Curdi usati e gettati. Fine del mito del Rojava
La regione del Rojava era diventata, in Occidente, il mito della resistenza dei curdi contro l'Isis, Kobane la loro Stalingrado. Oggi agli americani non interessa più la causa curda e al Sharaa ha posto fine alla loro autonomia con la forza.
Usati e gettati, ora sconfitti e costretti a scendere a patti: potrebbe essersi conclusa così (salvo recrudescenze) la triste storia dei curdi di Siria. Un accordo siglato il 30 gennaio fra il comando locale curdo e il nuovo governo siriano ha posto fine, almeno per ora, alla nuova guerra civile siriana.
Non è passato molto tempo da quando il Rojava, la regione curda nel nordest della Siria, era il mito della lotta contro l’islamismo dell’Isis, quando la città di Kobane, assediata dai jihadisti, era diventata la Stalingrado mediorientale in cui si era infranta l’offensiva dei seguaci fanatici di Al Baghdadi. Si parla di appena undici anni fa, nell’autunno del 2014. Oggi Kobane resta l’unica città in mano curda, assediata da due settimane da altre truppe jihadiste: quelle fedeli al governo di Al Sharaa. Ma stavolta, gli americani stanno dalla parte di Damasco, i curdi non servono più.
La decisione di cambiare campo è stata presa dal presidente Donald Trump a novembre 2025, quando la Siria è ufficialmente entrata (con il nuovo governo islamico) nella coalizione internazionale anti-Isis. In quel momento, le Sdf, le milizie costituite da curdi, arabi e assiro-siriaci contro l’Isis, hanno cessato di essere il principale strumento della politica anti-jihadista degli americani e sono diventate semplicemente un problema di mancata coesione territoriale della nuova Siria.
Da più di un decennio, i curdi del Rojava sono, di fatto, indipendenti. Contrariamente al resto del paese in guerra, costituivano un’oasi di pace, anche grazie alla protezione dei militari americani presenti nell’area. Hanno sviluppato l’unica area amministrativamente ordinata e tollerante della Siria dove le persecuzioni religiose ed etniche, pur essendoci, erano su scala molto più ridotta rispetto alle regioni occupate dalle milizie jihadiste. Il nucleo duro delle Sdf, la milizia curda dell’Ypg, addestrata ed equipaggiata dagli americani, era politicamente affine al Pkk ed è sempre stata avversata dalla Turchia per questo motivo. Ma la protezione americana (sempre in funzione anti-Isis) ha sempre impedito a Erdogan di far piazza pulita di questa milizia oltre confine.
Che i turchi avessero questa intenzione era già stato dimostrato nel 2019: al primo annuncio di ritiro delle forze americane dalla Siria, da parte della prima amministrazione Trump, Erdogan aveva immediatamente occupato una “fascia di sicurezza” nel nordovest siriano, cacciando le milizie curde che lo presidiavano e costringendo alla fuga la popolazione locale. Il Rojava rimaneva indipendente (di fatto) solo perché, cambiando idea, Trump aveva mantenuto le basi statunitensi nel nordest siriano.
Ma ora la priorità di Trump è tornata ad essere quella del ritiro completo dalla mezzaluna fertile, sia dalla Siria che dall’Iraq. In Siria si fida della collaborazione del governo di al Sharaa. Secondo il conteggio del Middle East Institute, americani e siriani hanno finora condotto (da novembre 2025 a gennaio 2026) undici operazioni congiunte contro le cellule dello Stato Islamico, oltre ad altre missioni compite assieme al Ministero dell’Interno di Damasco per sventare attentati terroristici. Ma un conto sono le operazioni congiunte, tutt’altro sarà lo scenario dopo il ritiro americano. Al Sharaa, “ex jihadista” vicino ad Al Qaeda, condurrà davvero una lotta al jihadismo dell’Isis, autonomamente e senza l’apporto esterno o il controllo degli Usa? Che gli americani intendano ritirarsi davvero è dimostrato anche dal loro rapido disimpegno dal vicino Iraq, a seguito di un accordo con il governo locale. La base aerea di al Asad, nella provincia settentrionale di Anbar, è stata lasciata dalla coalizione internazionale (a guida Usa) lo scorso 19 gennaio.
