La benedizione della vecchiaia ne La scelta di Enea
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Presentando l'Eneide come opera fondante della cultura occidentale, don Luigi Epicoco nella figura di Anchise mostra come un anziano può farsi maestro: non fornisce nozioni, non insegna teorie, ma aiuta le nuove generazioni a rintracciare il bene nascosto nella realtà.
Sacerdote, filosofo, teologo, nel libro La scelta di Enea Luigi Maria Epicopo rilegge il capolavoro dell’epica latina senza forzature modernizzanti: non cerca di attualizzare un’opera antica, ma di mostrarne l’attualità intrinseca, la sua forza fondativa, e insieme il modo in cui, con l’avvento di Cristo, le premesse virgiliane trovano un compimento inatteso.
Le domande dell’uomo — il desiderio di essere felici, di amare, di appartenere, di lasciare una traccia, di fondare un luogo che resista al tempo — sono rimaste le stesse, oggi come allora. Pur partendo da una solida base letteraria, il saggio si propone come riflessione umana ed esistenziale, alla luce della cultura classica e della rivelazione cristiana.
Enea non giunge in Italia come un eroe trionfante: entra nella storia con il passo lento di chi porta sulle spalle un mondo in rovina. La sua figura non nasce dalla forza, ma dalla pietas: quella fedeltà che resiste al crollo, che custodisce i morti, che venera la divinità, che mostra ossequio per i maestri e i genitori, che non cede alla furia della vittoria. Profugo di una città bruciata, Enea non cerca vendetta: cerca una terra dove il dolore sperimentato possa diventare civiltà e vita. Attraversa tempeste, oracoli, amori impossibili, guerre inevitabili; discende nell’Ade per interrogare il padre Anchise e risalire con maggiori certezze sul futuro da fondare. Ogni suo gesto è un atto di responsabilità, ogni esitazione una domanda che riguarda anche noi: che cosa significa costruire quando tutto è perduto? Virgilio sceglie Enea come simbolo della rinascita in tempo di crisi, una rinascita che non nasce dall’orgoglio, ma dal sacrificio.
Luigi Maria Epicoco presenta l’Eneide come opera fondante della cultura occidentale, indispensabile per comprendere la contemporaneità. Ogni capitolo della storia di Enea diventa occasione per rileggere la storia individuale di ciascuno e quella universale dell’umanità: la fine di Troia è segno della crisi della civiltà, del trauma e del lutto; il viaggio di Enea è emblema della vita e della speranza; Ascanio condotto per mano è il legame tra le generazioni; Anchise sulle spalle è emblema del bene della vecchiaia e della tradizione che va curato e tutelato; le tempeste del viaggio in cui si imbattono le navi di Enea e dei compagni ricordano la necessità del buon uso delle crisi; la fondazione di una nuova patria rappresenta la chiamata a essere generativi.
Ci soffermeremo qui solo sulla figura dell’anziano padre Anchise, dal momento che di solito, invece, ci si concentra sui giovani e sugli eroi. Anchise sulle spalle è simbolo della vecchiaia che va accompagnata e benedetta. In fuga da Troia Enea solleva il padre anziano e prende per mano il figlio: in quel gesto si compie un passaggio silenzioso ma definitivo. Il figlio non è più soltanto figlio: è chiamato a diventare guida, rifugio, custode della memoria. Il tempo ha invertito i ruoli. Ora è il giovane a sorreggere il vecchio, a farsi bastione contro il crollo del mondo. E Anchise, che un tempo proteggeva, deve ora accettare di essere protetto. È il momento in cui la giovinezza si piega alla responsabilità e la vecchiaia si arrende alla fiducia. In quel cammino, tra le rovine di Troia, si disegna il ciclo eterno della vita: chi nasce, un giorno, sorreggerà chi lo ha generato. Enea non porta solo il padre: porta sulle spalle la storia, e per mano il futuro.
Questa immagine — Enea con il padre sulle spalle e il figlio per mano — diverrà immortale. Scultori e pittori la celebreranno nei secoli: Gian Lorenzo Bernini ne scolpirà la potenza marmorea; Federico Barocci ne dipingerà la fuga nel 1598; Agostino Carracci ne inciderà la drammatica bellezza. In questo episodio, Enea incarna pienamente la tradizione romana: il mos maiorum, la pietas verso gli dèi, i genitori, la patria; la religio dei riti; la fides della lealtà. Il pio Enea, che ha combattuto perdendo fidi compagni, che ha salvato il padre Anchise e il figlio Ascanio, rappresenta l’ideale dell’uomo romano: dedito alla famiglia, allo Stato, alla missione. Non proteso su se stesso, ma disposto ad abbandonare tutto per la realizzazione di Roma. In lui si compenetrano il senso dell’appartenenza e della responsabilità. Enea ricostruirà la patria distrutta dai Greci e, in una nemesi storica, conquisterà quella terra che aveva annientato Troia.
