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Ora di dottrina / 191 – La trascrizione

La predestinazione di Maria – Il testo del video

Predestinazione, in senso retto, non equivale a predeterminazione. Significa invece che Dio predestina a un fine dando a creature libere – gli angeli e gli uomini – i mezzi per conseguirlo. La predestinazione di Maria Santissima: decisa nell’unico decreto divino insieme alla predestinazione di Cristo.

Catechismo 04_01_2026

Come anticipato nella precedente Ora di dottrina, oggi vediamo un tema veramente splendido e poco conosciuto: la predestinazione di Maria Santissima. Quando ascoltiamo la parola “predestinazione”, tendenzialmente saltiamo dalla sedia perché magari ci richiama sinistre dottrine di provenienza calvinista, secondo cui ci sono cose che Dio ha stabilito e che l’uomo deve compiere, per cui l’uomo non è più libero: il fatto che Dio ha predestinato, in questa logica, viene considerato come se Lui avesse già predeterminato tutto. Invece non è così.

Quando parliamo di predestinazione dobbiamo fare molta attenzione a capire il senso di questo termine e ancora una volta chiediamo aiuto a san Tommaso d’Aquino, il quale nella quæstio 24 della terza parte della Summa ci dà la definizione di predestinazione: «È l’atto con cui Dio predispone nell’eternità le cose da attuare nel tempo per mezzo della sua grazia» (III, q. 24, a. 1). Questa definizione ci permette di comprendere che c’è chiaramente un progetto eterno di Dio. Dio non è come noi che deve pensare, riprogettare in fieri, perché l’uomo è fatto così, è calato nel tempo; perciò, per quanto l’uomo possa avere, fin dalla sua giovinezza, un’idea di come destinare la sua vita, tuttavia, sappiamo molto bene che in concreto possono cambiare molte cose. Ma soprattutto l’uomo, per quanto possa pensare, desiderare un fine, si trova soggetto a tutte le circostanze della vita. Quindi, la predestinazione è qualcosa propria di Dio, perché è un decreto eterno. E Tommaso ci dice che è quel decreto con cui Egli predispone quello che poi effettivamente accade nel tempo per mezzo della sua grazia. E quindi nella predestinazione abbiamo il fine, ma abbiamo anche i mezzi necessari per giungere a quel fine. Dunque, mentre Dio predestina a un fine, già prevede e fornisce i mezzi.

La predestinazione non deve indurci a cadere nell’errore di pensare appunto a una predeterminazione. Dio predestina quelle creature che sono libere ad agire in modo libero; il fatto che Dio predestini non significa che venga tolta, sottratta la libertà, perché Dio agisce sempre rispettando la natura propria delle sue creature. Allora ci sono creature che agiscono in modo deterministico secondo criteri deterministici; e creature che invece agiscono in modo libero – gli uomini e gli angeli – e continuano ad agire in modo libero, anche laddove c’è la predestinazione.

Quando parliamo di predestinazione in Maria Santissima entriamo in un quadro che è veramente splendido e che spero possa aiutarci a rialzare un po’ la “temperatura mariologica” e ad uscire da quella decadenza per cui Maria SS. viene vista in fondo come una semplice donna, una semplice ragazza come tante altre, che però ha corrisposto un po’ meglio alla grazia di Dio: non è esattamente così.

Infatti, quando noi entriamo nel discorso della predestinazione di Maria SS. ci accorgiamo che ella è predestinata dall’eternità ad essere la Madre di Dio e la Madre degli uomini. Nella bolla Ineffabilis Deus, con la quale il beato Pio IX dichiarò il dogma dell’Immacolata Concezione, c’è una dichiarazione definitiva sul fatto che la predestinazione di Cristo all’incarnazione redentiva – cioè il fatto che Cristo sia stato destinato dall’eternità ad essere il Verbo incarnato redentore – e quella di Maria ad essere Madre di Dio, in quanto Madre del Verbo incarnato, e con Lui Mediatrice degli uomini, come Cristo è Mediatore degli uomini, appartengono a un unico e identico decreto: uno eodemque decreto è la dizione latina che troviamo nella Ineffabilis Deus e che ci dischiude delle prospettive incredibilmente ampie. Dunque, ripeto: non c’è un decreto della predestinazione di Cristo al quale viene poi aggiunta accidentalmente una donna, perché serviva qualcuna per fargli da madre; invece, quando nell’eternità si decreta l’incarnazione del Verbo, nello stesso decreto si decreta la maternità divina. E siccome questa incarnazione del Verbo è redentiva, la maternità divina è una maternità esercitata in unione alla redenzione di Cristo. La Madonna non collabora esclusivamente a fornire la carne a Cristo, e basta. Ma come l’incarnazione è redentiva, così la maternità di Maria Santissima, associata a questa incarnazione redentiva, è essa stessa redentiva, è parte di quell’unico progetto, di quell’unica predestinazione che vuole e l’incarnazione redentiva del Verbo e la maternità divina di Maria Santissima dentro il piano della redenzione.

