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La crisi dei missili di Cuba non fu l'Apocalisse

John Fitzgerald Kennedy risolse pacificamente la crisi dei missili di Cuba, quando si temette lo scoppio della guerra nucleare. Ma a 50 anni di distanza, quel braccio di ferro fra Usa e Urss appare un po' meno apocalittico.

Washington, come sarebbe rimasta se...

Cinquanta anni fa moriva John Fitzgerald Kennedy, in un attentato che tuttora è circondato dal mistero più fitto. Il presidente cattolico e progressista è comunque ricordato dai più come niente po’ po’ di meno che il salvatore dell’umanità. La storiografia più diffusa, negli Usa come in Europa, vuole che sia stato soprattutto lui a salvare il mondo dalla guerra atomica, durante la breve ma intensissima crisi dei missili di Cuba, nell’ottobre del 1962.

Si temette l’estinzione dell’uomo per mano dell’uomo soprattutto in quel 22 ottobre 1962, quando l’allora presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, annunciò in televisione l’individuazione di missili nucleari sovietici a Cuba, alle porte degli Usa. Da quel momento, per i successivi 13 giorni, ogni piccola scintilla avrebbe provocato una guerra atomica. O almeno così si pensa tuttora. Ma siamo davvero arrivati vicini alla fine del mondo?

I documenti statunitensi contribuiscono ad alimentare ulteriormente questa convinzione. Specie se si considera che le forze nucleari strategiche degli Usa arrivarono al massimo dell’allerta in tempo di pace (Defcon-2). Può essere molto più rassicurante, invece, leggere i documenti sovietici. Nel 1993, a Guerra Fredda finita e Urss collassata, il generale sovietico Anatolij Gribkov pubblicò un lungo articolo sulla crisi cubana. Gribkov partecipò ad Anadyr, l’operazione segreta che permise l’installazione missili nucleari sovietici sotto il naso degli americani. I missili avrebbero dovuto essere annunciati pubblicamente in occasione della prevista visita di Chrushev a Cuba, nel novembre successivo. Fino al 14 ottobre andò tutto bene, per i sovietici. Poi un aereo da ricognizione d’alta quota americano (un U2) rovinò la sorpresa.

Nell’ottobre del 1962, a Cuba erano già installati missili nucleari sovietici a medio e corto raggio. Da qui nasce e persiste tuttora l’idea che una sola scintilla avrebbe scatenato l’inferno. Ma secondo la testimonianza del generale Gribkov, una guerra nucleare era tutt’altro che scontata. Sin dal 22 ottobre, le direttive di Mosca erano caratterizzate da un’estrema prudenza. Nessun ufficiale presente a Cuba era autorizzato a usare armi atomiche, né disponeva dei codici di lancio.

Un analista statunitense della Cia, William T. Lee, uno dei massimi esperti di armamenti sovietici, indicava, in un articolo del 1995 (“The nuclear brink that wasn’t - and the one that was”, pubblicato sul Washington Times), altre ragioni per la prudenza di Mosca. L’Urss non era affatto pronta ad affrontare una guerra nucleare con gli Stati Uniti. «Nel 1962 – scrive William T. Lee – il livello complessivo di preparazione delle forze militari sovietiche era basso; solo 3 milioni di uomini erano in servizio attivo. La preparazione di una guerra contro la Nato, nel 1962, avrebbe richiesto uno sforzo di mobilitazione ancora superiore a quello effettuato durante la Guerra di Corea, quando i sovietici mobilitarono segretamente circa 3 milioni di riservisti, con circa mezzo milione di camion presi dal settore agricolo. Una mobilitazione massiccia di uomini e trasporti su ruote, oltre all’addestramento delle unità militari, avrebbe dovuto avere inizio ben prima delle prime installazioni di missili a Cuba. Una mobilitazione delle industrie e un drastico cambiamento nella pianificazione economica, sarebbe stato necessario. Al di là di limitati stati di allerta militare, non c’è traccia di tutte queste misure nel biennio 1961-62».

Infine, ma non da ultimo, secondo l’analista della Cia, «Ancor più importante dell’inferiorità delle forze convenzionali e nucleari, nel 1962 il Politburo era convinto che la tendenza nel lungo periodo nel rapporto di forze – politiche, economiche, militari e sociali – sarebbe stata favorevole a loro (ai sovietici, ndr). Chrushev era sicuro che l’Unione Sovietica avrebbe seppellito l’Occidente con il suo comunismo ‘dal volto umano’. Insomma, l’Unione Sovietica era mal preparata ad un’eventuale guerra con gli Stati Uniti e la Nato nel biennio 1961-62 e, dato il paradigma del Politburo sulla storia, sarebbe stato il momento meno opportuno per scatenarla». Insomma, ai vertici sovietici non sarebbe servita una guerra per esportare il comunismo: a loro sarebbe bastato sedersi e attendere che il mondo virasse spontaneamente verso il socialismo.

Nonostante tutto, il mito della “apocalisse imminente” del 1962 persiste. In parte per motivi psicologici. Detto in soldoni: in tanti, allora, si presero una strizza colossale. Ma quel che contribuisce a tenere ancora in piedi la narrativa della “quasi apocalisse” è anche (e forse soprattutto) un mito politico: quello di Kennedy. Ogni storia contiene la sua morale e il suo eroe.

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