Leone, rattristato dalla morte per mano israeliana di padre Pierre Rahi, parroco maronita del villaggio di Qlaaya, ha chiesto di pregare per il Libano, in particolare per la popolazione cristiana del sud alla mercé del fuoco di Idf. Il Ministro degli esteri libanese Youssef Raji ha chiesto il 10 marzo l'intervento diplomatico della Santa Sede, interloquendo al telefono col Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali Paul Gallagher, affinché si fermino le armi.
Frattanto la Conferenza Episcopale Italiana ha organizzato per il 13 marzo una giornata di preghiera e digiuno per la pace in medioriente, coinvolgendo le realtà ecclesiali di tutta Italia. Restiamo in attesa di vedere se la strada alternativa della diplomazia vaticana sarà praticabile; possibilmente prima che il Paese intero venga raso al suolo e la sua popolazione decimata.


