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A Strasburgo

La mostra sui nascituri che fa paura alla sinistra

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Al Parlamento europeo vengono esposti 14 pannelli che mostrano lo sviluppo del bambino nel grembo materno. La sinistra italiana e straniera insorge, fino a chiederne la rimozione (non concessa). Un caso che conferma le contraddizioni dell’ideologia, che teme la realtà.

Editoriali 18_09_2026
Mostra sui nascituri al Parlamento europeo (foto Pro Vita e Famiglia)

«L’avventura della vita ha inizio al momento del concepimento, quando lo spermatozoo del padre feconda l’ovulo della madre, generando lo zigote, il primo stadio di un essere umano nuovo, unico e irripetibile». Sono parole che si potrebbero leggere in qualunque libro di biologia e che fanno parte di una mostra in 14 pannelli, intitolata Just EUman - Come nasce un cittadino europeo, in cui si descrivono le varie fasi dello sviluppo della vita umana prenatale, dal concepimento al nono mese. La mostra, promossa dall’eurodeputato Paolo Inselvini (Fratelli d’Italia – gruppo Conservatori e Riformisti Europei) e curata da Pro Vita & Famiglia, è stata visibile dal 14 al 17 settembre a Strasburgo, presso la sede del Parlamento europeo. Quattro giorni soltanto: questo era il tempo dell’autorizzazione, eppure c’è chi – cioè la sinistra e i suoi sodali – ha provato a farla rimuovere prima del dovuto.

«Un ripudio dei valori europei», «una ferita alla democrazia», «un oltraggio a tutte le donne», l’immancabile «ritorno al Medioevo» e via dicendo. Nei commenti dei giorni scorsi contro la mostra c’è tutto l’armamentario degli slogan inventati negli ultimi decenni dalla propaganda abortista per far passare come “libera scelta” ciò che libera scelta non è: l’uccisione di un essere umano innocente. Commenti che provengono da nomi noti della politica italiana come Alessandra Moretti (Partito Democratico), Ilaria Salis (Alleanza Verdi e Sinistra), Carolina Morace e Valentina Palmisano (Movimento Cinque Stelle), e anche da europarlamentari stranieri come la francese Manon Aubry. Proprio Aubry, copresidente del gruppo della Sinistra, ha scritto quello che appare il commento più paradossale, perché si dà la classica zappa sui piedi: «L’aborto è un omicidio. È questo, in sostanza, il messaggio che il Parlamento europeo sta diffondendo nei propri corridoi attraverso una mostra contraria alla libertà di scelta, la quale sostiene che l’embrione sia una vita umana fin dal concepimento». E cosa sarebbe se non vita umana? Un commento tragicomico, che conferma come l’ideologia si accompagni all’ignoranza della più elementare realtà biologica, che ci dice che la vita è un continuum, il cui inizio è chiaramente il concepimento.

Non paga, la Aubry aveva anche scritto alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, per chiederle la rimozione della mostra (che come accennato si è regolarmente tenuta fino al giorno concordato, cioè fino a ieri). E alla sua lettera si erano associati l’altro copresidente della Sinistra, Martin Schirdewan, e le presidenti dei Socialisti e Democratici (Iratxe Garcia Perez) e dei Verdi (Terry Reintke). Un intervento immediato della Metsola era stato chiesto anche da Ilaria Salis, mentre Carolina Morace ha addirittura invocato l’apertura di «un’indagine interna per verificare che tutte le procedure siano state rispettate». Il cortocircuito è evidente: abbiamo persone, esponenti politici, che da un lato parlano di democrazia e libertà di scelta e, dall’altro, vorrebbero censurare una mostra che dà informazioni scientificamente pacifiche. L’esposizione aveva il fine di informare affinché «chi deve legiferare possa prima guardare e toccare con mano cosa dimostra la scienza»: da quando questo sarebbe vietato?

Il punto è che gli abortisti non riescono a sopportare una mostra come quella di Strasburgo perché è la rappresentazione plastica della realtà, cioè che ognuno di noi è passato da ciascuno degli stadi descritti in quei 14 pannelli e che non può esistere “diritto” né “valore europeo” se non viene riconosciuto a monte il diritto alla vita, a partire da quello dei nascituri. A chi, come la Moretti, lamenta che la mostra «calpesta il diritto delle donne a scegliere del proprio corpo», va ricordato che il corpo di cui si decide con l’aborto volontario è quello di un’altra persona, che è tale fin dal concepimento e perciò portatrice di tutti i diritti che ne conseguono (cfr. Donum Vitae e Dignitas Personae). Questa verità evidentemente sfugge a dei rappresentanti di un’istituzione, il Parlamento europeo, che da tempo ormai si “distingue” per provvedimenti radicali, vedi il voto con cui è stata approvata la risoluzione per chiedere l’inserimento del «diritto all’aborto» nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; e ciò nonostante la materia sfugga alle competenze della stessa Ue (tant’è che servirà il voto unanime di tutti gli Stati membri per rendere eventualmente effettiva la suddetta modifica).

Ai funerali civili di Emma Bonino, il segretario di +Europa, Riccardo Magi, ha tessuto le lodi della defunta, dicendo che lei «non ha avuto mai paura di criticare le istituzioni, fino ad attuare la disobbedienza verso leggi che riteneva ingiuste». Tra quelle che la Bonino combatteva come “ingiustizie” vi erano le norme che proibivano l’aborto. La sua è stata una battaglia alla rovescia, che ha contribuito a normalizzare ciò che prima tutti riconoscevano giustamente come un male. E quanto successo con la mostra a Strasburgo conferma che la normalizzazione dell’aborto è giunta al punto di negare all’altro anche la più basilare e fondata libertà di espressione: dimostrare che quello che si uccide è un essere umano, il più indifeso tra tutti; e che è proprio una legge di questo tipo – contrapposta alla legge morale naturale – ad essere ingiusta. Ma questa è una disobbedienza che il potere non ammette.