Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
società

La piaga del bullismo si risana con cristianesimo e virilità

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I bulli (e le vittime) aumentano da quando il tessuto comunitario ancora cristiano che garantiva vicinanza e vigilanza è stato sostituito dal darwinismo sociale che premia il più violento. A disarmarli non sarà la narrativa "anti-mascolina", ma la forza virile al servizio del più debole.

Attualità 28_07_2026
IMAGOECONOMICA (CARLO CARINO BY MIDJOURNEY)

Il bullismo è un atteggiamento o comportamento di prevaricazione intenzionale, ripetuto in modo sistematico nel tempo, messi in atto da uno o più bambini/ragazzi più grandi e/o più forti verso un altro minore, che ne è la vittima.

Recentemente se ne parla parecchio, e i dati confermano che non si tratta di un allarme mediatico sproporzionato: l'indagine Istat 2023 su un campione di quasi 40.000 ragazzi rileva che un quinto degli 11-19enni italiani ha subìto atti di bullismo in forma continuativa (più volte al mese), e circa l'8% quotidianamente (Istat, Bullismo e cyberbullismo nei rapporti tra i ragazzi, 26 giugno 2025).
Non è possibile stabilire con certezza se il fenomeno fosse quantitativamente meno diffuso in passato. Ciò che appare più verificabile è un mutamento nella percezione culturale: la società italiana tradizionale tendeva a censurare moralmente questo comportamento, considerandolo un'anomalia da correggere piuttosto che una tappa fisiologica della crescita. Possiamo ipotizzare qualche motivo.

Il primo è, probabilmente, che il bullismo è un fenomeno relazionale: perché ci sia servono sia un bullo, che una vittima. L'impressione è che i rapporti di forza tra pari fossero diversi e che fosse meno frequente una vittimizzazione cronica. In altri termini: scarseggiavano le vittime, coloro che subivano i soprusi senza reagire. Non sto dicendo che mancasse il conflitto tra bambini o ragazzi; ma la vittimizzazione sistematica del debole non era la norma sociale, a scuola.

Questo accadeva anche perché il minore non era mai un atomo isolato in un vuoto relazionale, ma era immerso in una fitta rete di controllo sociale informale. Nella comunità tradizionale – si pensi alla realtà dei cortili, delle parrocchie o del vicinato – l'educazione e la vigilanza sui giovani erano compiti diffusi e condivisi. Lo sguardo degli adulti non era confinato alle mura domestiche: qualsiasi genitore, vicino o passante si sentiva legittimato (e moralmente in dovere) di intervenire per sedare un bisticcio, correggere un'intemperanza o proteggere chi si trovava in evidente difficoltà. Questa vigilanza diffusa impediva che il sopruso occasionale tra ragazzi si strutturasse in una persecuzione cronica e sistematica. Il crollo di questo tessuto comunitario ha lasciato i ragazzi soli in un'arena priva di arbitri, dove l'unica legge rimasta è quella del più forte.

Un secondo possibile motivo è che l’Italia (e l’Europa) era un continente cristiano. Pur con le dovute eccezioni e resistenze che la storia registra anche in epoca cristiana, è innegabile che il cristianesimo abbia introdotto un cambiamento antropologico di portata straordinaria rispetto a molte sensibilità del mondo antico: il bambino, il povero, il malato, il debole vengono elevati a figure sacre, perché in essi si riconosceva la presenza stessa di Cristo. Questo capovolgimento ha lasciato un'impronta duratura nella cultura italiana, anche laddove la fede si è progressivamente allentata.
C’era – è vero – il fenomeno del "nonnismo"; tuttavia, proprio perché confinato all'ambiente militare, veniva percepito come una degenerazione e non come un modello educativo.

Da dove nasce, dunque, questa deriva? La diffusione culturale di modelli narrativi anglosassoni ha probabilmente contribuito a normalizzare il bullismo, rappresentandolo come un elemento quasi inevitabile della vita scolastica  Da un certo punto di vista, esso richiama quella visione della società che il darwinismo sociale dell'Ottocento tradusse in termini culturali: un'arena competitiva nella quale il più forte prevale e il debole è considerato responsabile della propria sorte. In questo modello antropologico solo il più forte e il più efficiente ha diritto di prevalere, mentre chi non riesce a tenere il passo è etichettato come un loser (un perdente). Nella logica darwiniana, la vessazione del debole non è un'ingiustizia, ma la naturale conseguenza di un fallimento individuale: il debole "merita" la propria condizione.

Questo paradigma è largamente diffuso nell'industria culturale che l'Occidente consuma quotidianamente. I film, le serie TV e i prodotti d'intrattenimento ambientati nelle scuole e nei college statunitensi mostrano da sempre il bullismo come un elemento strutturale, quasi fisiologico, della vita giovanile. La divisione geometrica tra "popolari" e loser, l'umiliazione sistematica nei corridoi scolastici accettata come una dura scuola di vita sono tropi narrativi statunitensi che abbiamo passivamente importato, finendo per interiorizzarli anche nel nostro tessuto sociale.
Per riassumere: una cultura che considera il debole portatore di una dignità intrinseca produce un giudizio morale molto severo sul bullismo; una cultura che assolutizza il successo, lo status e la competizione rischia invece di banalizzarlo o di renderlo più tollerabile.

Di fronte a questa emergenza, una parte della narrativa sociologica contemporanea tende a individuare la causa del bullismo nella cosiddetta "mascolinità tossica" o in un presunto eccesso di virilità. E se non fosse così? Se il vero problema antropologico dell'uomo contemporaneo non fosse l'eccesso di virilità, bensì il suo rifiuto e la sua sistematica negazione?
La virilità autentica non ha nulla a che vedere con la violenza gratuita o la prevaricazione del debole.

Al contrario, la virilità è storicamente e ontologicamente l'antidoto al bullismo. Essa si definisce attraverso la capacità di governare la forza e di metterla al servizio della giustizia: la forza del vero uomo serve per difendere chi non può farlo da solo, per proteggere le donne, i piccoli e gli indifesi, non per calpestarli.
Oggi, tuttavia, sempre più raramente le agenzie educative insegnano questa nobile gestione dell'energia maschile. Al contrario, si punta a negare, colpevolizzare e a guardare con sospetto ogni manifestazione della forza maschile. Il risultato di questa mancata educazione della forza non è una società più pacifica, ma una gioventù fragile e insicura, dove i singoli sfogano la propria debolezza psicologica attraverso l'unico surrogato che conoscono: la prepotenza del bullismo.

Per sconfiggere il bullismo non servono dunque progetti di decostruzione dell'identità o l'adozione di modelli culturali estranei alla nostra storia. Occorre invece riscoprire le radici di quella cultura che ha sempre protetto i più deboli, e tornare a educare i giovani – e i maschi in particolare – a una virilità autentica, intesa come responsabilità, spirito di sacrificio e coraggio protettivo.
Solo restituendo alla forza il suo fine naturale, ovvero la difesa della fragilità, potremo evitare la rassegnata accettazione del bullismo.



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