La stessa bolla Ineffabilis Deus ci fornisce un altro gioiello perché ci spiega il senso profondo di alcuni testi che nella liturgia romana antica vengono utilizzati quasi ogni volta che abbiamo una festa mariana; ad esempio, l’Ufficio di Santa Maria in Sabato, il Comune della Beata Vergine Maria, le Lezioni dell’Ufficio divino dedicato alla Madonna. Ci sono due testi, in particolare, che sono tratti rispettivamente dal libro dei Proverbi (cap. 8) e dal libro del Siracide (cap. 24) e che parlano della Sapienza divina. Il più famoso, quello dei Proverbi, in latino inizia così: Ab initio et ante sæcula creata sum; nella versione italiana: «Il Signore mi ha creato fin dall’inizio della sua attività prima di ogni sua opera, fin da allora, dall’eternità sono stata costituita (…)». Un testo analogo lo troviamo nel Siracide.

Ora, questi due testi parlano, nel loro primo senso, della Sapienza incarnata, cioè del Verbo di Dio, predestinato all’incarnazione. Eppure li ritroviamo all’interno degli Uffici della liturgia dedicati alla Madonna. E nella Ineffabilis Deus, Pio IX ci regala una spiegazione bellissima, magistrale: «È perciò costume della Chiesa, sia negli uffici ecclesiastici, sia nella santa liturgia, usare e applicare all’origine della Vergine le medesime espressioni, con le quali le divine Scritture parlano della Sapienza increata e ne rappresentano le eterne origini; avendo Dio prestabilita con un solo e medesimo decreto l’origine di Maria e l’incarnazione della divina Sapienza». La spiegazione dell’espressione uno eodemque decreto viene ampliata collegandola con la Sacra Scrittura nel suo uso liturgico. Perché la Chiesa ha utilizzato per secoli questo tipo di testo? Precisamente perché c’è un solo decreto che predestina il Verbo all’incarnazione redentiva e Maria Santissima alla maternità divina, nel piano della redenzione. Questo è importante perché la predestinazione di Maria è legata a Cristo, cioè appartiene a quell’ordine dell’incarnazione della Sapienza, cioè del Verbo, che è l’ordine ipostatico.

Insisto su questo aspetto, come ho già fatto domenica scorsa: la Madonna non è predestinata semplicemente alla grazia e alla gloria, come chi è predestinato alla vita cristiana, cioè appunto alla grazia e dunque alla gloria, che è il frutto della vita nella grazia; ella è predestinata ad altro, a qualcosa di più elevato, a qualcosa che la congiunge nell’ordine dell’essere al Figlio di Dio, cioè al divenire Madre di Lui. È importante ribadire questo aspetto: la Madonna è legata intimamente all’ordine ipostatico, perché è per mezzo di lei che avviene l’unione ipostatica; è predestinata ad essere Madre di Dio, un Dio che sarebbe stato crocifisso e Redentore, che si è offerto come vittima in espiazione dei nostri peccati: e lei è predestinata ad essere anche l’addolorata Madre di Dio, la Corredentrice, come si dice propriamente. Avremo modo di tornare su questo aspetto, ma è importante intanto capirlo, perché è già contenuto in questo unico decreto di predestinazione: un unico decreto predestina la Sapienza a un’incarnazione redentiva e predestina la Madre di Dio a una maternità che si associa a questo piano di redenzione ed è dunque legata alla partecipazione di Maria all’opera della redenzione. Partecipazione che avviene in modo unico, singolare, in quanto ella è l’unica ad appartenere con Cristo e in Cristo all’ordine ipostatico.

