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Reportage

Libano, con Israele un accordo sulla carta. Ma la guerra continua

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Nonostante l’accordo quadro del 26 giugno e i due giorni di negoziati mediati dagli USA e conclusisi il 15 luglio, nel Paese dei Cedri fino a ieri pomeriggio non c’era traccia del ritiro delle forze israeliane. Che continuano le loro operazioni, mentre i libanesi soffrono un’emergenza abitativa.

Esteri 18_07_2026
Dahyie (Beirut, luglio 2026), foto di Elisa Gestri

(Da Beirut). Mercoledì 15 luglio si sono conclusi a Roma – un po' in sordina – i due giorni di negoziati tra Israele e Libano mediati dagli Stati Uniti, definiti dal portavoce del Dipartimento di Stato degli USA «produttivi e positivi». I rappresentanti diplomatici dei due Paesi hanno discusso il ritiro delle truppe israeliane (e il conseguente dispiegamento al loro posto dell'esercito libanese) da alcune “zone pilota” del sud del Libano, un ritiro stabilito nell'accordo quadro del 26 giugno scorso, ma finora mai attuato. «Abbiamo concordato il ritiro israeliano dalle zone pilota per i prossimi giorni», ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato a conclusione dei negoziati di Roma, senza tuttavia fornire date precise. Mentre scriviamo, infatti, le truppe israeliane non si sono ritirate né dalle “zone pilota” né da nessun'altra area che attualmente occupano nel sud del Libano.

Come riporta Ici Beyrouth, giovedì 16 luglio l'esercito libanese ha reso noto il dispiegamento di proprie pattuglie e la collocazione di posti di blocco e postazioni di osservazione in alcune località dei distretti di Bint Jbeil, Nabatiyie e Tiro; «parallelamente», lo stesso giorno l'esercito israeliano ha continuato le operazioni militari nella «zona di difesa avanzata» stabilita unilateralmente dallo Stato ebraico nel Libano meridionale: tre attacchi aerei su una casa tra Baraachit e Beit Yahoun, tiri di artiglieria a Baraachit, demolizioni a mezzo dinamite a Majdel Zoun. Inoltre, due carri armati Merkava e un bulldozer israeliani hanno effettuato un'incursione nei dintorni di Baraachit in direzione di Beit Yahoun. Le “operazioni” di Israele ai danni dei pochi abitanti rimasti nella regione – attacchi aerei, colpi di artiglieria, perquisizioni, rastrellamenti, creazione di posti di blocco lungo le vie di comunicazione, distruzione sistematica di intere località – continuano senza sosta, consentite dall'accordo quadro siglato a Washington tra i due Paesi e gli Stati Uniti «fino all'eliminazione di Hezbollah». Secondo gli ultimi dati del governo libanese le vittime dell'esercito israeliano sono salite a 4324: 94 a partire dall'entrata in vigore del cessate il fuoco contenuto nell'accordo.

Il clima di pace e collaborazione visto a Roma tra Libano e Israele è ad oggi solo una chimera. Non è necessario visitare le regioni devastate del sud per rendersi conto che nel Paese dei Cedri la guerra è ancora una realtà: nemmeno la Beirut dei condomini esclusivi, dei grandi alberghi internazionali, delle piscine solo per adulti e dei resort sulla spiaggia destinati agli espatriati di lusso è immune dal fastidio che il ronzio continuo degli MK – i droni spia israeliani a bassa quota – procura ai nervi e alle orecchie della città. Se nei quartieri dei ricchi l'atmosfera rilassata cerca di far dimenticare il conflitto, a pochi chilometri di distanza, nella dahyie – la ragnatela di isolati che compongono la periferia sud di Beirut – il clima è vigile: ci si aspettano nuovi attacchi, soprattutto ora che il conflitto tra USA e Iran vive una fase di ripresa. Israele potrebbe infatti approfittare della nuova escalation regionale in corso per riaprire il fuoco su vasta scala sul Libano, teatro incomparabilmente più agevole di quello iraniano, mentre le intenzioni di Hezbollah non sono chiare: per ora la milizia sciita non ha reso nota ufficialmente la volontà di unirsi alla causa iraniana, nonostante le sollecitazioni di Teheran.

I quartieri bombardati nella dahyie sono sorvegliati da squadre di uomini in nero: non portano armi visibili, siedono a bordo strada a fumare e bere caffè, ma dai loro sguardi attenti si evince che sono pronti a scattare. Il tassista libanese che ci accompagna nel nostro giro di esplorazione preferisce non soffermarsi nelle loro vicinanze, e cambia strada per non dare troppo nell'occhio. Sulle macerie che costeggiano le vie – finché regna l'incertezza non vale la pena tentare di ricostruire – sventolano le bandiere tricolori del Libano e quelle gialloverdi di Hezbollah; ritratti delle vittime del fuoco israeliano sono appoggiati sui muriccioli all'ingresso dei palazzi, a lato dei cumuli di detriti oppure direttamente sopra i calcinacci: sono combattenti di Hezbollah ma anche civili, uomini, donne, bambini che in quei luoghi hanno trovato la morte. Poco fuori dalla dahyie notiamo un viavai di persone davanti allo stadio Camille Chamoun: sono gli sfollati del sud del Libano che non possono – o non potranno più – rientrare nelle loro case, e che il governo ha alloggiato nel campo sportivo. Si tratta di poco meno di un migliaio di persone che si aggiungono alle altre centinaia di migliaia ancora fuori casa, rifugiate in hotel, abitazioni private, scuole, tende, alloggi temporanei nel centro-nord del Paese: sono più di 430.000, secondo gli ultimi dati dell'Onu, mentre secondo lo stesso rapporto altre 732.594 persone hanno tentato la via del ritorno, con quale fortuna non è dato sapere.

In effetti quella abitativa sembra attualmente la prima, e più terribile, emergenza umanitaria del Paese, al netto dell'uccisione di civili di ogni età. Ce lo confermano due volontari della Croce Rossa che nel quartiere beirutino di Achrafieh chiedono contributi agli automobilisti di passaggio nell'ambito della campagna annuale di raccolta fondi. Una campagna che «doveva tenersi a maggio», ci dicono, «ma a causa della guerra è stata rimandata di due mesi». Con i denari raccolti l'organizzazione darà priorità alla ricerca di rifugi per chi ancora dorme per strada o vive in situazioni insostenibili. Sempre che il Paese dei Cedri riesca a tenersi fuori, o sia risparmiato almeno stavolta, dai conflitti regionali.