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FORUM ECONOMICO

La lezione di Davos: è la narrazione che guida il cambiamento

Al Forum di gennaio meno leader politici e massiccia presenza di media globali: l'obiettivo di limitare la libertà e la privacy esige una narrazione degli avvenimenti capace di convincere le persone della necessità e dell'urgenza dell'iniziativa per creare un futuro migliore. Primo passo per resistere: non confondere la globalizzazione economica (buona) con il globalismo ideologico (cattivo).
- DA DAVOS A NEW YORK: IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO, di John Rao

Economia 01_02_2023

«La Cooperazione in un Mondo Frammentato: Affrontare le crisi pressanti, gestire le sfide del futuro»: questo il tema del convegno internazionale tenutosi nella settimana dal 16 al 20 gennaio 2023 a Davos, nelle Alpi svizzere, nuovamente a pieno regime dopo le edizioni in formato ridotto e on-line per via dell’epidemia CoViD-19. All’appuntamento annuale del World Economic Forum hanno partecipato quasi 3.000 “global leader”, tra cui 50 capi di stato, oltre 350 leader di governo, 19 banchieri centrali, 1.500 business leader, di cui circa 600 amministratori delegati delle principali aziende mondiali, e capi delle grandi agenzie di comunicazione mondiali. Di che cosa hanno discusso i “grandi” della Terra?

«Altezze reali, Eccellenze, distinti Capi di Stato e di Governo, cari partner e amici del World Economic Forum […] All’inizio di quest’anno siamo confrontati con sfide multiple e senza precedenti …] che spingono verso una crescente frammentazione e competizione […] Noi abbiamo la capacità di creare, in modo collaborativo, un mondo più pacifico, resiliente, inclusivo e sostenibile […], di trasformare le sfide in opportunità». Così inizia, con compiaciuta solennità, il discorso inaugurale del Forum 2023 (svoltosi dal 16 al 20 gennaio) tenuto dal prof. Klaus Schwab, fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum.

È dal lontano 1971 che a Davos si ritrovano i potenti del mondo, sia del settore privato che di quello pubblico. La mission del WEF, d’altronde, è proprio quella di essere «l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione Pubblico-Privato […] che ingaggia i principali leader, politici, economici, culturali e altri, per modellare le agende globali, regionali e settoriali». Nell’edizione di quest’anno si nota una partecipazione inferiore a quella usuale dei leader politici: è presente Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, ma mancano i Presidenti statunitense e cinese, Joe Biden e Xi Jinping, oltre al Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, che ovviamente non è stato invitato. Dei premier dei Paesi del G7 è presente solo il cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Da segnalare, per contro, una massiccia presenza di media globali, il cui ruolo è quello di sostenere a una voce la grande narrazione portata avanti dal WEF. Come sostiene Schwab, infatti, «le nostre azioni e reazioni umane […] sono determinate dalle emozioni e dai sentimenti: le narrazioni guidano il nostro comportamento» (Cfr. Klaus Schwab, Thierry Malleret, COVID-19: The Great Reset, Forum Publishing 2020). Oltre alla guida politica dei flussi degli investimenti e delle regolamentazioni, l’«iniziativa del Great Reset» attribuisce un ruolo centrale alla narrazione: in considerazione dei costi e delle limitazioni a privacy e libertà per la ristrutturazione completa del sistema , economico, sociale e politico che ci si prefigge di attuare, è infatti fondamentale convincere le persone della necessità e dell’urgenza dell’iniziativa, per salvare il pianeta e creare un futuro migliore (Cfr. Klaus Schwab, Thierry Malleret, The Great Narrative, For a Better Future, ed. Forum Publishing, 2021).

