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il caso

L'addio di don Ravagnani e il problema della credibilità

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L'annuncio dell'abbandono del ministero presbiterale da parte di don Ravagnani è anzitutto una "tragedia" ecclesiale di cui i vescovi dovrebbero curarsi e che invece interroga, travolgendoli, i giovani. Perché, al di là del tanto bene seminato, c'è un problema di credibilità che i giovani pretendono in cambio. 

Editoriali 02_02_2026

Per provare ad andare oltre il freddo comunicato della diocesi di Milano di sabato che annuncia la sospensione del ministero presbiterale di don Alberto Ravagnani e per superare la superficiale montagna di commenti social di queste ore del “io l’avevo detto che finiva così”, bisognerebbe anzitutto partire dal fatto che un prete che lascia la tonaca è prima di tutto una “tragedia” ecclesiale la cui portata va ben oltre la scelta personale del sacerdote milanese.

Una “tragedia” che investe il corpo della Chiesa oggi, lasciando una ferita profonda oggi, di cui difficilmente sentiamo parlare la Cei come urgenza da affrontare, come emergenza per cui interrogarsi. Un prete che lascia non è solo un soldato che abbandona il campo di battaglia, ma lo specchio di questa società nella quale tutto è provvisorio e relativista, dove le scelte, per usare la parola chiave di “don Rava” che dà il titolo al suo libro, non sono mai per sempre, ma intercambiabili a seconda delle circostanze e soggette ai capovolgimenti personali spacciati per il “bene per me”.

Non sappiamo se e quanto questa decisione, che il vescovo di Milano Mario Delpini ha voluto comunicare, anticipando così l’annuncio di don Ravagnani che avrebbe creato forse ancora più confusione e protagonismo, sia stata condivisa e meditata con i superiori o se invece sia solo il frutto di un cammino che ha via via trasformato questo sacerdote capace di coinvolgere i giovani nella proposta cristiana in un personaggio e non più in una guida in grado di portarli alla fede, che indicava solo Gesù come maestro e non se stesso.

Però sappiamo che il fenomeno “don Rava” è stato un fenomeno social che ha portato inizialmente dei frutti alla vigna del Signore. Lo testimoniano le molte conversioni alla fede, gli innumerevoli riavvicinamenti alla pratica cristiana di migliaia di giovani che tramite i social, hanno rimesso piede in una chiesa partecipando ad adorazioni eucaristiche e avvicinandosi alla confessione. Se l’albero si vede dai frutti, è vero dunque che c’è stato un periodo, nei primi anni della sua esplosione, quelli immediatamente post covid, in cui quell’albero ha prodotto frutti buoni: al solo sentire il nome don Ravagnani anche le chiese di provincia si riempivano e la sua presenza in città si spargeva con la velocità del tam tam spontaneo e gioioso di chi andava a vedere qualcuno che parlava della Chiesa in modo nuovo, ma dicendo le cose di sempre.

Temi come la castità, ad esempio, la scelta vocazionale, la morale sessuale, la verità o la regalità di Cristo, venivano annunciati partendo da Gesù e dalla Chiesa e non cercando di districarsi tra le concessioni del mondo o conciliando l’impossibile. Erano uno “specchietto” che poi si traduceva nell’incontro in una proposta sacramentale, tangibile, vera. La proposta cristiana declinata con il linguaggio accattivante e di facile presa dei reels e dei post. E questo ha portato del bene.

