• IL PROCESSO A UNA CONVERTITA

Jihadiste in rosa, l'ideologia della Fratellanza Musulmana

Il processo a Lara Bombonati per terrorismo riporta al centro il tema delle “donne dell’ISIS”. E' infatti attraverso di loro che il meccanismo infernale dell’estremismo di matrice islamista potrà essere scardinato. Si rivelano sempre più utili alla causa jihadista, come reclutatrici o autentiche terroriste armate pronte a sferrare attacchi suicidi nel vecchio continente. Un coinvolgimento che chiama in causa la Fratellanza Musulmana, la fonte da cui prende le mosse tutto il radicalismo islamista contemporaneo.

L’inizio ieri a Torino del processo alla giovane jihadista, Lara Bombonati, per associazione con finalità di terrorismo, riporta al centro dell’attenzione il tema delle “donne dell’ISIS”, il volto femminile dell’estremismo del ventunesimo secolo. Avvolta in un velo ambiguo che ricorda quello della tradizione cristiana, la trasformazione della giovane piemontese in “Khadija”, prima moglie del Profeta e “madre di tutti i credenti”, è stata favorita da due elementi ricorrenti nei casi di radicalizzazione femminile: il ruolo del fidanzato e poi marito, anch’egli italiano, convertito all’Islam e con poco più di vent’anni; la dimensione cibernetica del jihad, instancabile fonte d’indottrinamento e reclutamento specie tra le nuove generazioni. A porre Lara-Khadija nel mirino degli inquirenti sono stati i suoi ripetuti viaggi in Siria, sia per raggiungere il marito impegnato in prima linea nei combattimenti, che per trasferire documentazione da un gruppo terroristico all’altro come dimostrano le intercettazioni. Gli inquirenti hanno quindi gettato luce sulla struttura di comando e controllo online a cui la giovane era connessa, e che rispondeva agli ordini di estremisti legati a formazioni jihadiste attive in territorio siriano.

La vicenda di Lara-Khadija non è un caso isolato. Secondo un recente rapporto dell’ISPI, dei 125 “foreign fighters” italiani che si sono recati in Siria 12 sarebbero donne, un numero esiguo solo in apparenza, tenendo conto che la diffusione dell’estremismo di matrice islamista in Italia è un fenomeno più recente rispetto ad altri paesi europei. Inoltre, tra i convertiti le donne costituiscono oltre il 42%, una percentuale che, senza l’immediata adozione di nuove ed adeguate misure di contrasto della radicalizzazione femminile, è destinata a tradursi in un incremento delle potenziali “foreign fighters”. Le “donne dell’ISIS” in Italia e nel resto d’Europa potranno infatti rivelarsi sempre più utili alla causa jihadista, non soltanto come reclutatrici su internet o con incarichi di complemento nei teatri del jihad, ma come autentiche terroriste armate pronte a sferrare attacchi anche suicidi nel vecchio continente.

Il jihadismo al femminile ha mostrato di quanto sia capace già a Raqqa, la fu capitale del cosiddetto Stato Islamico in Siria. La Brigata Al Khansa, una forza di polizia religiosa incaricata di sorvegliare i comportamenti e i costumi della popolazione femminile, era composta da centinaia di donne non siriane, per la maggior parte britanniche, ma anche statunitensi, olandesi e caucasiche, tutte di giovane età: a dimostrazione di come il processo di radicalizzazione sia in grado di generare una manipolazione ideologica e psicologica tale da trasformare le donne in aguzzine di altre donne, rendendole indifferenti verso le terribili violenze riservate alla popolazione femminile dai terroristi dell’ISIS. Stupri, schiavitù, matrimoni forzati dai 9 anni in su e abusi d’ogni genere, facevano parte della vita quotidiana nel cosiddetto Stato Islamico, quali manifestazioni estreme di una mentalità arcaica e di una subcultura triviale che priva la donna persino della semplice dignità di essere umano.

Con la perdita di territorio in Siria e Iraq, l’ISIS ha di certo visto ridimensionare la propria capacità di perseguitare le donne, ma non quella di attrarle nella sua rete tanto su internet quanto in società, attraverso attività di reclutamento e proselitismo condotte anche da donne già radicalizzate. Recenti sforzi per incoraggiare la componente jihadista femminile a compiere attacchi terroristici sono già stati documentati in Francia e Gran Bretagna (si vedano i casi di Rachid Kassim e della “vedova nera” Sally Jones), ed un’intensificazione di tali sforzi è nell’ordine delle cose. Prevenzione è una parola d’obbligo quando da affrontare c’è il terrorismo e, a tal fine, la questione delle “donne dell’ISIS” sul territorio nazionale ed europeo richiede specifiche politiche d’intervento che vadano ad integrare le misure tradizionali adottate dalle forze di sicurezza e dalle autorità inquirenti.

In primo luogo, sono necessarie campagne d’informazione, come quelle da tempo avviate dal Centro Studi Averroè e da ACMID-Associazione della Comunità Marocchina in Italia delle Donne, che raggiungano la componente femminile per smascherare l’inganno di cui la propaganda jihadista è portatrice. Diffondere la consapevolezza che lo stato ideale promesso dall’ISIS non è altro che un’utopia negativa, che manipola le sacre scritture della religione islamica e aspetta le donne solo per sottometterle e brutalizzarle, renderebbe inefficaci le tecniche di persuasione e convincimento impiegate dall’estremismo per attirare nella sua trappola le donne musulmane, sia per nascita che per conversione. Se internet è lo strumento principale utilizzato dal jihadismo per conquistare anche le menti e i cuori delle donne, la creazione di poli d’aggregazione online dedicati alla componente femminile ridurrebbe la capacità attrattiva che l’islamismo esercita sul web verso tante giovani occidentali come Lara, svuotandone il bacino di reclutamento.

Tuttavia, per una strategia davvero efficace di prevenzione e contrasto del fenomeno jihadista anche nella sua versione femminile, occorre effettuare una netta identificazione dei promotori dell’ideologia e del tipo di mentalità estremista a cui ISIS, Al Qaeda e altri gruppi terroristici fanno riferimento. Da questo punto di vista, l’evidenza storica chiama inequivocabilmente in causa la Fratellanza Musulmana, la fonte da cui prende le mosse tutto il radicalismo islamista contemporaneo nelle sue svariate forme e manifestazioni. Tale fonte non avrebbe la capacità di muovere i fili del jihadismo internazionale di cui invece dispone attualmente, se non fosse alimentata da quegli stati canaglia che attraverso di essa puntano ad espandere la propria influenza tanto in Oriente quanto in Occidente: ovvero, il regime del Qatar al servizio delle sfrenate ambizioni di potere del clan Al Thani e la Turchia islamistizzata del novello sultano Erdogan.

Nella lotta al terrorismo è questo il fronte che si sta dimostrando maggiormente ostico, poiché una parte rilevante della comunità internazionale non cessa di mostrarsi compiacente, quando non sottomessa, nei confronti dei desiderata di questa alleanza tra Fratelli Musulmani che continua a tenere sotto scacco l’Europa, in ambito non solo economico ma di sicurezza. Il ruolo delle donne nella lotta al terrorismo assume pertanto una valenza ancora maggiore: è infatti soprattutto attraverso di loro che il meccanismo infernale dell’estremismo e del terrorismo di matrice islamista potrà essere scardinato.

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