• L'EDITORIALE

La Guerra del Golfo e la voce inascoltata di Papa Wojtyla

E' passato inosservato il 20° anniversario della prima Guerra del Golfo. Un'occasione per riflettere sull'appello di Giovanni Paolo II, che chiese invano di non attaccare l'Iraq...



C’è un anniversario che nei giorni scorsi è passato inosservato: il ventennale della prima guerra del Golfo, iniziata nel gennaio 1991 dopo che nell’agosto dell’anno precedente Saddam Hussein, il dittatore iracheno, aveva invaso il Kuwait, convinto da precisi segnali che gli Stati Uniti non si sarebbero opposti al suo espansionismo.

Il muro di Berlino era appena caduto, la guerra fredda definitivamente terminata, il nuovo ordine internazionale fece sì che la superpotenza americana si sentì autorizzata a intervenire, pur con l’avallo dell’Onu e senza che Unione Sovietica e Cina si opponessero. Chi si oppose a quella guerra fu Giovanni Paolo II, il quale non taceva certo le colpe di Saddam (parlò di «gravi violazioni del diritto internazionale») ma riteneva che la crisi potesse essere risolta attraverso «un dialogo costruttivo», dato che una guerra avrebbe rischiato di avere drammatiche ripercussioni in tutto il Medio Oriente.

Nel messaggio Urbi et orbi del 25 dicembre, Papa Wojtyla ricordò alle Nazioni Unite ma anche al dittatore iracheno che «la guerra è un’avventura senza ritorno», mentre il 16 gennaio, a ultimatum dell’Onu a Saddam per l’evacuazione del Kuwait ormai scaduto, il Pontefice disse: «mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza; mai questa guerra nel Golfo Persico».

Giovanni Paolo II insistette perché l’Europa fosse unita di fronte a questa nuova crisi internazionale, e potesse rappresentare un bilanciamento del potere degli Stati Uniti, rimasti ormai l’unica superpotenza sulla scena mondiale. La guerra, invece, scoppiò il 17 gennaio, con il bombardamento di Baghdad, e senza che il Vaticano fosse nemmeno preavvertito dal presidente George Bush padre. A dare la notizia all’allora «ministro degli Esteri», l’arcivescovo Jean Luis Tauran, fu infatti un giornalista, mentre l’allora presidente della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, chiamava il segretario di Stato Angelo Sodano per comunicargli l’inizio dell’attacco contro l’Iraq.

Come sempre più spesso accade nelle guerre moderne, anche quella fu «vinta» in primo luogo sul piano della manipolazione delle informazioni. Agenzie pubblicitarie internazionali confezionarono notizie false (da quella secondo cui gli iracheni avrebbero tolto elettricità alle culle termine negli ospedali di Kuwait City facendo morire i neonati a quella dell’accorato racconto di una giovane sopravvissuta che si scoprirà essere invece figlia di uno sceicco kuwaitiano da anni lontana dal suo Paese, che aveva recitato un copione scritto da professionisti della comunicazione), la stesso uso delle basi militari saudite venne ottenuto dalle truppe americane grazie a fotografie satellitari taroccate.

Il Papa, a guerra iniziata, levò sempre la sua voce in difesa di tutti: di Israele colpita dai missili iracheni, come pure dell’incolpevole popolazione dell’Iraq, che pagò il prezzo più alto. La volontà di limitare al massimo le perdite di vite dei propri soldati, aveva portato gli americani a combattere una guerra avvalendosi di strumenti elettronici, colpendo solamente obiettivi militari. In realtà, proprio questi nuovi strumenti, che si pretendevano perfetti e indolore (le bombe «intelligenti»), provocarono gravissimi danni alle popolazioni civili.

Com’è noto, la prima Guerra del Golfo si concluse senza l’entrata delle truppe americane a Baghdad e senza il rovesciamento di Saddam. Che sarebbe avvenuto, invece, al termine della seconda guerra, iniziata nei primi mesi del 2003. Un anno e mezzo prima, l’attentato alle Torri Gemelle aveva cambiato il volto del pianeta, mostrando come un terrorismo nichilista e fondamentalista fosse ormai in grado di portare attacchi terribili nel cuore dell’Occidente. Anche allora, dodici anni dopo, Giovanni Paolo II, ormai anziano e malato, tentò il tutto e per tutto chiedendo ai suoi «giovani» interlocutori che governavano il mondo, di ascoltare la voce di un vecchio testimone degli orrori della Seconda guerra mondiale.

Anche allora per giustificare l’attacco davanti all'opinione pubblica furono utilizzate informazioni di intelligence rivelatesi false, che indicavano nel regime dittatoriale iracheno una minaccia a causa delle armi di distruzione di massa che avrebbe fabbricato e nascosto. Armi che non c’erano né ci sono mai state. L’esito di questa politica è stato un caos maggiore nell’area mediorientale.

L’Iraq, Paese governato da un dittatore feroce e sanguinario ma dove non c’era terrorismo, è stato trasformato in un nuovo Vietnam, dove ora i cristiani vengono considerati un corpo estraneo e insieme ai musulmani sunniti e sciiti sono vittime di attacchi incrociati e di una catena infinita di attentati. A vent’anni dalla prima e a otto anni dalla seconda Guerra del Golfo è sotto gli occhi di tutti che la voce ragionevole e profetica del Papa meritava di essere ascoltata.

Con quelle guerre a complicarsi è stato tutto il quadro mediorientale, e la soluzione che si pensava di ottenere con gli interventi militari nel Golfo, non è stata raggiunta. Non si è stabilizzata la situazione, ma anzi si è finito per complicarla.

Dona Ora