La corredenzione e il parallelo Maria-Abramo
Con riferimento esplicito alla corredenzione mariana, il beato Giacomo Alberione scrive più volte del parallelo fra Abramo e Maria, spiegando che lei, «più forte di Abramo, offrì il suo Unigenito al Padre, rimanendo ferma nella fede e nel proposito di tutto soffrire per la redenzione del mondo».
Sono proprio le Scritture «ad attestare che Dio ha in effetti voluto associare la Madre all’opera di Redenzione del Figlio». Così concludevamo domenica scorsa l’articolo dedicato a mostrare la presenza della Corredentrice negli scritti del beato Giacomo Alberione. Gli scritti del fondatore della Famiglia paolina ci permettono anche di prendere coscienza che la corredenzione mariana, ossia la partecipazione attiva e immediata di Maria Santissima all’opera della Redenzione compiuta dal Figlio, è un dato che emerge con estrema forza nei testi delle Scritture, sebbene, ad una lettura superficiale, ci si possa persuadere del contrario.
Un testo chiave lo si trova senza dubbio nel Vangelo di Giovanni (cf. Gv 19, 25-27), in cui quello “stare” di Maria sotto la Croce non indica una semplice presenza, ma un’associazione alla Redenzione: «Maria fu associata al Figlio nella Passione del Calvario […]. Maria aveva un certo diritto sul Figlio: l'offerse, in quanto suo, al Divin Padre per la redenzione del mondo. In tutto unita al Cuore del Figlio, che volontariamente pativa e moriva, sempre faceva sue le intenzioni di Lui. Più perfetta di Abramo che preparò tutto il sacrifizio del figlio, per la Divina Volontà, Maria sentì nel suo Cuore, con la volontaria presenza, i dolori di Gesù nella Crocifissione, agonia, morte» (Maria, nostra speranza, I, 1938, pp. 68-69).
È evidente che don Alberione comprende la presenza di Maria ai piedi della Croce come un’unione intima alle intenzioni del Cuore di Cristo e alle sofferenze del Figlio, associando così il suo sacrificio a quello del Redentore. Ma a colpire particolarmente è il parallelo fra Abramo e Maria, che ritorna anche in altre occasioni sotto la penna del beato Alberione, con riferimento ancora più esplicito alla corredenzione mariana, sottolineando in particolare la sua offerta del Figlio per la redenzione degli uomini: «È l'ora: Ella dev'essere Corredentrice ed è là, più forte di Abramo ad offrire il Figlio al Padre celeste» (Maria, nostra speranza, II, 1939, p. 77); «sul Calvario ai piedi della croce, immersa in un mare di dolore e di amore, Maria non venne meno nella fede. Più forte di Abramo, offrì il suo Unigenito al Padre, rimanendo ferma nella fede e nel proposito di tutto soffrire per la redenzione del mondo» (Maria, nostra speranza, III, 1940, p. 147-148).
Il parallelo Abramo-Maria è particolarmente importante. Praticamente nessuno, anche in ambito protestante, dubita che Maria, aderendo pienamente all’annuncio dell’Angelo, abbia manifestato una fede superiore a quella di Abramo; il patriarca infatti credette che da una donna sterile potesse scaturire una progenie più numerosa delle stelle del cielo, ma Maria ebbe una fede ancora più grande, credendo che Dio avrebbe potuto farsi uomo, nascendo da lei, vergine, senza concorso d’uomo e che questo Figlio era il primogenito di ogni creatura, principio e primogenito di coloro che risuscitano dai morti, capo della Chiesa (cf. Col 1, 15.18).
Questo parallelo fondato sulla grandezza della fede di Abramo e di Maria non può però fermarsi all’Annunciazione. Abramo infatti manifestò la sua fede in modo sommo, quando accettò di offrire il proprio figlio all’Altissimo; e Maria Santissima non fu da meno, accettando di offrire il proprio Figlio, predestinato a morire per salvare gli uomini dal peccato. La fecondità straordinaria di questo parallelo emerge scandagliando il senso profondo del sacrificio di Isacco, avvalendoci delle tradizioni midrashiche relative alla legatura di Isacco (‘Aqedah); in questi testi appare chiaro che non fu solo Abramo a offrire Isacco, ma fu lo stesso Isacco ad offrire se stesso: Isacco non subì la legatura, ma egli stesso chiese al padre di legarlo e offrirlo in sacrificio, per compiere il comando di Dio. Così, a titolo riassuntivo, lo splendido testo del Midrash Wajjoshà: «Subito Isacco tremò e si scossero le sue membra, perché comprese il pensiero di suo padre, perché non c’era nulla nella sua mano da offrire in olocausto. Tuttavia si fece forza e disse a suo padre: Se è vero che il Santo – benedetto egli sia – mi ha scelto, ecco la mia anima è donata a lui. E Isacco accettò con pace la sua morte per adempiere il precetto del suo creatore. Gli disse allora Avraham: Io so al tuo riguardo, figlio mio, che tu non ti opponi al comando del tuo creatore e al mio comando. Rispose Isacco a suo padre: Padre mio, fa’ presto! Compi il volere del tuo creatore ed egli compirà il tuo».
