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Lavoro, barriere criminali

Che cosa si deve ancora fare perché chi tira i lunghi fili della difesa ad oltranza dell'articolo 18 si renda conto che sta spingendo l’economia del Paese in un abisso senza fondo?

La storia dei tentativi di riforma strutturale della legislazione italiana sul rapporto di lavoro dipendente, e quindi di modifiche allo “Statuto dei Lavoratori”, si lascia dietro di sé in Italia una scia di sangue. A distanza di anni l’uno dall’altro caddero per questo vittime di attentati terroristici tre docenti universitari che erano consulenti in materia di governi tra l’altro di diverso orientamento: il prof. Ezio Tarantelli nel 1985, il prof. Massimo D’Antona nel 1999 e il prof. Marco Biagi nel 2002.

L’assassinio del primo venne rivendicato dalle Brigate Rosse e quelli degli altri due dalle sedicenti Nuove Brigate Rosse. Anche per questo la foto di una donna che indossava una maglietta con la scritta “La Fornero al cimitero”, ritratta qualche giorno fa a fianco dell’ex-ministro della giustizia Oliviero Diliberto, oggi leader del Partito dei Comunisti italiani, è sembrata a molti non semplicemente un’iniziativa di pessimo gusto. In tale quadro la decisione del governo Monti di…declassare la sua riforma dello Statuto dei Lavoratori da decreto, che perciò il Parlamento avrebbe dovuto approvare o respingere così come era, a progetto di legge, che invece il Parlamento potrà rielaborare, assume contorni di preoccupante rilievo.

Forse insomma questa cautela, che comprensibilmente ha fatto infuriare il PdL, non si spiega solo con la volontà di evitare che si scardini ulteriormente il già traballante legame tra il Partito Democratico, disponibile a una qualche riforma, e la CGIL, che vi si oppone in modo assoluto. Perché attorno allo Statuto dei Lavoratori (legge n.300/1970), e quindi al suo cruciale articolo 18,  sia schierata una guardia di ferro terroristica non è mai stato chiarito, ma sta di fatto che è così; e che inoltre non c’è prova che sia stata del tutto debellata. La grossa novità di questo attuale tentativo di riforma è tuttavia la forte maggioranza “trasversale” su cui poggia il governo che vi si è ora impegnato: una maggioranza di cui si può dire che lo stesso Presidente della Repubblica sia l’elemento-chiave.

Tarantelli, D’Antona e Biagi erano inoltre privati cittadini inermi, indifesi e sconosciuti al grande pubblico, e non un ministro in carica come Elsa Fornero. Tuttavia si può capire che qualche particolare prudenza sia opportuna; forse anche per guadagnare il tempo necessario per raccogliere tutte le forze che occorrono per aver ragione di una resistenza la cui parte sommersa è molto più ampia ed evidentemente anche molto più pericolosa della sua parte emergente.


Se questo è il lato oscuro della vicenda, resta chiaro, lampante un elemento di fatto: l’attuale architettura del rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato -- così come venne stabilita dallo Statuto dei Lavoratori quarantadue anni fa in un contesto socio-economico del tutto diverso da quello di oggi -- costituisce uno dei maggiori ostacoli che ingombrano la strada della ripresa dell’economia e dell’occupazione nel nostro Paese. In sintesi si tratta di un sistema che privilegia la garanzia del posto di chi lavora nella media e grande industria a spese di tutti gli altri.

Chiave di volta di tale sistema è appunto l’art. 18 dello Statuto, che nelle aziende con più di 15 dipendenti rende in pratica impossibile il licenziamento del lavoratore anche se obiettivamente non c’è più bisogno della sua opera. Ciò trasforma il posto di lavoro nella media e grande impresa in una potenziale e spesso attuale rendita: un privilegio il cui costo viene poi in ultima analisi pagato dai giovani in cerca di occupazione e da quella massima parte dei lavoratori che in Italia sono occupati nelle piccole imprese. Si tratta di una situazione unicamente italiana, senza riscontri nel resto dell’Unione Europea dove lo strumento-chiave della tutela del lavoratore licenziato non è il suo reintegro per ordine del tribunale bensì un’adeguata indennità di disoccupazione connessa con l’offerta di corsi di riqualificazione nonché con servizi di accompagnamento attivo nella ricerca di nuove occasioni d’impiego.

Oltre alla sopra ricordata novità per così dire congiunturale, che rende adesso l’attesa riforma forse più possibile di un tempo, a renderla anche più che mai urgente c’è oggi una novità strutturale. L’Unione Europea è ormai divenuta davvero un mercato unico, dove quindi l’investitore, italiano o straniero che sia, può dirigersi liberamente laddove trova condizioni salariali, amministrative, legislative, professionali ecc. complessivamente più favorevoli. Quindi purtroppo sempre meno in Italia dove tale insieme risulta spesso a saldo negativo rispetto a quanto si riscontra nel resto dell’Unione, e non solo.

E’ impressionante il caso delle oltre 300 imprese italiane (tra cui noti marchi del “Made in Italy” come Armani, Gucci e Zegna) che hanno spostato loro stabilimenti nel Canton Ticino, dove pure i lavoratori sono pagati circa il doppio che in Italia. Più dell’onere di tale maggior costo hanno contato appunto un mercato del lavoro molto più flessibile, l’alta qualità dei servizi e pubbliche amministrazioni poco burocratiche, rapide ed efficienti. Che cosa si deve ancora fare, che cosa deve ancora succedere perché chi tira i lunghi fili della difesa ad oltranza dello Statuto dei Lavoratori e del suo articolo 18 si renda conto che sta spingendo l’economia del Paese in un abisso senza fondo, in una crisi nella crisi che pagheranno tutti, anche quelli di cui crede di fare gli interessi?

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