Le nuove generazioni del terrorismo in Europa
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I reclutatori di jihadisti puntano ai giovani e giovanissimi, con tecniche di adescamento rodate sui social e nei videogiochi. Lo rivela il Global Terrorism Index 2026. Il problema riguarda soprattutto la Francia.
Non sono più i tempi delle cellule dormienti rintanate in anonimi appartamenti di periferia, né quelli dei veterani temprati dai conflitti in Medio Oriente. Oggi, il volto del terrorismo islamico ha i lineamenti puliti, quasi infantili, di chi dovrebbe maneggiare altro genere di libri e non manuali di guerriglia urbana. Il rapporto del Global Terrorism Index 2026 ha squarciano il velo di indifferenza del rumore mediatico quotidiano, restituendoci un’immagine spietata: la portata crescente della minaccia islamica si fa sempre più giovane, più fluida e, per questo, più imprevedibile.
La Francia, da anni sismografo delle tensioni del terrorismo in Europa, continua a raccontarci come il terrorismo islamico sia in piena forma. Dal 2012, il Paese è stato colpito da oltre cinquanta attentati islamisti che hanno causato complessivamente 276 morti. Il caso francese, tuttavia, non è un’eccezione, e il Global Terrorism Index lo documenta con precisione millimetrica. Dal 2011 a oggi, la Germania ha pagato un tributo di 53 vite alla violenza islamica, mentre il Regno Unito, dal 2007, conta 69 vittime. La cronaca recente ci ricorda, poi, del brutale attentato di Monaco, a febbraio 2025, dove un jihadista afghano ha ucciso una donna e sua figlia di due anni e ferito oltre 30 persone con l’oliata tecnica del jihad delle auto, e della ferita inferta a Manchester lo scorso ottobre, quando un siriano si è abbattuto contro una sinagoga uccidendo due persone.
Ma dietro la fredda contabilità delle vittime emerge un dato che la Procura Nazionale Antiterrorismo francese definisce, con asciutta precisione, «il ringiovanimento delle persone indagate». Ciò che solo pochi anni fa appariva come un’anomalia statistica si è trasformato in un’emorragia sistemica: in due anni il numero di minorenni finiti sotto inchiesta per terrorismo è esploso, passando da appena due casi nel 2022 a diciotto nel 2024 fino ai ventidue del 2025. Al punto che, oggi, in Francia, un indagato su cinque è un ragazzo sotto i diciotto anni.
Il baricentro del radicalismo si è spostato verso profili giovanissimi, spesso minorenni. In questo scenario inquietante, una parte rilevante del Global Terrorism Index 2026 è dedicata proprio alla radicalizzazione giovanile. Il 90% dei minori coinvolti è legato al terrorismo jihadista. La minaccia è in costante aumento dal 2023. Il rapporto descrive con lucidità il «percorso moderno verso la radicalizzazione»: un meccanismo alimentato da internet, dagli algoritmi dei social e dagli ambienti di gioco immersivi, strumenti che i gruppi terroristici sanno ormai sfruttare con maestria.
Una nota della DGSI — agenzia di intelligence interna della Repubblica Francese — individua due fenomeni che avanzano in parallelo: da un lato, la risalita della minaccia jihadista a partire dal 2023; dall’altro, il fatto che, dallo stesso anno, «la minaccia interna si incarna sempre più in una nuova generazione di giovani iperconnessi, per lo più di età compresa tra i 13 e i 17 anni, in cerca della propria identità, affascinati dalla violenza estrema e dotati di una scarsa base ideologica». Cioè giovani in cerca di qualcosa di grande in cui credere.
Tra il 1994 e il 2012, il jihadismo in Europa è stato un fenomeno esclusivamente adulto. La complessità logistica delle reti dell’epoca (come al-Qaeda) e la struttura rigida delle cellule terroristiche rendevano i minori figure marginali o del tutto assenti dai complotti operativi. Poi, come conferma la DGSI, le centrali del terrorismo hanno saputo mutare pelle, adattandosi con agilità ai codici estetici della Generazione Alpha. Non più solo i sermoni degli imam, ma una propaganda che parla la lingua dei nativi digitali.
Su queste piattaforme, il jihadismo si fa “user-friendly”: i social diventano aule di addestramento tecnico, con tutorial per ordigni e manuali operativi condivisi tra un post e l’altro. Qui si pianifica nell’ombra, si cercano finanziatori e si distribuiscono kit per il martirio — dalle lettere di giuramento ai video d’addio — spesso ricalcando l’estetica dei videogame. Un processo di indottrinamento accelerato da una moderazione dei contenuti delle piattaforme che frequentano troppo fragile per arginare la deriva.
L’adolescenza, con le sue fragilità intrinseche, è il nuovo terreno di caccia del pragmatismo jihadista. La strategia è camaleontica: la propaganda viene calibrata sui nuovi profili grazie a videogiochi come Roblox e GTA, utilizza l’intelligenza artificiale per misurare i messaggi e si appropria persino dei codici della cultura pop. Emblematico il caso di un sedicenne francese il cui smartphone custodiva simulazioni di stragi scolastiche generate su piattaforme di gaming, o quello di scenari virtuali dove bandiere dell’ISIS sventolavano su campi di battaglia digitali.
Ma non c’è solo la Francia. Il Global Terrorism Index osserva che «il terrorismo nei paesi occidentali è sempre più alimentato dalla radicalizzazione dei giovani». Il rapporto sottolinea persino che, sebbene l’obiettivo principale delle reti terroristiche siano i giovani di età compresa tra i 15 e i 25 anni, il reclutamento e l’indottrinamento ideologico sono stati osservati anche in bambini di appena otto anni. Si prevede che i minori rappresenteranno il 42% di tutte le indagini legate al terrorismo in Europa e Nord America entro il 2026, un aumento di tre volte rispetto al 2021.
Ecco che il baricentro della crisi si è spostato nell’infosfera. Algoritmi nati per intrattenere sono diventati, paradossalmente, i più efficienti reclutatori: una strategia che intercetta l’inquietudine adolescenziale su piattaforme come TikTok o Instagram per fidelizzarli. In questi ecosistemi ludicizzati, l’estetica del terrorismo islamico viene normalizzata tra un video breve e l’altro, trasformando i terroristi in macabre icone pop. Una volta individuata e adescata la vittima – a volte da un reclutatore adolescente a sua volta – questa viene indirizzata verso applicazioni di messaggistica crittografata. A quel punto il gioco è ormai fatto: l’indottrinamento e la pianificazione operativa sono il passo finale.
I numeri europei sono lo specchio del nuovo assedio invisibile: dal Belgio, dove un terzo delle inchieste tocca ormai i minori, al Regno Unito, che ha visto gli arresti tra i giovanissimi passare da 12 a 82 in appena cinque anni. Mentre della Francia abbiamo già parlato. A cambiare non è solo la platea, ma la velocità della metamorfosi: se nel 2005 il processo di radicalizzazione richiedeva diciotto mesi di indottrinamento “fisico”, oggi la camera dell’eco digitale può bruciare le tappe in pochi giorni.
Siamo di fronte a un’emergenza nuova che trova i governi occidentali del tutto disarmati e l’Italia pericolosamente esposta.