Nel commento di Rabbi Shelomoh ben Yishaq, più conosciuto come Rashi di Troyes (1040-1105), al passo di Gn 22, 8, possiamo notare come fosse ben presente la consapevolezza che Abramo e Isacco avevano un’unica volontà di offrirsi in sacrificio a Jahvè, ciascuno nel modo che gli veniva chiesto: «Dio provvederà da sé l’agnello – Dio vedrà e si sceglierà da sé l’agnello, ma se non vi sarà alcun agnello per l’olocausto, sarai tu, figlio mio, l’agnello per l’olocausto. Sebbene allora Isacco comprendesse che andava a esser sgozzato, ciononostante andarono tutti e due insieme, con lo stesso cuore».
Questi testi di rara bellezza e singolare importanza ci permettono di penetrare la profondità del parallelo Abramo-Maria accennato dal beato Alberione. Il sacrificio dell’Antica Alleanza, da cui è nato il popolo eletto, è stato il sacrificio congiunto di Abramo e di Isacco: il primo offrendo la lacerazione del proprio cuore di padre, chiamato ad offrire non solo un figlio, ma l’unico figlio della promessa; il secondo offrendo anche le proprie membra in olocausto a Jahvè, che lo aveva richiesto come vittima. Due offerte diverse, lo «stesso cuore», come scriveva Rashi. Un secondo aspetto emerge da questi testi: Isacco e Abramo si esortano a vicenda a compiere il comando dell’Altissimo, ma Isacco, che è l’unica vittima sacrificale, non può essere offerto se non per il consenso paterno, consenso che si attua nello stendere la mano per immolare il figlio.
Altro dettaglio di grande importanza: quando Dio ferma la mano di Abramo, egli, dicono le Scritture, «alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Abramo chiamò quel luogo: “Il Signore provvede”, perciò oggi si dice: “Sul monte il Signore provvede”» (Gn 22, 13-14). In realtà, la traduzione corretta non è “il Signore provvede”, ma “il Signore fu visto”. Che cosa significa che il Signore fu visto sul monte? E perché fu visto nel momento in cui Abramo aveva alzato gli occhi per vedere la vittima che il Signore aveva preparato al posto di Isacco? A spiegare questo testo è l’evangelista Giovanni. Al vertice della tensione della disputa con i farisei narrata nel capitolo 8, Gesù pronuncia questa affermazione enigmatica: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò» (Gv 8, 56). Poco dopo, la sua bocca pronuncia il Nome santo, attribuendolo a se stesso: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono» (Gv 8, 56). Quando Abramo vide il giorno di Gesù e se ne rallegrò? Sul monte Moria, quando la sua mano venne fermata perché non Isacco, suo figlio, doveva essere sacrificato, ma il nuovo Isacco, il Figlio di Dio, l’agnello per l’olocausto che Dio stesso aveva preparato (cf. Gn 22, 8). Gesù rivela così di essere nel contempo Signore Dio, che Abramo vide sul monte, e l’Agnello preparato dal Padre; in lui l’essere Dio e l’essere vittima di espiazione coincidono.
Se dunque Gesù è certamente il nuovo Isacco da immolare sull’altare della croce, dov’è il nuovo Abramo? Esso va cercato sullo stesso monte del sacrificio, sul Calvario, ed è Maria Santissima. Non è lei la vittima sacrificale, non è lei l’Agnello della redenzione, ma è la madre di colui che viene sacrificato, come Abramo ne era il padre; a lei è chiesto quel consenso straziante e pieno di fede che fu chiesto ad Abramo sul monte Moria, consenso più puro e più santo, perché consenso dell’Immacolata, piena di grazia. Cristo offre volontariamente se stesso, ma, come il primo Isacco, egli attende il consenso materno con cui ella stessa lo offre al Padre. Per questo, anche lei ha ricevuto una benedizione analoga – ma più grande – a quella di Abramo. Dio ha esteso al patriarca una benedizione che avrebbe reso «molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare», perché «non mi hai rifiutato il tuo figlio, il tuo unico figlio» (Gn 22, 16-17); Maria Santissima è stata benedetta per divenire la Madre di ogni uomo per cui Cristo ha versato il proprio sangue: «Donna, ecco il tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco la tua madre!» (Gv 19, 26-27). Perché non mi hai rifiutato il tuo Figlio, il tuo unico Figlio.
Redentore e Corredentrice, la spiegazione del beato Alberione
Appoggiandosi alle Scritture, alla Tradizione e al Magistero, il padre della Famiglia paolina affermava la verità della corredenzione spiegando che Gesù, «Mediatore principale per ufficio», associa a Sé sua Madre nell’opera di mediazione: ella, per mezzo di Lui e in Lui, merita così la salvezza dei suoi figli.

