• DIPLOMAZIA

La Cina nomina i vescovi, la protesta vaticana è sterile

Il comunicato con cui la Santa Sede denuncia la violazione dell'accordo segreto sulla nomina dei vescovi da parte della Cina, segna l'inizio di una fase critica del rapporto. In Vaticano comunque si vuole ancora credere (o far finta) che la violazione sia responsabilità di autorità locali fuori controllo. La realtà è però che la Segreteria di Stato vaticana si è infilata in un vicolo cieco.

Monsignor Peng Weizhao

Dopo la nomina unilaterale di un vescovo da parte cinese e la protesta formale della Santa Sede, non c’è dubbio che i rapporti tra Cina e Vaticano siano entrati in una nuova fase, certamente critica e senza una positiva prospettiva di soluzione. Dopo quattro anni di difesa a spada tratta – e contro ogni evidenza - dell’accordo segreto firmato con il regime comunista di Pechino, rinnovato appena un mese fa, la Santa Sede ha diffuso sabato un comunicato in cui denuncia la violazione dell’accordo da parte della Cina.

Cosa è successo? Che in una solenne cerimonia il 24 novembre scorso, il regime cinese ha installato monsignor Giovanni Pen Weizhao vescovo ausiliare di Jiangxi. Il problema è che per la Santa Sede monsignor Pen è già vescovo di Yujiang; e Jiangxi è una diocesi decisa da Pechino ma non riconosciuta da Roma.

Da qui «sorpresa e rammarico» espressi dalla Santa Sede in un comunicato del 26 novembre: «Tale evento, infatti – dice la Santa Sede –, non è avvenuto in conformità allo spirito di dialogo esistente tra la Parte Vaticana e la Parte Cinese e a quanto stipulato nell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi, il 22 settembre 2018.
Per di più, il riconoscimento civile di Mons. Peng è stato preceduto, secondo le notizie giunte, da lunghe e pesanti pressioni delle Autorità locali. La Santa Sede auspica che non si ripetano simili episodi, resta in attesa di opportune comunicazioni in merito da parte delle Autorità e riafferma la sua piena disponibilità a continuare il dialogo rispettoso, concernente tutte le questioni di comune interesse».

Dunque, alla fine anche in Vaticano hanno dovuto riconoscere che le autorità cinesi vanno per la loro strada senza curarsi né del Papa né degli accordi sottoscritti. Peraltro la vicenda mette in rilievo un problema che viene ben prima della decisione sulla nomina dei vescovi, ovvero il numero e il confine delle diocesi. Per la Santa Sede siamo fermi ovviamente alle circoscrizioni esistenti nel 1950: 147 tra arcidiocesi, diocesi, prefetture apostoliche e amministrazioni ecclesiastiche.
Nel frattempo però il regime cinese ha ridisegnato tutti i confini in modo che il territorio delle diocesi coincida con quello delle amministrazioni civili: le diocesi (non ci sono altre distinzioni) sono quindi diventate 97. Una differenza non da poco, e l’incidente della settimana scorsa è legato proprio a questa diversa concezione: nella provincia dello Jiangxi ci sono infatti 5 diverse diocesi, e Yujiang è una di queste. Il vescovo Peng ha accettato alla fine di seguire gli ordini del regime e diventare ausiliario della “nuova” diocesi di Jiangxi, che le raggruppa tutte e 5 e il cui ordinario è monsignor Li Suguang, vice presidente della Conferenza Episcopale cattolica cinese, agli ordini del Partito comunista.

Ora, dobbiamo immaginare che il problema della suddivisione delle circoscrizioni ecclesiastiche sia affrontato in qualche modo nell’accordo sino-vaticano, ma il richiamo «allo spirito di dialogo» nel comunicato vaticano lascerebbe intendere che molte cose non sono state definite nell’accordo e lasciate a negoziati successivi, di volta in volta. L’atto di forza di Pechino fa capire cosa da quelle parti si intenda per «spirito di dialogo».

Non stupisce perciò che monsignor Peng abbia ceduto alle pressioni e abbia alla fine giurato di guidare i cattolici nell’adesione alla «sinicizzazione della Chiesa» e per «adattarsi alla società socialista».  Malgrado fosse stato ordinato vescovo “sotterraneo” nel 2014, e per questo posto agli arresti per sei mesi, non ha fatto altro che seguire l’esempio di Roma che pare non apprezzare chi resiste al regime cinese.

Del resto la reazione vaticana, per quanto sia rilevante e decisa se messa a confronto con la linea della “svendita” dei cattolici cinesi dei quattro anni precedenti, è ancora molto accondiscendente con le autorità cinesi accettando comunque il fatto compiuto (nessuna richiesta di cancellare la nomina) e confermando la «piena disponibilità» al dialogo con Pechino. La versione dei fatti a cui vorrebbe credere la Santa Sede è infatti quella spiegata dai grandi sponsor dell’accordo sino-vaticano, come Agostino Giovagnoli, docente di Storia contemporanea all’Università Cattolica di Milano ed esponente di spicco della Comunità di Sant’Egidio: la responsabilità sarebbe solo delle autorità locali che avrebbero agito senza il consenso delle autorità centrali, magari guidate da quanti si oppongono all’interno della Cina all’accordo, sperando di farlo fallire grazie a queste fughe in avanti. In questo senso il comunicato della Santa Sede avrebbe solo il significato di richiamare Pechino a controllare meglio le periferie.

In altre parole la Santa Sede, pur con una formale protesta senza precedenti, cerca di accreditare una versione di comodo per salvare l’accordo appena rinnovato. Ma la realtà è che si è infilata in un vicolo cieco da cui è molto difficile anche tornare indietro, dopo che ha favoritwo “l’emersione” di sacerdoti e vescovi clandestini che sono ora alla mercè del regime. Una responsabilità pesantissima per la Segreteria di Stato vaticana, la cui posizione potrebbe diventare insostenibile se il regime cinese, come è probabile, continuerà l’opera di “sinicizzazione” della Chiesa infischiandosene delle aspettative vaticane.

 

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