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Indagini sul 7 ottobre: Netanyahu rischia

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Il premier israeliano Netanyahu è sulla graticola: mentre la popolazione invoca una commissione di indagine sull'attentato del 7 ottobre, il premier è in una situazione di imbarazzo: o sapeva dell'attacco e ha sottovalutato o non è stato avvertito. In entrambi i casi la figuraccia è evidente. 
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Esteri 08_09_2026

Quello che una commissione d'inchiesta avrebbe dovuto accertare con documenti, testimonianze e responsabilità precise, oggi lo sta facendo la campagna elettorale. A quasi tre anni dal 7 ottobre 2023, il giorno più tragico della storia recente di Israele, la questione dell’attacco di Hamas è diventata il campo di battaglia per il potere. Mentre il Paese continua a chiedersi come sia stato possibile che Hamas abbia potuto sfondare la barriera del confine, varcare la frontiera, uccidere più di 1.200 persone e catturarne 251, il Likud di Benjamin Netanyahu spinge verso una narrazione che trasforma un fallimento istituzionale in una vicenda di omissioni deliberate, complicità e possibili tradimenti.

Netanyahu afferma di non credere alla teoria del "tradimento", ma le sue dichiarazioni alimentano il sospetto. Il Primo Ministro sostiene che i vertici dell'esercito e dello Shin Bet (i servizi segreti) avrebbero ricevuto segnali sufficienti per capire che l’organizzazione terroristica di Gaza stava preparando un attacco, ma presero la decisione di non avvertirlo, per non disturbarlo durante la notte, temendo una mobilitazione generale e un attacco preventivo da parte di Israele. Secondo Netanyahu, «tutto sarebbe andato diversamente» se le autorità fossero state informate.

È una ricostruzione gravissima, perché attribuisce ai responsabili della sicurezza non soltanto un errore, ma la decisione di lasciare il capo del governo all'oscuro. Ma è chiaro che tutto ciò richiederebbe prove certe. Il paradosso è evidente: Netanyahu sostiene che i verbali delle ore precedenti l'attacco finiranno per dimostrare la sua versione, ma il Paese non dispone ancora di un'indagine nazionale indipendente in grado di esaminarli integralmente. Se le carte dimostrassero che il Primo Ministro fosse stato deliberatamente tenuto all'oscuro, sarebbe uno scandalo enorme; se invece rivelassero che le informazioni arrivarono alla sua struttura e furono sottovalutate, la responsabilità politica assumerebbe un peso altrettanto grave.

Gli israeliani sono stanchi. Vogliono risposte, trasparenza e soprattutto chiarezza sulle responsabilità di quanto accaduto quel tragico 7 ottobre. Per questo, ancora una volta, lo scorso sabato sera migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città di Israele, contestando il governo Netanyahu e chiedendo a gran voce l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente che faccia piena luce sulle decisioni, sulle omissioni e sulle responsabilità che precedettero e seguirono l’attacco.

Che i servizi di sicurezza abbiano fallito non è contestabile. I vertici militari e dell'intelligence non compresero la portata dell'operazione di Hamas e non riuscirono a proteggere le comunità a ridosso del confine, compresi i partecipanti del Nova Festival. I responsabili di allora, riconosciute le proprie responsabilità, hanno lasciato gli incarichi. Ma questo non assolve la leadership politica che per anni ha fissato la strategia nei confronti di Hamas.

Netanyahu era Primo Ministro il 7 ottobre ed era al governo per gran parte degli anni precedenti. La politica verso Gaza e Hamas era dunque anche una sua politica: contenimento, deterrenza e mantenimento di un equilibrio che evitasse una guerra totale. In questo quadro rientrava la politica di tolleranza rispetto ai finanziamenti qatarioti alla Striscia, difesa dal governo come strumento per evitare una crisi umanitaria e mantenere la calma. Hamas, tuttavia, non era un attore sconosciuto e la sua ostilità verso Israele era palese.

Bisogna quindi stabilire chi sostenne la convinzione che il pericolo fosse sufficientemente contenuto, quali informazioni, invece, contraddicevano questa narrazione e perché il sistema non reagì. Oggi Netanyahu attribuisce agli apparati di sicurezza il cosiddetto "concetto" secondo cui il gruppo fosse stato dissuaso. Negli anni precedenti, però, aveva difeso pubblicamente questa stessa lettura. Non si tratta di stabilire con il senno del poi chi avesse ragione, ma di ricostruire chi prese quelle decisioni e quali avvertimenti ricevette.

La mancata istituzione di una commissione d'inchiesta lascia un vuoto occupato dalla politica: gli errori vengono reinterpretati come omissioni deliberate, e la presenza di ufficiali legati alla protesta contro la riforma giudiziaria alimenta l'ipotesi che qualcuno avesse interesse ad indebolire Netanyahu. Nelle versioni più radicali si arriva a immaginare un accordo segreto con Hamas, che attraverso un attacco limitato avrebbe dovuto danneggiare politicamente il Primo Ministro; la situazione, però, è sfuggita di mano per trasformarsi nella carneficina del 7 ottobre. Non sono state presentate prove pubbliche che dimostrino una simile cospirazione, ma una teoria del complotto è difficile da confutare una volta entrata nella narrazione: l'assenza di prove viene letta come prova dell'occultamento, ogni smentita come un tentativo di proteggere i responsabili.

La vicenda di Yair Golan mostra fino a che punto possa spingersi questa logica. L'ex vicecapo di Stato maggiore, oggi leader del partito dei Democratici e rivale politico di Netanyahu, è stato oggetto di insinuazioni secondo le quali avrebbe saputo in anticipo dell'attacco perché quella mattina riuscì a raggiungere rapidamente il sud del Paese. Sara Netanyahu ha rilanciato pubblicamente il dubbio, chiedendosi come fosse possibile che Golan fosse già sul posto, mentre il Primo Ministro non era stato informato. Golan ha respinto l'accusa, sostenendo di essere partito dopo l'inizio dell'attacco e di essere stato poi formalmente mobilitato come riservista. Un uomo che si dirige verso una zona nella quale si sta consumando un massacro viene così trasformato, sulla base della sola rapidità del suo intervento, in una figura sospetta.

Esistono comunque elementi concreti che meritano di essere esaminati. L'ufficio del Primo Ministro ha riconosciuto che nelle ore precedenti l'invasione era arrivato alla struttura d'intelligence del premier un documento delle Forze di Difesa Israeliane relativo ad attività sospette di Hamas, sostenendo però che non fosse stato classificato come urgente e non fosse stato trasmesso a Netanyahu.

L'ex capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha fornito una ricostruzione diversa, affermando che nella notte furono impartite direttive e che il segretario militare del Primo Ministro venne informato. Sono versioni che possono essere confrontate solo ricostruendo con precisione orari, comunicazioni e responsabilità: è esattamente ciò che dovrebbe fare una commissione d'inchiesta, l'unica sede in cui stabilire chi ricevette gli allarmi, chi decise cosa fosse urgente e quanto pesarono le scelte strategiche degli anni precedenti.

Il 7 ottobre non ha bisogno di una teoria del complotto, ma di una verità verificabile, una verità che non può essere stabilita da Netanyahu, dai suoi avversari; ma solo da un'indagine indipendente in grado di mettere sullo stesso piano governo, esercito, intelligence e apparati dello Stato. Finché questo non accadrà, alla vigilia del voto saranno gli elettori, e non i fatti, a dover stabilire chi è responsabile di una delle più grandi catastrofi della storia di Israele.