Leone XIV mette in guardia sull’IA che erode l’amore autentico
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Nel suo messaggio per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, il Pontefice ha criticato duramente i chatbot usati come supporto emotivo, definendoli «intimità digitale che erode la capacità umana di amore autentico».
Per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, papa Leone XIV ha detto la sua sul tema dell’intelligenza artificiale (IA), dei chatbot e degli avatar digitali, segnando una svolta nell’approccio del magistero ecclesiastico alla tecnologia. Un approccio che verte su un senso di comunità nuovo e antico, mentre la tecnologia naviga in mano a tecno-plutocrati interessati a costruire un patrimonio personale più che una comunità. Con il titolo Preservare voci e volti umani nell’era dell’intelligenza artificiale, l’intervento del Pontefice punta al cuore di una questione non più solo sociale, bensì strettamente antropologica.
I sistemi di IA capaci di simulare voci, volti ed emozioni umane, avverte Leone XIV, alterano le «dimensioni essenziali della comunicazione umana». Robert Prevost critica duramente i chatbot usati come supporto emotivo, definendoli «intimità digitale che erode la capacità umana di amore autentico». Il frequente utilizzo delle intelligenze artificiali sta costruendo una generazione incapace di relazioni autentiche.
Il messaggio papale ha come oggetto un’evidente emergenza antropologica. I numeri della solitudine giovanile, secondo il Brookings Institution Center, sono allarmanti, e i giovani che usano l’IA come compagni emotivamente coinvolti sviluppano aspettative irrealistiche sulle relazioni umane reali, entrando in un “ciclo di dipendenza” che li isola progressivamente. È un trend con evidenze reali già nel Giappone, dove l’anno scorso si registravano casi di adolescenti che rifiutavano il contatto umano preferendo “fidanzati virtuali”.
L’essere umano, però, è fatto per la comunione, non per la solitudine. L’uomo non può vivere senza amore, poiché il significato della sua vita si rivela attraverso l’amore, di Dio e del prossimo. La solitudine digitale non è un semplice problema psicologico, ma una ferita vocazionale. Le intelligenze artificiali promettono compagnia senza conflitto, comprensione senza fatica, amore senza sacrificio. Sono una parodia dell’amore, un simulacro che imita l’intimità reale ma non ne possiede le sfumature. Quando deleghiamo il bisogno di relazione a un algoritmo, rinunciamo alla gioia dell’incontro autentico e riduciamo la nostra stessa capacità di donarci.
È questo il dramma della solitudine digitale. I giovani (e anche certi adulti) si sentono soli nonostante (o a causa di) mille connessioni virtuali, e intanto perdono competenze relazionali fondamentali, come la capacità di gestire un conflitto, di perdonare, di donarsi gratuitamente, di accettare l’altro nella sua irriducibile alterità. Competenze, queste, che si apprendono nella quotidianità reale e non chattando con un’intelligenza artificiale programmata per compiacere.
Il messaggio di Leone XIV va oltre la denuncia sociologica e tocca una verità teologica profonda: le relazioni con i chatbot contraddicono radicalmente la vocazione umana alla comunione. La relazione non è un accessorio della vita umana, ma la sua struttura costitutiva. Siamo fatti a immagine di un Dio trinitario, cioè di una relazione sussistente. Ecco perché la solitudine ontologica è impossibile per l’uomo: anche nell’isolamento fisico più radicale, restiamo aperti alla trascendenza, capaci di preghiera, di pensiero, di dialogo interiore.
L’intelligenza artificiale è invece negazione di tutto ciò. Non è un “tu” autentico con cui entrare in relazione, ma uno specchio sofisticato che riflette le nostre aspettative. Non c’è rischio, non c’è libertà, non c’è stupore né dono: solo un programma per rispondere esattamente come vogliamo. È l’antitesi della relazione autentica, che richiede tre elementi: libertà, dono di sé e apertura alla vita. L’IA, invece, esegue un codice, calcola risposte ottimali e non genera, non ha una memoria affettiva reale che è base della crescita comune.
Non stupisce quindi che Leone XIV parli di «erosione della capacità di amore autentico». Non sta esagerando. Quando un adolescente impara che la relazione “ideale” è quella che non contraddice mai, non delude mai, non richiede sacrificio, sta imparando una menzogna antropologica devastante, che non può che essere anticamera al fallimento o, peggio ancora, alla violenza. Il pontefice invita a «preservare voci e volti umani», cioè una incarnazione. Non siamo intelligenze disincarnate che potrebbero benissimo comunicare attraverso schermi. Siamo anima, sì, ma anche corpo, siamo presenza fisica, sguardo, tono della voce, persino silenzio. Gli idoli, ci insegna la Scrittura, rendono simili a loro: chi confida nei simulacri diventa simulacro. E chi cerca l’amore nell’IA dimentica cos’è l’amore.
Conviene allora adeguarsi e proteggere i propri figli, ad esempio, dalla tentazione della facilità di una relazionalità artificiale. Educare alla fatica dell’incontro autentico, alla bellezza del conflitto risolto, alla gioia del perdono ricevuto e donato. Coltivare spazi di meditazione e presenza reale. E, soprattutto, testimoniare che l’unica risposta autentica alla solitudine umana non è l’IA, ma Cristo e la Chiesa, il Verbo incarnato e la sua continuità nello spazio e nel tempo.