Molto spesso si dice che di Maria si parla poco nelle Scritture e il resto è venuto tutto dopo. Ma in realtà, quando nella Bibbia si presenta la figura di Maria, la si presenta in punti, in posti assolutamente strategici che la rappresentano sempre in una unione intima con Cristo. Leggiamo a questo proposito un altro testo magisteriale, tratto dall’enciclica Ad diem illum (1904), di san Pio X, in cui il Papa ci dà un principio importantissimo: «Così noi vediamo nelle Sante Scritture, ovunque ci è profetizzata la grazia che deve giungere, dovunque o quasi il Salvatore degli uomini vi appare insieme alla Sua Santissima Madre». E aggiunge: «Noi troviamo sempre Maria dopo Cristo nella legge, nella verità delle immagini e delle profezie». Testo straordinario, di una densità incredibile.

Anzitutto questo testo ci dice: attenzione, è vero che non sempre, dove è presentato nei Vangeli il Signore Gesù, c’è anche la Madonna; ma ci dice pure che dove è profetizzata la grazia che deve venire, lì troviamo Maria Santissima. Facciamo alcuni esempi. Pensiamo al famoso protovangelo della salvezza, Genesi 3, 15, in cui viene prefigurata la grazia della restaurazione dell’ordine spezzato per la caduta dei progenitori: in quel versetto viene prefigurato non semplicemente il Salvatore, ma anche la Donna, la Donna e la sua stirpe. Ancora, prendiamo i santi Vangeli, ad esempio quelli della Natività del Signore. Il Vangelo di san Matteo con il racconto dei Magi e il Vangelo di san Luca con il racconto dei pastori ci dicono che gli uni e gli altri trovano Gesù «con sua madre». I testi, così densi, della Natività sono appunto i testi dell’incarnazione del Verbo, della grazia fatta carne: lì troviamo l’associazione di Maria. Che è quello che poi san Paolo, nella Lettera ai Galati (4, 4), quando parla della pienezza dei tempi in cui Cristo si incarna, dice: «nato da donna», e così richiama nuovamente il legame con Maria Santissima. Ancora la troviamo all’inizio dei segni di Gesù, nel miracolo alle nozze di Cana raccontato nel Vangelo di Giovanni; e la troviamo nell’altro snodo cruciale – insieme a quello dell’incarnazione, della nascita di Cristo – e cioè sul Calvario, sotto la croce. Dunque troviamo Maria in questi snodi particolari: ogni volta che troviamo la grazia che doveva venire, come ci dice san Pio X, lì c’è Maria.

Ma questo testo che vi ho citato ci dice anche un’altra cosa. Ci dice che dopo Cristo e, potremmo dire in modo ancora più pieno, in Cristo e con Cristo, in Maria troviamo il fine della Legge, il compimento delle figure e delle profezie. Perché? Perché appunto ancora una volta la predestinazione di Maria appartiene a quell’unico decreto con cui viene predestinato Cristo. Ora, siccome tutte le profezie, i tipi, le figure dell’Antico Testamento profetizzano Cristo, ecco che anche Maria Santissima è in qualche modo il termine di queste profezie: con Cristo c’è sempre Maria Santissima, gli è sempre associata. E avremo modo di vedere che nell’Antico Testamento ci sono delle profezie esplicite che ci parlano di Maria Santissima e delle figure, dei tipi espliciti che la anticipano.

Per comprendere ulteriormente questo aspetto, pensiamo a un parallelo. Quando noi parliamo di Cristo Figlio di Dio, se ci riflettiamo un attimo, l’espressione «Figlio di Dio» non è comprensibile se non in riferimento al Padre; anche se non nomino il Padre, l’essere Figlio di Dio mi richiama necessariamente il Padre, altrimenti non avrebbe senso l’espressione se non ci fosse un Padre di cui il Figlio è figlio. Dunque, l’espressione «Figlio di Dio» ci richiama il Padre e la generazione eterna. Ma noi sappiamo che i Vangeli ci consegnano un altro termine, molto caro a Cristo stesso, cioè «Figlio dell’uomo». Ora, l’espressione Figlio dell’uomo è comprensibile solo ed esclusivamente in riferimento alla Madre di Dio, a Maria Santissima e quindi alla sua generazione nel tempo. C’è come un parallelo: quando parlo del Figlio nella Trinità è sempre associato al Padre; e quando parlo del Figlio dell’uomo è sempre associato alla Madre. Nell’ordine dell’eternità il primo, nella generazione nel tempo il secondo. Pensiamo all’espressione di Dante, quando nel canto XXXIII del Paradiso parla di Maria come «termine fisso d’etterno consiglio»: ciò esprime quello che stiamo dicendo, che dall’eternità Dio ha pensato a Maria, come termine fisso del Suo decreto. Perché? Perché termine fisso del decreto divino è Cristo: e con Cristo c’è Maria. Il decreto che predestina Cristo predestina Maria.

