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Geopolitica

Israele-Turchia, lo scontro strategico per il dominio nel Mediterraneo

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Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre con un occhio agli equilibri nel Mediterraneo orientale, dove Ankara sfida sempre più la supremazia di Tel Aviv. Simbolo di questo scontro senza armi è la partita sugli F-35. La risposta a Erdogan potrebbe essere un fattore chiave nella competizione tra Netanyahu, Bennett ed Eisenkot.
- Libano, nonostante l'accordo la guerra continua, di Elisa Gestri

Esteri 18_07_2026
Netanhyau + Erdogan (ImagoEconomica)

Non sarà un candidato per le prossime elezioni, non terrà comizi a Tel Aviv e non chiederà il voto agli israeliani. Eppure Recep Tayyip Erdogan potrebbe essere uno degli uomini in grado di influenzare il futuro politico di Israele. Mentre Benjamin Netanyahu, Naftali Bennett e Gadi Eisenkot si preparano a contendersi la leadership del Paese, un quarto protagonista osserva da Ankara, deciso a riportare la Turchia al centro degli equilibri del Medio Oriente.

La prossima sfida elettorale israeliana potrebbe quindi non essere soltanto una battaglia interna tra tre visioni politiche. Potrebbe anche diventare un referendum sulla capacità di Israele di mantenere la propria superiorità strategica in una regione dove nuovi protagonisti stanno cercando spazio. Per decenni Israele ha costruito la propria sicurezza su un pilastro basilare: mantenere un vantaggio qualitativo sugli avversari regionali. Tecnologia, intelligence, aviazione e cooperazione con gli Stati Uniti hanno garantito a Gerusalemme una posizione militare dominante. Ma lo scenario sta cambiando. L'Iran continua a rappresentare la principale minaccia strategica, Hezbollah dispone di un discreto arsenale missilistico, e sullo sfondo, emerge una Turchia sempre più risoluta, forte del suo rapporto con Washington.

La Turchia resta per gli Stati Uniti un alleato non sempre facile da gestire, ma di grande importanza: è membro della NATO, ha un peso militare significativo nella regione e continua ad essere un interlocutore necessario su molti dossier strategici. Erdogan ha dimostrato, negli anni, di saper alternare confronto e negoziazione, mantenendo una politica autonoma che spesso lo ha portato in rotta di collisione con gli alleati occidentali, senza però compromettere il legame strategico con Washington. È proprio questa ambiguità a preoccupare Israele. Una Turchia più vicina agli Stati Uniti, più forte militarmente e più influente diplomaticamente potrebbe modificare un equilibrio regionale che per anni ha visto Israele come il principale partner strategico americano in Medio Oriente.

Il simbolo di questa possibile trasformazione è rappresentato dagli F-35. La Turchia era originariamente uno dei partner del programma del caccia di quinta generazione F-35, ma ne è stata esclusa nel 2019, dopo l'acquisto del sistema missilistico russo S-400. Oggi, però, lo scenario potrebbe cambiare: l'amministrazione Trump si è aperta alla possibilità di riammettere Ankara nel programma e di autorizzare la vendita dei caccia, pur senza aver assunto una decisione definitiva. Se questa ipotesi dovesse concretizzarsi, rappresenterebbe una svolta geopolitica di grande portata nei rapporti tra Stati Uniti, Turchia e NATO. Israele dispone già degli F-35I Adir, una variante del caccia adattata alle esigenze operative dell'Aeronautica israeliana. Questa capacità costituisce uno dei pilastri della superiorità militare di Israele nella regione. L'eventuale rientro della Turchia nel programma F-35, con l'acquisizione di velivoli di quinta generazione, non eliminerebbe automaticamente il vantaggio strategico israeliano, ma ne ridurrebbe il margine. Ciò non significherebbe, naturalmente, l'avvicinarsi di uno scontro diretto tra Ankara e Gerusalemme: né la Turchia né Israele, né tantomeno gli Stati Uniti, hanno interesse a un confronto militare aperto. Per Israele, tuttavia, la questione non sarebbe soltanto militare, ma anche politica e psicologica. È anche in questa prospettiva che si inserisce la richiesta di Benjamin Netanyahu di incontrare Donald Trump per cercare di scongiurare un'eventuale vendita degli F-35 alla Turchia.