Così come ha portato del bene l’esperienza del sacerdote milanese di creare con i giovani una fraternità di vita e di annuncio, partendo dalla protezione della Madonna di Loreto, ha fatto vedere con speranza il fenomeno Ravagnani, lasciando ad un prudente “vediamo come va a finire” le irritualità di certi atteggiamenti e eccessi che il mondo degli adulti non capiva, ma affidava alla sapiente mano della Chiesa. Se son rose…

Poi però qualcosa si è rotto. O meglio, qualcosa probabilmente ha iniziato ad acquisire maggior peso rispetto alla missione. Da tramite per Cristo, Ravagnani si è trasformato sempre più in un personaggio, i social da mezzo sono diventati una trappola mortale nella quale propagandare il proprio ego, il bisogno narcisistico dell’io. Il suo aspetto è cambiato, persino il suo look, curato, alla moda, si è evoluto andando a significare ben oltre il classico detto del monaco e del suo abito. Si è soliti individuare nell’ingresso in palestra di don Rava e nella famosa pubblicità agli integratori l’inizio del suo declino, ma don Alberto aveva cominciato un po’ prima a cedere alla lusinga del suo personaggio come veicolo di commercializzazione di prodotti, anche se in casa cattolica.

La verità è che non sono stati quei mondi a cambiarlo, ma lui è cambiato o meglio è entrato in crisi iniziando a usare i social per scopi che si sono fatti via via più commerciali e promozionali della sua persona: i viaggi all’estero per non si sa bene che cosa, il bisogno di comunicare il sé, il togliersi il colletto da prete, il cominciare a concedere diritto di cittadinanza alle lusinghe del mondo, lo scarrocciare in favor di intervista proprio sulle spine della sessualità e della libertà hanno ben presto allontanato don Ravagani non tanto dalla sua missione - quella in un modo o nell’altro si riesce sempre a giustificare con qualche parola ben piazzata - ma dai suoi ragazzi.

Sono stati i giovani che ha avvicinato in questi anni, infatti, i primi ad aver preso le distanze non appena si sono resi conto che il personaggio aveva preso il controllo sulla persona. Il “don Rava” si è fatto via via più irrintracciabile, da guida disponibile al telefono o pronto ad entrare nelle case di chi lo ospitava è diventato un guru protetto dallo schermo della fama.

E infatti anche l’esperienza di Fraternità è entrata in crisi e molti se ne sono andati, fortunatamente la gran parte ben al riparo tra le braccia della Chiesa in tutte le sue declinazioni e carismi. Altri, invece, sono rimasti ed è a loro che ora la Chiesa deve guardare perché non si perdano e non inizino il pernicioso percorso di chi si affida al cieco che guida altri ciechi anche se proprio ieri il direttivo di Fraternità ha annunciato che il cammino va avanti, con o senza di lui. Perché ora la loro guida ha rinunciato al bene più prezioso, quel sacerdozio che è martirio e dono, ma anche responsabilità nei confronti delle anime che ti sono affidate. Tutto il resto sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano e non producono più frutti, ma solo sterili rivendicazioni.

E la Chiesa, come autorità, ha iniziato seppur in ritardo a chiederne conto al giovane sacerdote 32enne perché ha capito che quegli stessi giovani potevano diventare un comodo paravento, ma col rischio di perdersi anche loro. Nello scontro tra autorità e carisma, lo insegna la storia della Chiesa, bisogna sempre vedere dove sta il bene delle anime e non sempre a vincere il braccio di ferro è il carisma innovativo.

Perché i giovani sono così: non sono soltanto dei followers, ma hanno bisogno prima di tutto di vedere che la proposta cristiana deve essere credibile prima che per me, per chi me la propone.

E probabilmente la mancanza di credibilità di chi utilizzava ormai il suo essere uomo di Dio per portare sé stesso e poco più, è stato il principale detonatore. Oggi i ragazzi che ieri si scambiavano nelle chat con sgomento e rassegnazione il comunicato della diocesi che annunciava l’abbandono del suo ministero presbiterale, non erano più followers di un influencer cattolico, ma giovani consapevoli che la scelta della fede, così come quella vocazionale, è una scelta per sempre e non un mutevole accomodamento.

I giovani, lo ricordava san Giovanni Paolo II Papa vogliono scelte per sempre, il loro cuore partecipa al fine dell’eternità con una proposta credibile e vera, non cerca scorciatoie né compromessi perché sanno meglio di noi che il mondo, di compromessi gliene sa offrire molti di più e ben più accattivanti.