Iran e Usa tra escalation militare e attesa del negoziato
A poche ore dalla scadenza del cessate-il-fuoco tra Stati Uniti e Iran, tutto può ancora accadere: Islamabad è pronta ad accogliere i negoziati, ma tra Washington e Teheran c'è un crescendo di minacce.
Il presidente americano Donald Trump ha scritto ieri nell’ennesimo messaggio social che l’accordo con l’Iran è ormai prossimo e che sarà «molto migliore» di quello firmato nel 2015 dall’allora presidente Barack Obama, che prevedeva la rimozione delle sanzioni contro Teheran in cambio di una restrizione al programma nucleare iraniano. Per Trump quell’accordo fu una vergogna per gli Stati Uniti e infatti lo annullò nel 2018, durante il suo primo mandato presidenziale.
Ma malgrado l’ottimistico annuncio di Trump – di cui, peraltro, abbiamo visto più volte in queste settimane smentite dai fatti le sue roboanti dichiarazioni – la sensazione è che per un eventuale accordo si sia in alto mare a poche ore dalla scadenza della tregua di 14 giorni che scade mercoledì 22 aprile. Lo stesso Trump in un altro posto ha detto che è pronto a riprendere i bombardamenti sull’Iran se non ci saranno sviluppi positivi.
Potrebbe essere solo pretattica, un tentativo di alzare la posta in vista di un accordo, ma ieri sera era ancora in dubbio perfino la possibilità di un nuovo round di negoziati a Islamabad, in Pakistan. Ci sono state voci contraddittorie sulla partenza della delegazione americana guidata dal vice presidente J.D. Vance: prima l’annuncio che era già in viaggio, poi la smentita, infine le indiscrezioni su una partenza «presto», forse già oggi. Sempre che da Teheran arrivino segnali positivi.
Sul fronte iraniano però la situazione è ancora più confusa: alle dichiarazioni possibiliste del presidente Masoud Pezeshkian, secondo cui «la guerra non conviene a nessuno» e «ogni strada razionale e diplomatica deve essere percorsa per ridurre le tensioni», si contrappongono le dichiarazioni molto più negative del ministro degli Esteri Abbas Araghchi secondo cui «le richieste eccessive» degli Usa sono il segno che da parte di Washington «manca una serietà nella diplomazia», mentre un suo portavoce ha dichiarato che Teheran «non ha progetti per il prossimo round di negoziati».
In una successiva dichiarazione Araghchi è stato anche più preciso nell’indicare che fra gli ostacoli maggiori al negoziato sono incluse «le provocazioni e le ripetute violazioni del cessate-il-fuoco» da parte degli Stati Uniti. Il riferimento è al blocco imposto nello Stretto di Hormuz alle navi in partenza e in arrivo nei porti iraniani e all’assalto domenica alla nave cargo iraniana Touska, che aveva tentato di forzare il blocco, e ora in mano americana.
Sul tema è intervenuto ieri sera anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che aveva guidato la delegazione iraniana al primo round di negoziati a Islamabad, affermando in un posto su X che l’Iran «non accetta di svolgere negoziati sotto l’ombra delle minacce» e che Teheran «ha preparato in queste due settimane nuove carte da giocare sul campo di battaglia».
Secondo alcuni osservatori la differenza di toni tra il Presidente e gli altri membri del governo sarebbe il segnale di uno scontro nel regime iraniano tra i falchi e l’ala più aperta al compromesso, con i primi che sembrerebbero prevalere.
D’altra parte a Islamabad, il governo pakistano si mostra fiducioso e tutto è pronto per accogliere le delegazioni americana e iraniana, sempre se decideranno di riprendere il dialogo.
Insomma, per evitare la ripresa dei combattimenti si gioca contro il tempo e una svolta decisiva può arrivare in qualsiasi momento.