Il cambio di postura americano ha permesso ad al Sharaa, con il beneplacito e l’appoggio di Erdogan, di lanciare la sua offensiva contro le Sdf, con cui persisteva una fragile tregua dopo gli accordi curdo-siriani del marzo 2025, per altro mai rispettati (le milizie del nordest avrebbero dovuto integrarsi interamente nell’esercito siriano). Dopo aver cacciato i curdi da Aleppo, il 18 gennaio le milizie fedeli ad al Sharaa hanno passato il fiume Eufrate e proseguito nella loro marcia verso nordest, con il solito strascico di violenze contro popolazione e prigionieri di guerra curdi, condannati come “nemici di Dio”, umiliati, spesso trucidati sul posto. Le stesse scene, insomma, a cui abbiamo assistito ai danni degli alawiti nell’ovest del paese e poi dei drusi nel sud. Dopo Aleppo, i siriani fedeli a Damasco hanno confinato i curdi nelle roccaforti di Hasakah, Qamishilo e, ancora, Kobane, tornata ad essere ancora una città sotto assedio.
A questo punto, però, come nel 2019 gli americani devono aver realizzato che a lasciar troppa carta bianca ai turchi e ai loro alleati, ci avrebbe perso l’America (in termini di sicurezza) e guadagnato l’Isis. Un episodio rivelatore è la conquista, da parte delle forze di al Sharaa, del carcere di al Shaddadi, dove circa 200 jihadisti di basso rango sono riusciti a fuggire. Gli americani, con la collaborazione di forze siriane leali, hanno cercato di riacciuffarli, ma ne hanno ripresi meno della metà. Gli americani hanno avviato un ponte aereo per trasferire almeno 7mila miliziani dell’Isis dal nord-est della Siria all’Iraq.
Alti funzionari statunitensi, secondo fonti del Wall Street Journal, hanno iniziato a temere che una nuova offensiva militare siriana contro le forze curde potesse destabilizzare la Siria e dividere ulteriormente due partner cruciali per la lotta allo Stato islamico. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, facendo proprie queste preoccupazioni, ha dichiarato di essere “sempre più preoccupato” per l’operazione di Damasco (e in collaborazione con la Turchia) contro i curdi, e ha aggiunto che i combattenti curdi controllano 9mila prigionieri dello Stato islamico in tutto il paese. «Se succede qualcosa ai curdi, avremo difficoltà a reclutare alleati in futuro», ha dichiarato il senatore Graham in un'intervista. «Il peggior risultato per la regione in America è che i curdi vengano abbandonati. Non c'è motivo per cui debbano essere puniti per aver aiutato l'America».
Queste preoccupazioni di Washington spiegano l’attivismo diplomatico statunitense, anche ad alto livello, per giungere a una cessazione delle ostilità, il prima possibile. L’inviato speciale del presidente Trump per la Siria e il Libano, nonché ambasciatore in Turchia, Tom Barrack , e l'ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, si sono confrontati quotidianamente con entrambe le parti per scongiurare un'offensiva più ampia. Lo stesso vicepresidente JD Vance ha parlato con Sharaa per esortarlo a risolvere le divergenze con i curdi, secondo una fonte del Wall Street Journal.
Il 30 gennaio si è arrivati così alla firma degli accordi fra il governo di al Sharaa e il comandante delle forze curde del nordest della Siria, Mazloum Kobane. Il nuovo accordo è considerato migliore rispetto a quello di marzo, dal punto di vista curdo. Le Sdf verranno integrate nell’esercito siriano regolare, ma con una loro divisione, formata da tre brigate costituite interamente dai loro miliziani. Per Kobane si prevede invece un presidio di forze curde organizzate in una brigata indipendente. Ma non è prevista alcuna vera autonomia politica del Rojava.

