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cristianofobia strisciante

Israele caccia il prete simbolo dei cristiani palestinesi

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Israele caccia il sacerdote latino don Louis Salman, parroco di Beit Sahour e voce simbolo dei giovani cristiani palestinesi. Dietro la decisione le sue denunce contro l’occupazione israeliana.

Libertà religiosa 14_05_2026

Non servono, dunque, arresti spettacolari o ordini di espulsione registrati davanti alle telecamere. In Terra Santa basta un visto negato per cancellare una presenza, spezzare una comunità, costringere chiunque ad andarsene. Padre Louis Salman, sacerdote cattolico del Patriarcato Latino e parroco di Beit Sahour, città alle porte di Betlemme, sotto il pieno controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, è stato costretto a lasciare la Palestina, dopo che Israele si è rifiutato di rinnovargli il permesso di soggiorno.

Nessuna spiegazione ufficiale. Nessuna accusa formale pubblica. Solo la freddezza di una decisione amministrativa, che in una terra dominata da muri, filo spinato, posti di blocco e autorizzazioni temporanee, assume il peso di un grave atto politico. Ha celebrato la sua ultima Messa in parrocchia davanti a una chiesa gremita e in lacrime. Giovani seduti sui gradini, famiglie strette nei banchi, anziani arrivati da Betlemme e Ramallah per salutarlo. Quando ha pronunciato la benedizione finale, molti hanno capito che non stavano assistendo soltanto al congedo di un parroco, ma all’ennesima presenza cristiana palestinese costretta a sparire dalla propria terra. Pochi giorni dopo, il sacerdote ha attraversato il ponte Allemby, il celebre ponte che segna il confine con la Giordania, il Paese dov’era nato nel 1989. Dietro di sé ha lasciato una comunità ferita e una domanda sempre più ricorrente tra i cristiani di Terra Santa: chi sarà il prossimo a dover partire?

La notizia della sua espulsione si è diffusa a macchia d’olio: a Betlemme, Gerusalemme Est e Ramallah e in tutta la Cisgiordania, diffondendo tra i cristiani palestinesi una sensazione ormai familiare: quella di essere diventati ospiti indesiderati nella propria terra. Per molti fedeli, infatti, il caso del sacerdote non rappresenta un episodio isolato, ma l’ultimo tassello di una pressione e repressione crescente contro la presenza cristiana in Terra Santa. Negli ultimi anni, si è registrato un aumento di aggressioni e intimidazioni nei confronti di sacerdoti, monaci e religiose, soprattutto a Gerusalemme. Sputi durante le processioni nella Città Vecchia, vandalismi nei cimiteri cristiani, scritte offensive sui muri dei monasteri, pellegrini insultati da gruppi ultranazionalisti. Episodi che fino a pochi anni fa venivano considerati marginali, e che oggi, invece, le Chiese descrivono come parte di un programma deliberato e attuato sempre più diffusamente.

Un recente episodio che ha colpito l’opinione pubblica è stato il pestaggio di una suora francese, avvenuto sul Monte Sion. La religiosa, è stata aggredita da un giovane ebreo ultraortodosso. Strattonata, insultata e colpita, è caduta a terra davanti ai passanti. Le immagini dell’aggressione si sono diffuse rapidamente nelle comunità cristiane locali, alimentando paura e indignazione. Non si è trattato soltanto di un atto di violenza contro una donna indifesa: per molti cristiani palestinesi rappresenta il simbolo di un confine ormai superato, il segnale che anche figure religiose storicamente rispettate stanno diventando bersagli di odio e intimidazione.

Pochi mesi prima, il cimitero protestante del Monte Sion era stato profanato da estremisti israeliani che avevano abbattuto le croci e danneggiato tombe storiche. In un altro episodio, una statua del Cristo, nella Chiesa della Flagellazione, sempre a Gerusalemme, è stata distrutta da un uomo armato di martello entrato nel luogo sacro urlando slogan religiosi. Anche il Cenacolo non è stato risparmiato, diventando più volte teatro di provocazioni contro gruppi cristiani in preghiera.

Le autorità israeliane condannano pubblicamente questi episodi, ma le Chiese accusano lo Stato di non fare abbastanza per fermare il clima di radicalizzazione crescente. I patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno parlato apertamente di «attacchi sistematici» contro la presenza cristiana e di gruppi estremisti intenzionati ad alterare l’equilibrio storico della Città Santa. Dentro questo contesto, la vicenda di padre Salman assume un significato ancora più profondo. Il sacerdote giordano non era una figura marginale o controversa. Era uno dei volti di quella Chiesa arabo-palestinese che cerca ancora di costruire ponti in una terra consumata dalla divisione.

Nato in Giordania nel 1989, aveva studiato grafica computerizzata e animazione alla Princess Sumaya University for Technology prima di scegliere il seminario del Patriarcato Latino di Beit Jala. Ordinato sacerdote dopo gli studi filosofici e teologici, aveva dedicato il proprio ministero soprattutto ai giovani palestinesi, diventando negli anni un punto di riferimento per intere famiglie di Beit Sahour e dell’area di Betlemme. Molti ricordano ancora la sua presenza accanto alla popolazione palestinese durante uno dei momenti più traumatici degli ultimi anni: l’uccisione della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh.

Padre Salman partecipò alle veglie e alla cerimonia funebre a Jenin, condividendo il dolore di una comunità sconvolta da una morte che divenne un simbolo del conflitto. In più di un’occasione aveva denunciato l’inutile guerra di Gaza e le azioni indiscriminate e impunite dei coloni in Cisgiordania.  Da allora la sua figura aveva assunto un valore che andava oltre il semplice ruolo pastorale. Per molti giovani cristiani rappresentava la prova che fosse ancora possibile restare in Palestina senza rinunciare alla propria dignità, alla propria identità e alla propria voce.

Ed è proprio questo che oggi spaventa le comunità cristiane locali: la sensazione che chiunque tenti di difendere pubblicamente la questione palestinese, anche con parole di pace e nonviolenza, possa diventare un bersaglio. Il mancato rinnovo del permesso di soggiorno a padre Salman arriva infatti in un momento in cui le Chiese denunciano crescenti difficoltà burocratiche per sacerdoti e religiosi arabi. Permessi temporanei, rinnovi bloccati, controlli di sicurezza sempre più invasivi. Una pressione silenziosa che raramente fa notizia, ma che nel tempo modifica la geografia umana della Terra Santa.

A Betlemme il numero dei cristiani continua a diminuire. A Gerusalemme molte famiglie storiche sono state costrette all’emigrazione. A Gaza la guerra ha quasi cancellato una presenza antichissima. E mentre il mondo continua a immaginare la Terra Santa come il cuore universale del Cristianesimo, le comunità cristiane locali si sentono sempre più sole, impoverite e vulnerabili.

Per questo, a Beit Sahour, l’uscita di padre Louis Salman non viene vissuta soltanto come la partenza di un sacerdote, ma l’effetto di un’erosione progressiva fatta non solo di guerra e violenza, ma anche di burocrazia, intimidazioni e paure quotidiane. Quando ha lasciato la città, molti giovani lo hanno accompagnato in silenzio. Qualcuno piangeva. Qualcun altro filmava col telefonino, quasi a trattenerlo. Perché oggi, in Terra Santa, anche la partenza silenziosa di un parroco può trasformarsi nel racconto politico di una presenza che teme di scomparire.