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DETERRENTE EUROPEO

La scommessa nucleare di Macron. La Francia riscopra la propria identità

Macron si propone di subentrare agli Usa, in Europa, offrendo il suo ombrello nucleare. Non c'è nulla di intrinsecamente negativo nel proporsi come potenza garante della sicurezza, purché la Francia riscopra la sua identità, per ora cancellata dal giacobinisco rivoluzionario.

Esteri 22_04_2026
Emmanuel Macron (AP)

Il quotidiano bollettino di guerra mediorientale e l’accesa campagna referendaria che ha tenuto banco nel nostro Paese negli ultimi giorni, hanno contribuito a silenziare una notizia estremamente importante proveniente d’Oltralpe. Il 2 marzo, il presidente francese Emmanuel Macron si è recato nella sorvegliatissima stazione militare d’Île Longue, base operativa dei sottomarini nucleari lanciamissili della Marine nationale, per presentare la nuova strategia nucleare francese.

«Dobbiamo rafforzare la nostra deterrenza nucleare di fronte a una combinazione di minacce», ha affermato Macron, dicendosi altresì convinto della necessità di «pensare alla nostra strategia di deterrenza nel profondo del continente europeo, nel pieno rispetto della nostra sovranità, con la graduale istituzione di quella che chiamerò deterrenza avanzata».

Secondo il presidente francese, l’odierna situazione internazionale pone sfide cruciali che coinvolgono non solo le grandi potenze – quali Stati Uniti, Cina e Russia – ma anche realtà a torto considerate «minori», come India, Iran, Israele e Pakistan, ossia di Stati dotati di arsenali nucleari. Sullo sfondo, si staglia l’inoperatività dell’Onu, impossibilitata dall’interno a garantire lo scopo per cui nacque: garantire la sicurezza internazionale.

Per fronteggiare adeguatamente l’attuale situazione di incertezza e le potenziali minacce provenienti da attori extraeuropei, occorre che l’Europa sia più unita, ha spiegato Macron, ricordando che gli interessi vitali francesi, per storia e geografia, hanno una dimensione europea. «La nostra sicurezza non è mai stata concepita esclusivamente entro i limiti del nostro territorio, né a livello convenzionale né a livello nucleare».

È questa consapevolezza che ha spinto il presidente francese a proporre un piano di «deterrenza avanzata», ovvero un «approccio progressivo» che offrirà agli Stati europei che intenderanno aderire l’opportunità «di partecipare agli esercizi di deterrenza» tramite segnalazioni, spiegamento di forze armate in ausilio di quelle francesi e pianificazione strategica di operazioni di natura difensiva. «Questa dispersione sul territorio europeo, come un arcipelago di forze, complicherà il calcolo dei nostri avversari», ha affermato Macron, rendendo un servizio sia alla Francia che ai partner europei che sceglieranno di aderire.

Benché l’inquilino dell’Eliseo si sia premunito di ribadire che il piano di «deterrenza avanzata» sia complementare al sistema difensivo della Nato, è evidente che l’intenzione di Parigi sia quella di creare le premesse per cercare una via d’uscita all’immobilità militare e politica dell’Unione Europea. Ed è altrettanto palese, checché se ne dica, che una simile iniziativa allo stato attuale non possa che nascere dalla Francia. I motivi appaiono perfino superflui ricordarli: uno di questi è sicuramente la dotazione nucleare; ma ve ne sono altri, che al tempo stesso costituiscono i limiti storici e strutturali della nazione francese, come il nazionalismo e un certo spirito esclusivista.

Da quando siede all’Eliseo, Emmanuel Macron ha spesso cercato di ricordare al mondo e alle cancellerie internazionali che la grandeur francese ha un presente e un futuro tutto da scrivere. Tuttavia, le sue uscite non poche volte sono apparse estemporanee e a tratti goffe. In molti ricorderanno la celebre intervista che rilasciò a The Economist nell’ottobre 2019, in cui disse che «la Nato è in stato di morte cerebrale». Lo scoppio del conflitto russo-ucraino nel 2022 avrebbe capovolto la diagnosi fatta dal presidente francese, rilanciando l’Alleanza Atlantica come mai prima d’allora. Sempre su questo fronte, lo abbiamo poi visto alternarsi nelle diverse posture di «mediatore», «guerrafondaio» (pronto addirittura a schierare militari francesi in Ucraina) e «pacificatore» nel giro di pochi anni, a seconda dei casi, intestandosi iniziative, come quella della Coalizione dei volenterosi, destinata a parlare più al proprio elettorato che alla popolazione di Kiev.

O, ancora, come dimenticare le dichiarazioni rilasciate a Politico nell’aprile 2023, dopo l’incontro con il presidente cinese Xi Jinping, in cui affermava che l’Europa non dovrebbe farsi coinvolgere «in crisi che non sono le nostre», riferendosi alle tensioni tra Cina e Taiwan. «La cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei dobbiamo diventare dei semplici seguaci su questo tema e prendere spunto dall’agenda degli Stati Uniti e da una reazione eccessiva cinese», aveva osservato in quell’occasione Macron.

Posizioni e frasi, quelle dell’inquilino dell’Eliseo, che mai si sono tradotte in passi concreti verso l’«autonomia strategica» europea. È chiaro, del resto, che Macron non è De Gaulle e che l’attuale scenario internazionale è profondamente mutato dai tempi della guerra fredda. D’altra parte, è rimasta pressoché inalterata la volontà di Parigi di ritagliarsi sempre e comunque un posto da protagonista nelle vicende internazionali, almeno nelle intenzioni.

Questo aspetto non ha nulla in sé di sbagliato, soprattutto se si considera la storia della Francia e il ruolo politico che essa ha assunto nei secoli, nel bene come nel male. Ed è proprio questo il punto. In occasione della sua visita a Parigi nel settembre 2008, Benedetto XVI osservò che la nazione francese è «al centro della preghiera del Papa, il quale non può dimenticare tutto ciò che essa ha apportato alla Chiesa nel corso di venti secoli!».

La sfida intima, o meglio, «esistenziale» della Francia passa attraverso il riconoscimento della propria identità. E, dunque, dal rifiuto di far partire l’orologio della storia dalla Rivoluzione francese, che oltre a sancire la separazione tra Stato e Chiesa e a decapitare il sovrano, ha anche contribuito a decapitare definitivamente il sano amor di patria, per abbracciare un nazionalismo statolatrico e accentratore, incapace di costruire aprendosi agli altri. Fermo restando, come detto prima, le peculiarità storico-politiche di quello che è considerato essere tra i primi esempi di Stato moderno, che precedono la Rivoluzione dell’89.

La scommessa di Macron, e più in generale della Francia, rispetto al progetto di deterrenza avanzata e di un nucleare «condiviso» con altri Paesi europei, non può dunque prescindere dal «senso» profondo dell’essere francesi oggi e dalla missione che la Francia si sente chiamata a compiere.

Come ricordava Giovanni Paolo II nel 1983, «i popoli che hanno ricevuto un’eredità spirituale assai ricca, devono preservarla come la pupilla dei loro occhi. E, in concreto, queste Nazioni non mantengono tale eredità che vivendola integralmente e trasmettendola coraggiosamente».