Le mille e una spesa dell'UE che finanzia islam e inclusione
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Un progetto dopo l'altro, per migliaia o milioni di euro: dalla cultura musulmana a quella rom passando per l'acconciatura secondo i precetti del Corano e naturalmente l'immancabile islamofobia. Tutto con i soldi di Bruxelles, mentre gli Stati membri piangono.
Mentre l’Unione europea attraversa una fase di tensione permanente — tra crisi geopolitiche, transizioni industriali incomplete e deleterie, pressione inflazionistica e vincoli di bilancio — una parte significativa delle risorse comunitarie continua a fluire verso un insieme articolato di progetti dedicati all’integrazione islamica e alla valorizzazione identitaria di specifiche minoranze religiose ed etniche. Sono circa 32 i milioni di euro destinati, nel loro complesso, a iniziative legate all’islam, alla cultura islamica, alla prevenzione dell’islamofobia.
La carrellata di progetti è bizzarra quanto preoccupante. Ed è importante andare fino in fondo.
Uno dei finanziamenti più discussi riguarda un progetto coordinato dall’Università di Gent, in Belgio, che ha ottenuto 2 milioni di euro per una ricerca dal titolo: Capelli, identità, bellezza e identità personale nel contesto musulmano: paesaggi emotivi e femminilità in evoluzione oltre il velo. L’obiettivo dichiarato è analizzare il ruolo dell’acconciatura e della gestione dei capelli nella vita quotidiana delle donne musulmane. Quale potrebbe essere il senso culturale di simili ricerche? La sensazione diffusa è che si sia superato il confine tra ricerca e simbolismo ideologico, con iniziative percepite come autoreferenziali e scollegate dalle urgenze reali della società europea.
Accanto a questo progetto, l’Unione europea ha stanziato oltre 3 milioni di euro per una serie di iniziative connesse alla lotta contro l’odio antimusulmano. I titoli dei programmi delineano chiaramente il perimetro d’azione: “Alleanze sostenibili contro l’odio antimusulmano”, “Un modello verso una cultura non discriminatoria”, “Segnalazione e documentazione di razzismo antimusulmano”.
In Italia, una parte di questi fondi è confluita in progetti mirati a contrastare quella che viene definita “la sottovalutazione dei discorsi d’odio rivolti alle donne musulmane, attraverso campagne di sensibilizzazione, raccolta dati e attività formative”.
In questo contesto si inseriscono anche finanziamenti ben più consistenti: circa 10 milioni di euro per il progetto noto come “Corano europeo” e altri 17 milioni destinati a iniziative legate all’islam, alla shar’ia, alla cultura e alle tradizioni islamiche, distribuiti su più linee di finanziamento nel quadro dei programmi europei di ricerca e inclusione.
Questo flusso di risorse si inserisce in un contesto economico e politico segnato da crescenti difficoltà per i bilanci nazionali, al punto da sembrare quasi paradossale. Mentre la procedura per deficit eccessivo (PDE) incombe sugli Stati membri come strumento di sorveglianza e disciplina fiscale, limitando la capacità di spesa pubblica e imponendo scelte selettive, in parallelo si moltiplicano le segnalazioni di finanziamenti europei percepiti come distanti dalle urgenze quotidiane di famiglie e imprese: il costo della vita, la competitività industriale, la sicurezza dei territori.
Anche perché, mentre Bruxelles è impegnata al combattere la presunta islamofobia diffusa, sul piano della libertà religiosa globale i dati più recenti restituiscono un quadro drammatico e lontano dalle priorità dell’UE: l’ultimo rapporto di Open Doors segnala che nel 2025 i cristiani perseguitati nel mondo sono 388 milioni, otto milioni in più rispetto all’anno precedente, e che 4.849 persone sono state uccise in odium fidei. Numeri che, pur nella loro gravità, faticano a trovare uno spazio proporzionato nel dibattito pubblico europeo.
E non è tutto qui. Nel perimetro dei programmi europei 2022–2027, un ulteriore capitolo riguarda l’integrazione delle comunità rom. La Commissione europea ha stanziato 2,2 milioni di euro per nove progetti presentati come strategici, basati sull’obiettivo di inclusione sociale e contrasto alla discriminazione. I fondi sono stati distribuiti a una rete di associazioni, in larga parte italiane, incaricate di tradurre l’impianto teorico dell’integrazione in iniziative operative.
Tra questi, 200mila euro sono stati assegnati a un progetto dedicato agli itinerari europei del patrimonio culturale rom. Una quota di 38mila euro è confluita in un’associazione con sede a Lanciano, con l’obiettivo di dare visibilità a concerti, mostre, conferenze e laboratori legati alla cultura rom.
Altri 60mila euro sono stati destinati a un progetto di inclusione attraverso il tennis, presentato come strumento di educazione civica capace di trasmettere valori quali il rispetto delle regole, la lealtà competitiva e la gestione della sconfitta. Secondo i documenti di progetto, tra partecipanti e formatori il numero complessivo supera di poco le sessanta unità, e quindi il costo medio si avvicina ai mille euro per persona.
Il finanziamento più consistente riguarda la salute mentale: 700mila euro per un programma finalizzato a migliorare l’accesso ai servizi di supporto psicologico per le comunità rom in Romania, Bulgaria e Ungheria. Gli obiettivi includono l’influenza sulle politiche pubbliche nazionali e l’aumento della consapevolezza interna alle comunità.
Segue un progetto da oltre 320mila euro rivolto a giovani rom e non rom per contrastare l’antiziganismo, fenomeno che, secondo indagini europee, rappresenterebbe una delle principali cause di esclusione dalla vita civica e scolastica. Pertanto se i rom in Italia non vanno a scuola, è tutta colpa del razzismo.
Chi sceglie di trasferirsi in Europa — spesso da irregolare — accede già a sistemi di accoglienza che comportano costi rilevanti per le comunità ospitanti. A questo costo, giorno dopo giorno, scopriamo che si aggiunge un’ulteriore auto-tassazione collettiva per finanziare programmi di integrazione che, spesso, sembrano più orientati a soddisfare un bisogno politico di auto-legittimazione che ad altro.
Ci si domanda, allora, fino a che punto l’Unione Europea può continuare a investire miliardi in progetti settoriali, simbolici, inseguendo diritti vari, mentre per i cittadini europei — quelli che finanziano il sistema con il proprio lavoro e le proprie tasse — le risorse sono sempre insufficienti, specie quando si parla di taglio delle tasse. O è solo perché le tasse servono ormai a finanziare tutto questo e poco altro?
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