Nei confronti del Forum di Davos credo che occorra evitare due atteggiamenti speculari: da un lato, credere che tutto sia deciso in tale contesto e quindi non ci siano spazi di azione; dall’altro, pensare che si tratti solo di una “settimana bianca” di VIPs, per distrarsi un po’. Il primo atteggiamento porterebbe alla rassegnazione, al pessimismo e al disimpegno, col rischio di scivolare anche in derive “complottistiche”; il secondo porterebbe a ignorare quanto si dice in tale contesto, ritenendolo poco rilevante. In realtà, e l’esperienza degli ultimi anni ce l’ha insegnato ad abundantiam, molte decisioni poi programmate e implementate dai governi sono state anticipate proprio a Davos: dall’identità digitale alle divise digitali delle Banche Centrali, dalle metriche ESG (Envinronmental, Social, Governance) alla base della cosiddetta finanza sostenibile, alle politiche sanitarie di lockdown, ai ricatti vaccinali e alla certificazione “verde”.

Allo stesso tempo, tuttavia, molti dei fatti poi accaduti non sono stati per nulla previsti dal WEF, tra tutti lo scoppio di una guerra convenzionale ad alta intensità nel cuore dell’Europa e l’esplosione dell’inflazione. Proprio il conflitto in Ucraina è stato uno dei punti centrali del forum, con sullo sfondo il rischio di un possibile deterioramento dei rapporti anche tra la Cina e Taiwan e una conseguente ulteriore frammentazione a livello geopolitico.

Ciò potrebbe comportare un ulteriore passo indietro della cosiddetta “globalizzazione economica”, quel processo di forte crescita dell’interscambio commerciale e finanziario intensificatosi esponenzialmente a partire dalla fine della guerra fredda, che ha consentito un costante miglioramento delle condizioni di vita, in particolare nei Paesi in via di sviluppo.
A tal proposito, occorre puntualizzare che il mito della crescita come un gioco a somma zero, come sostenuto dallo studio dell’organizzazione non governativa Oxfam in occasione proprio del WEF (qui e qui), per cui se aumentano i ricchi allora aumentano inevitabilmente anche i poveri, è smentito dai dati.

Fino allo scoppio della cosiddetta pandemia, infatti, aumentavano i ricchi ma contemporaneamente diminuiva il numero dei poveri, proprio grazie al libero scambio e al riconoscimento della proprietà privata, con un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione mondiale, a partire dai più poveri.
Una tendenza che si è purtroppo esaurita negli ultimi anni, sia per la gestione scellerata dei lockdown che ha portato a una frammentazione delle filiere produttive e distributive, sia per gli errori legati ai sotto investimenti nei combustibili fossili che hanno creato scarsità energetica, sia per le politiche monetarie e fiscali ultra-espansive degli ultimi lustri: un mix micidiale all’origine dell’inflazione, questa sì a danno soprattutto dei poveri e del ceto medio, dei piccoli risparmiatori e dei titolari di redditi fissi.

Mentre è giusto, anzi doveroso, criticare l’ideologia globalista del WEF, che spinge per una governance globale di tipo politico, in una prospettiva di globalismo ideologico e di “capitalismo clientelare”, sarebbe invece ingenuo tifare per una diminuzione della globalizzazione di tipo economico, cioè dell’interscambio commerciale e finanziario tra le nazioni, perché ciò spingerebbe all’insù i prezzi, comprometterebbe la crescita e acuirebbe le stesse rivalità geopolitiche. In questo senso le critiche populistiche al “mercato”, oppure ai “ricchi”, solo in quanto ricchi, spinte dall’invidia sociale, sbagliano il target: il problema si presenta invece quando ricchi e potenti si alleano col potere politico per restringere la proprietà privata, la privacy e la libertà economica per il resto della popolazione. Come accade a Davos. 

È necessario, quindi, criticare il neo-corporativismo promosso da Schwab, ma occorre farlo con intelligenza; altrimenti, unendosi al coro dei detrattori del cosiddetto liberismo o neo-liberismo, si porterebbe paradossalmente acqua al mulino dei globalisti, che guardano con sospetto al mercato, alla proprietà privata, alla libertà economica e alla democrazia.

1. continua