La pena di morte in Israele divide il mondo ebraico
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L'approvazione alla Knesset della nuova legge che sanziona con la pena di morte i reati definiti "terroristici" sta suscitando reazioni contrarie nel mondo ebraico, perché la pena di morte come regola è contraria alla tradizione giudaica.
C’è un momento nella storia di uno Stato in cui una legge smette di essere una semplice norma e diventa un vero e proprio segnale identitario. Quel momento è arrivato in Israele. La Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato nei giorni scorsi la nuova legge sulla pena di morte, aprendo una frattura profonda che attraversa politica, diritto e coscienza collettiva.
Il provvedimento, sostenuto dal governo guidato da Benjamin Netanyahu e spinto dall’ala più radicale della coalizione, introduce un principio destinato a ridefinire la vita pubblica: per determinati reati denominati “terroristici”, la pena capitale smette di essere eccezione e diventa regola. Non più uno strumento straordinario, ma una risposta ordinaria.
Il governo difende la nuova norma in nome della sicurezza, della deterrenza e della necessità di fronte a una minaccia percepita come costante. Ma la radicalità della legge ha scatenato reazioni che vanno ben oltre la diplomazia o le organizzazioni per i diritti umani, interessano anche una parte significativa del mondo ebraico.
Non è un dettaglio, non è marginale: è un dissenso che nasce dall’interno, da comunità che si riconoscono nell’ebraismo e, spesso, nel progetto stesso dello Stato di Israele. Movimenti riformisti, associazioni liberali, gruppi di intellettuali e rabbini parlano apertamente di “deriva” e di “rottura morale”. La legge è definita una “macchia” non solo politica, ma soprattutto etica.
L’Union for Reform Judaism, una delle principali espressioni dell’ebraismo progressista negli Stati Uniti, ribadisce la propria opposizione alla pena di morte: «Una persona ingiustamente incarcerata può essere liberata, ma chi è stato messo a morte per un crimine che non ha commesso non può essere restituito alla vita». Parole che trovano eco in T’ruah, rete di rabbini e attivisti per i diritti civili, secondo cui l’uso della pena capitale, soprattutto in contesti segnati da disuguaglianze strutturali, rappresenta una negazione dei principi fondamentali della giustizia.
Per comprendere la profondità del dissenso, bisogna guardare alla tradizione ebraica. Nella Torah la pena di morte è prevista per alcuni reati. Ma ciò che conta non è la norma, bensì la sua interpretazione nel tempo. Con lo sviluppo del Talmud, la giurisprudenza rabbinica ha progressivamente ristretto la casistica, rendendola rarissima: servivano testimoni oculari, un avvertimento esplicito rivolto all’imputato e piena coerenza tra le testimonianze. Come ricorda il trattato Makkot 1:10: «Un tribunale che mette a morte una persona una volta in settant’anni è chiamato sanguinario». Alcuni rabbini aggiungono, che se fossero stati essi stessi giudici, nessuno sarebbe mai stato giustiziato.
Pur non abolendo teoricamente la pena capitale, la tradizione rabbinica ne limita drasticamente l’applicazione, sottolineando un principio centrale: la giustizia va esercitata con estrema cautela, soprattutto quando è in gioco la vita. Oggi, con questa legge, quella cautela è scomparsa. Non è solo un cambiamento legislativo: è una cesura morale profonda, che costringe Israele e il mondo ebraico a confrontarsi con una domanda terribile: può uno Stato dichiarare normale ciò che la propria tradizione considera eccezionale? E a quale prezzo?
Alla base di questa impostazione c’è un concetto chiave dell’ebraismo: il valore della vita umana come principio supremo. Il precetto del pikuach nefesh - l’obbligo di salvare una vita - prevale su quasi ogni altra norma religiosa. È una gerarchia di valori che mette al vertice la vita, anche a costo di sospendere altre prescrizioni. È alla luce di questo principio che molti gruppi ebraici progressisti giudicano la nuova legge israeliana. E la giudicano incompatibile con quella tradizione di prudenza, limite e responsabilità che ha caratterizzato per secoli il pensiero ebraico. A rendere ancora più controversa la norma è la sua applicazione concreta. Formalmente, la legge non distingue tra individui.
È qui che la questione assume un carattere ancora più problematico. Non solo pena capitale, ma pena capitale in un contesto di giustizia percepita come diseguale. Per coloro che criticano questa legge, è questa combinazione a rendere la legge particolarmente grave: la massima severità applicata in un sistema che non garantisce piena uguaglianza. Dal lato del governo, la narrazione resta centrata sulla sicurezza. La necessità di proteggere i cittadini, di rispondere alla violenza, di ristabilire deterrenza. Il ministro Itamar Ben-Gvir incarna questa posizione con chiarezza: per lui, la fermezza è un dovere, non una scelta. Ma è proprio questo punto che i critici contestano: una democrazia si misura non solo nella capacità di difendersi, ma nel modo in cui lo fa. E quando la risposta alla violenza rischia di compromettere i principi di giustizia, il confine diventa sottile.
Il risultato è una divisione che non è solo politica. È identitaria.
Per molti ebrei progressisti, la nuova disposizione segna una distanza crescente tra Israele e i valori che essi associano all’ebraismo: giustizia, cautela, rispetto della vita, uguaglianza. Non è una rottura totale, ma è una tensione sempre più difficile da ignorare. Una preoccupazione che si esprime in dichiarazioni pubbliche, prese di posizione, mobilitazioni. E che riguarda, in fondo, una domanda più ampia: che Stato vuole essere Israele? La pena di morte può conciliarsi con la tradizione ebraica?
La storia offre risposte complesse, sfumate, spesso contraddittorie. Ma il dibattito odierno sembra spostarsi su un altro piano: non quello della possibilità teorica, ma quello pratico e concreto. E nella realtà di oggi - segnata da conflitti, disuguaglianze e sistemi giudiziari imperfetti - molti gruppi ebraici progressisti arrivano a una conclusione netta: non così, non in questo modo, non a questo prezzo.
Perché quando la legge diventa strumento di divisione, quando la giustizia appare selettiva, quando la vita stessa entra nel calcolo del potere, allora non è solo una norma a cambiare. È il significato stesso della giustizia. E, forse, l’idea di ciò che una società decide di essere.
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