Durante la fuga, Enea è spaventato. Non per sé, ma per chi protegge. Corre su sentieri ignoti e, solo quando raggiunge l’altura e la sacra dimora di Cerere, si accorge: Creusa non c’è. È smarrita. Affidati il padre, il figlio, i Penati ai soldati, Enea ritorna indietro. Sfida il pericolo pur di ritrovare l’amata. Rivede il palazzo, la cittadella di Priamo, la casa. Le scene sono terrificanti. Enea grida, chiama, invoca. E infine, davanti ai suoi occhi, appare il fantasma di Creusa. È più grande di come la ricordava. La voce gli si strozza in gola. Lei lo saluta per l’ultima volta: «Il destino non mi permette di solcare il mare per arrivare in Esperia […]. Non piangere più per la tua diletta Creusa. Ora, addio: conservati all’amore del figlio tuo e mio».
Epicoco sottolinea come la vecchiaia possa diventare tempo di benedizione. Quando? L’autore lo chiarisce affermando che «un anziano può far tesoro della propria vita e aiutare le nuove generazioni a saper trovare il bene nascosto delle cose», e la frase illumina il punto chiave: la capacità di riconoscere il bene è frutto di un lungo esercizio dello sguardo, maturato nel tempo.
Nella vita spesso ci confondiamo su cosa sia davvero il bene: crediamo bene ciò che non lo è. E come capiamo cosa sia il bene? Dai frutti che vengono generati. Il tempo è quindi amico: mostra ciò che è generativo. Chi è anziano è avvantaggiato nel riconoscimento del bene proprio perché per primo è passato attraverso il vaglio dell’esperienza. La vita di un anziano è benedizione perché aiuta a rintracciare il bene nascosto nella realtà, spesso celato alle nuove generazioni. Chi ha fatto tesoro dell’esperienza, l’ha giudicata e trattenuta conservando il bene che ha trovato nella realtà, diventa maestro: non fornisce nozioni, non insegna teorie, ma mette a disposizione la sua capacità di trovare il bene nascosto nelle cose. Il maestro trasmette questa intelligenza esperienziale nel saper riconoscere il bene nella realtà.
Un anziano diventa benedizione quando educa alla gratitudine. Da cosa scaturisce la gratitudine? Dall’esperienza di un bene, di un dono che ti viene offerto nella vita e nella realtà. Epicoco lo esprime con precisione quando afferma che «si può imparare la gratitudine solo e soltanto se c’è qualcuno che ci ha insegnato a vedere il bene nascosto», e la citazione si innesta nel discorso mostrando che la gratitudine non nasce da un moto spontaneo, ma dalla rivelazione di un bene ricevuto e riconosciuto.
La vecchiaia non è maestra solo di gratitudine, ma anche di pace. Non nel senso di assenza di conflitti o di imperturbabilità, ma nel senso di pacificazione: la maturità di una persona si vede da come reagisce alle difficoltà, alle tempeste, agli imprevisti. Quando Epicoco osserva che «la maturità si vede da come si reagisce alle difficoltà», non propone una massima isolata, ma offre la chiave interpretativa della pacificazione: la reazione alle prove diventa il luogo in cui la persona manifesta la verità della propria crescita.
L’anziano, che è cresciuto e davvero maturato nell’esperienza, ti aiuta a porti di fronte alle difficoltà con un atteggiamento di fiducia e di umiltà. Si può rimanere umani di fronte alle avversità, senza permettere che esse tirino fuori da noi il peggio.
Infine, una vecchiaia benedetta compie un gesto semplice e rivoluzionario: sa togliersi, lasciare spazio, rendere possibile la vita degli altri. Da questo lasciare spazio può emergere anche l’eredità. La fase più complicata della vita di una persona è il tempo del tramonto, che si può affrontare solo se in noi è nata la consapevolezza che non possiamo tutto da soli e che la nostra azione è solo parziale, una piccola parte nel tutto.
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