Questo comporta che in questa predestinazione, il cui fine è l’incarnazione del Verbo e la maternità di Maria Santissima, sono inclusi i mezzi. Ricordiamo quello che abbiamo detto all’inizio: la predestinazione è l’atto con cui Dio predispone nell’eternità le cose da attuare nel tempo per mezzo della grazia; quindi predispone anche la grazia, i mezzi della grazia. Ora, se questa è la predestinazione di Maria Santissima, comprendete come in questa predestinazione siano predestinati anche i mezzi. E questi mezzi devono essere adeguati e idonei a ciò che ella è chiamata a divenire, quindi saranno privilegi singolari di Maria Santissima, il che è quello che la Chiesa ha difeso per secoli. I privilegi di Maria SS. sono legati precisamente alla sua identità sublime, superiore all’ordine creaturale, della grazia e della gloria e che è appunto quella di essere Madre di Dio. I privilegi di Maria SS. sono in ordine a questa sua maternità divina.

Questo ci indica ulteriormente l’unione singolare con Dio, esclusiva, più elevata di qualsiasi altra unione realizzabile nella storia da tutti i santi messi insieme. E ci fa capire che la nostra predestinazione è diversa rispetto a quella di Maria, non solo per grado ma anche, potremmo dire, per specie: apparteniamo a due ordini diversi, non nel senso che la Vergine Maria non sia una creatura, ma per il fatto che nell’ordine della predestinazione ella è chiamata ad essere la Madre di Dio, quindi appartiene a un ordine che non è il nostro, ossia l’ordine ipostatico. Per noi, certamente, ma non come noi.

Ancora, questi testi del Siracide e del libro dei Proverbi ci dicono anche un’altra cosa. Questo ab æterno, dall’eternità, riferito a Cristo e a Maria Santissima in Cristo, significa che Maria, con Cristo, è pensata come la primogenita di ogni creatura. Sappiamo che Cristo è il «primogenito di ogni creatura» (Col 1, 15), ma appunto il fatto che lei è predestinata con Lui in quell’unico decreto divino vuol dire che anche lei è, con Cristo, primogenita di ogni creatura. Qui adesso tocchiamo dei vertici: Cristo e Maria sono pensati prima, diciamo così, di Adamo ed Eva. Adamo ed Eva guardano a Cristo e Maria, non il contrario. Nella mente divina, per usare un linguaggio nostro, comprensibile, il primo termine del pensiero di Dio comprende Cristo e Maria, non Adamo ed Eva. Adamo ed Eva sono in ordine a Cristo e Maria, non il contrario. E quindi vuol dire che Cristo e Maria sono pensati, sono predestinati prima della caduta di Adamo ed Eva. È un tema delicatissimo, cerchiamo di semplificarlo molto. Non si tratta di sapere cosa avrebbe fatto Dio se Adamo ed Eva non avessero peccato, se non ci fosse stata la caduta: si tratta invece di dire che l’incarnazione del Verbo, come di fatto è avvenuta, non dipende dal peccato originale, sebbene sia connessa al peccato, perché è un’incarnazione redentrice. Non dipende dal peccato, perché se dipendesse dal peccato verrebbe meno tutto il discorso che abbiamo fatto: è come se Dio avesse avuto in mente Adamo ed Eva, i quali poi hanno sbagliato, quindi “piano B”, cioè Cristo e Maria. No. Cristo, a differenza di Adamo, è il Verbo incarnato. Adamo non è il Figlio di Dio incarnato, quindi Cristo viene prima e Maria viene prima in quanto Madre di Dio. Eva non è Madre di Dio. Quindi termine fisso d’etterno consiglio sono Cristo e Maria: il Verbo incarnato e la Madre di Dio.

