• O tutti o nessuno

In un libro 123 storie di sacerdoti e religiosi morti in guerra

Nel volume, fresco di stampa, «O tutti o nessuno» (Ares), Alberto Leoni raccoglie le storie dei 123 sacerdoti e religiosi morti in Emilia Romagna nella Seconda Guerra Mondiale: 45 caduti sotto i bombardamenti, 14 cappellani militari morti per cause di servizio, 37 uccisi per mano dei nazifascisti e 27 in odio alla fede o per odio politico dei partigiani.

«O tutti o nessuno!», grida don Elia Comini a chi gli offre la salvezza poche ore prima della sua uccisione da parte delle SS a Pioppe di Salvaro, in provincia di Bologna. Egli non è stato il solo pastore a offrire la propria vita per le sue pecore. Sono infatti 123 i sacerdoti e religiosi uccisi in Emilia Romagna durante la Seconda Guerra Mondiale: 45 caduti sotto i bombardamenti, 14 cappellani militari morti per cause di servizio, 37 per mano dei nazifascisti e 27 in odio alla fede o per odio politico dei partigiani. I loro volti e nomi affollano le pareti e l’abside di una piccola chiesa a Pieve di Rivoschio, in provincia di Forlì.

Il grido di don Elia è stato ‘ascoltato’ da Alberto Leoni che, nel suo recente saggio O tutti o nessuno! (Ares 2021, pp. 192), ripercorre le storie dei 123, attingendo alle foto e testimonianze raccolte con particolare premura da don Alberto Benedettini.

Tra i cappellani, «compagni dell’uomo in guerra», c’è don Ettore Barucci «sorpreso in Libia da azione aerea di bombardamento mentre dall’altare impartiva l’estrema benedizione a due Caduti, rifiutava esplicitamente di cercare riparo. Vestito dei Sacri paramenti cadeva al suo posto, sull’Altare»; c’è don Alberto Carozza, che cede il suo salvagente a un soldato mentre la motonave sulla quale si trova viene colpita da un siluro nemico al largo dell’isola di Cefalonia.

Don Raffaele Dogali Busi è ferito a una gamba, quando il comandante dei bersaglieri del suo reggimento lo fa salire su un camion. «Poco dopo i partigiani tornano all’attacco e il sacerdote ferito rimane isolato sull’autocarro, circondato dai guerriglieri. Dice loro di essere disarmato, mostrando la croce rossa cucita sul petto, ma un partigiano lo accoltella al torace». È una delle numerose vittime della sanguinosa guerriglia in Jugoslavia.

Ci sono pastori che muoiono sotto i bombardamenti accanto al proprio gregge. Don Arturo Giovannini «quando suonava l’allarme passava dall’altare della Madonna, andava in una stanzetta, si sedeva in poltrona e recitava il rosario». È stato trovato sotto le macerie del santuario di S. Maria del perpetuo soccorso di cui era rettore a Bologna, «sereno come sempre». Frate Eusebio Galanti «vide una madre che stringeva disperata il cadavere della figlia straziata dalle bombe e andò a confortarla proprio mentre arrivava la seconda ondata, e una scheggia lo falciò». Padre Giuseppe Rivola è sorpreso dalle bombe mentre corre in cappella per mettere al sicuro il Santissimo Sacramento. Don Santo Perin salta su una mina mentre scava per dare degna sepoltura a un soldato tedesco rimasto insepolto.

Tra i sacerdoti uccisi dai nazifascisti si ritrova Don Pasquino Borghi. «All’ordine di fuoco sui condannati si udirono solo due voci: il “Viva l’anarchia!” di Zambonini [Enrico Zambonini, un anarchico, ndr] e il “Gesù mio, misericordia” di don Pasquino». E ancora ritroviamo don Umberto Bracchi che «viene falciato mentre benediceva i propri assassini facendo il segno di croce» e don Alessandro Sozzi che muore «allargando le braccia in segno di preghiera».

«L’11 dicembre 1944 una squadra di partigiani andò a prelevare il sacerdote usando, forse per la prima volta, un trucco che sarebbe poi stato ricorrente: riferire che c’era un malato grave che aveva bisogno dei sacramenti e dell’Estrema unzione». Con questo pretesto don Ernesto Talè cade nelle mani dei nemici. Sono davvero efferate le crudeltà perpetrate nei confronti di don Giuseppe Viola, «che rallentava il passo per la flebite di cui soffriva. Arrivati al confine della parrocchia, su un piccolo ponte di pietra, i partigiani dissero al parroco che poteva tornare a casa: e fu a quel punto che gli vuotarono un caricatore di mitragliatore nella schiena. Poi lo presero per la testa e per le gambe, lo buttarono giù dal ponte e andarono a festeggiare all’osteria. Il cadavere fu trovato la mattina dopo: la mano stringeva ancora la corona del rosario. Era la mattina di Pasqua e per il paese furono visti personaggi che mostravano come trofei il cappello del prete o indossavano i suoi pantaloni macchiati di sangue. Ai funerali non partecipò alcun parrocchiano: i partigiani lo avevano vietato e, dopo le esequie, devastarono la canonica. Questo il contributo militare dato da questa banda alla lotta per la Liberazione», rileva acutamente Leoni.

Mentre con due colpi di pistola al petto e alla testa viene ucciso, sempre in odium fidei e con l’accusa assolutamente infondata di essere una spia dei tedeschi, il quattordicenne seminarista e oggi beato Rolando Rivi, dopo che della sua talare è stato fatto un pallone da calciare in un fosso.

Insomma, nel volume di Alberto Leoni si ritrovano le storie troppo spesso sottaciute di veri martiri della fede (accanto appunto alle storie di altri uomini di Chiesa caduti in circostanze belliche slegate dal martirio) che testimoniano «la tragica bellezza del sacrificio di sé» e lasciano trasparire, per dirla con le parole della postfazione di don Aldo Cianci, «da una parte il male banale della guerra, dall’altra il bene creativo di chi la contrasta» con la carità di Cristo senza trattenere nulla per sé, neanche la propria vita.

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