Netanyahu potrebbe trasformare questa situazione di precarietà in un argomento a proprio favore. Il suo messaggio agli elettori sarebbe quello di sempre: in un Medio Oriente dove le minacce cambiano rapidamente, Israele ha bisogno di esperienza, fermezza e continuità. Erdogan, l'Iran e la crescente competizione regionale diventerebbero la dimostrazione che il Paese non può permettersi esperimenti politici. Netanyahu può inoltre rivendicare una lunga esperienza nella gestione dei rapporti con Washington e con le principali potenze mondiali. I suoi sostenitori ricordano gli anni in cui Israele ha rafforzato la propria economia, sviluppato il settore tecnologico e ampliato i rapporti con alcuni Paesi arabi attraverso gli Accordi di Abramo. Ma i suoi oppositori vedono proprio nella sua lunga permanenza al potere il problema principale. Israele ha bisogno di una nuova leadership capace di ricostruire fiducia nelle istituzioni e ridurre le divisioni interne emerse negli ultimi anni.

E questo spazio potrebbe essere occupato da Naftali Bennett. La sua forza politica nasce dalla capacità di muoversi tra mondi diversi: destra nazionalista, ambiente tecnologico, classe media urbana e apparati della sicurezza. Durante il suo mandato da primo ministro ha dimostrato di poter guidare una coalizione eterogenea, puntando sul pragmatismo più che sull'identità ideologica. Davanti alla sfida turca, Bennett probabilmente proporrà una risposta diversa da quella di Netanyahu. Non soltanto forza militare, ma anche diplomazia. Egli intravede un Israele che può mantenere la sua superiorità regionale non solo con le armi, ma attraverso la capacità di porsi come soggetto fondamentale nel nuovo equilibrio mediorientale.

Gadi Eisenkot, il terzo candidato, incarna invece la linea della sicurezza nazionale. Ex capo di stato maggiore delle IDF, conosce a fondo i meccanismi della deterrenza militare. Il suo nome è stato spesso associato alla cosiddetta "Dottrina Dahiya", una strategia fondata sull'impiego di una forza militare schiacciante contro le infrastrutture utilizzate dai gruppi armati avversari. Un approccio che, secondo numerosi osservatori, ha ispirato quasi tutte le operazioni condotte a Gaza e, più recentemente, in Libano. Per i sostenitori rappresenta uno strumento indispensabile per ristabilire la deterrenza e prevenire nuove aggressioni; per i critici comporta invece elevati costi umanitari e significativi rischi politici. In questo contesto, l'eventuale rafforzamento dell'influenza turca nella regione e il dossier degli F-35 finirebbero per consolidare proprio il messaggio politico di Eisenkot: Israele deve continuare a investire nella superiorità tecnologica, nelle capacità di intelligence e nel rafforzamento della cooperazione strategica con i propri alleati.

Nel frattempo, tra Ankara e Tel Aviv è in corso uno scontro senza armi: una competizione per l'influenza e la supremazia strategica nel Mediterraneo orientale. In questo contesto, la Turchia osserva con crescente preoccupazione il rafforzamento della cooperazione militare tra Israele e Cipro, considerandolo un potenziale fattore di alterazione degli equilibri lungo i propri confini marittimi. A destare maggiore allarme è soprattutto il fronte della sicurezza: esercitazioni congiunte, scambi di intelligence e una presenza israeliana sempre più strutturata sull'isola vengono interpretati come i tasselli di una nuova architettura di sicurezza regionale. Uno scenario che Ankara considera inaccettabile. Il prossimo 27 ottobre, gli israeliani saranno chiamati a scegliere tra tre candidati. Ma quella decisione non riguarderà soltanto il nome del prossimo leader: rappresenterà anche una scelta sulla direzione strategica del Paese e sul ruolo che Israele intende assumere nel nuovo equilibrio mediorientale. In questo quadro, Erdogan potrebbe rivelarsi il protagonista che non comparirà sulla scheda elettorale, ma che influenzerà comunque il dibattito e le scelte di chiunque uscirà vincitore dalle urne.