Dunque, l’incarnazione del Verbo non dipende dal peccato, eppure è connessa al peccato. Perché è connessa? Perché il Padre, prima, ha voluto l’incarnazione: un’incarnazione già prevista come redentiva in quanto evidentemente in Dio il peccato di Adamo ed Eva era già conosciuto, Lui sapeva che sarebbero caduti. Al di là di questo, possiamo pensare che è proprio perché c’è stata l’incarnazione redentiva, che nella mens divina è stato permesso il peccato; attenzione, non è stato provocato, ma Dio pensa al rimedio, prima ancora che ci sia la malattia. Questo è molto consolante anche per la nostra vita: Dio ha già preparato il rimedio prima che avvenga la caduta. La caduta è permessa in rispetto di quella libertà che i progenitori avevano, ma è permessa perché già è stata pensata l’incarnazione redentiva. Dunque, l’incarnazione non dipende dal peccato, eppure in qualche modo è effettivamente connessa al peccato.

Non sono Cristo e Maria a dipendere dal peccato, dalla scelta di Adamo ed Eva, ma tutto il resto dipende da loro, cioè il primo termine del decreto divino sono Cristo e Maria, sono il Verbo incarnato e sua Madre. Essendo però di fatto l’incarnazione redentiva, ed essendoci in questo piano sia Cristo che Maria, ecco che entrambi cooperano alla redenzione. Vedremo che cosa questo comporta, ma intanto è fondamentale avere chiara l’idea di questa predestinazione ab æterno, che poi si esplica nella storia. Ma ripeto, Maria non è accidentalmente chiamata in causa, perché appartiene a quell’unico e identico decreto che la pone in un ordine superiore a quello di tutte le altre creature, al di sopra dell’ordine di ogni grazia e della gloria.

Un’ultima precisazione riguarda la gratuità di questa predestinazione. Evidentemente la Madonna non ha potuto meritare né l’incarnazione né di essere Madre di Dio: essendo eterno questo decreto, è impossibile pensare che qualcuno abbia potuto meritarlo sul versante umano. Quindi, non essendo possibile meritare l’incarnazione, non è nemmeno possibile meritare la divina maternità. Eppure noi, per esempio nel Regina Cæli – l’antifona che nel tempo pasquale sostituisce l’Angelus Domini – diciamo, riferendoci a Maria, «quia quem meruisti portare...», «perché Colui che hai meritato di portare è risorto», eccetera. Allora, ha meritato o non ha meritato? In senso assoluto è impossibile pensare che la Madonna abbia meritato l’incarnazione e abbia meritato di essere la Madre di Dio. Ma «si dice che la Vergine Santa meritò di portare il Signore nostro Gesù Cristo, non perché, come spiega San Tommaso, meritò l’incarnazione di Dio, ma perché con la grazia che le era stata concessa meritò tale grado di purità e di santità, da poter essere degnamente madre di Dio» (Summa Theologiæ, III, qq. 2, aa. 11, ad 3). Cioè, Maria non ha meritato l’incarnazione, non ha meritato di essere predestinata ad essere la Madre, ma ha meritato nella sua perfetta e generosa corrispondenza alla grazia di essere degnamente la Madre di Dio. Quindi ha meritato non in senso assoluto evidentemente, perché il decreto divino è assolutamente gratuito, ma secondum quid, secondo un certo aspetto, ha meritato di essere degnamente Madre di Dio, perché – è un’ipotesi – poteva essere destinata ad essere Madre di Dio e non corrispondere a tutte quelle grazie e quei privilegi che le sono stati donati per essere appunto una degna Madre di Dio. Lì c’è una reale corrispondenza libera di Maria Santissima, non in quanto all’essere in assoluto Madre di Dio, quanto piuttosto all’esserlo in modo degno.

Le prossime volte andremo a vedere le conseguenze di questa predestinazione eterna nelle Scritture. Il fatto che Maria Santissima appartenga all’unico decreto che predestina il Figlio ad incarnarsi significa che di lei nelle Scritture troviamo traccia. Andremo a vedere le profezie che parlano di lei unitamente al Figlio e le figure che appunto la prefigurano. Questo ci permetterà di mettere le basi scritturistiche di quelli che poi saranno i grandi dogmi e le grandi verità sulla Madonna.



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