Il tintinnar di sciabole nel Golfo contro l'Iran
Non si conosce l'esito dei colloqui sull'Iran fra Netanyahu e Trump. Ma una seconda portaerei americana potrebbe presto partire per il Golfo. E nel frattempo l'amministrazione Usa aiuta i ribelli iraniani dando loro i terminali Starlink.
I colloqui a porte chiuse tra il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu non hanno portato ad alcuna conferenza stampa. Non sapremo, dunque, cosa i due leader occidentali abbiano deciso di fare con l’Iran.
Dall’inizio dell’anno, la crisi con il regime degli ayatollah sta inasprendosi su due fronti: il programma missilistico e nucleare mai interrotto e, dall’altra parte, la grande rivolta interna contro il regime, con relativa sanguinosa repressione. Trump aveva promesso esplicitamente aiuto ai ribelli, ma l’aiuto non si è mai concretizzato. Sul fronte del programma missilistico-nucleare, Trump tuttora segnala di preferire la via della diplomazia per raggiungere un accordo più vincolante con la Repubblica Islamica. I termini sono perentori: smantellare il programma missilistico, porre fine definitivamente a quello nucleare, cessare il sostegno ai gruppi terroristi sciiti nel Medio Oriente. Difficilmente l’ayatollah Khamenei (decisore ultimo della politica iraniana) potrebbe accettare quella che appare come una resa. Trump ritiene di avere “tutto il tempo” per poter raggiungere un accordo e dimostra di essere convinto che l’Iran prima o poi pieghi la testa: «Abbiamo un sacco di tempo. Se ricordate il Venezuela, abbiamo aspettato un po’. E non abbiamo fretta. Abbiamo ottimi colloqui in corso con l'Iran», ha detto Trump ai giornalisti nella conferenza stampa di venerdì scorso (6 febbraio).
Netanyahu, al contrario, ha più fretta. L’arsenale missilistico iraniano, rapidamente ricostruito dopo la Guerra dei 12 Giorni, è puntato soprattutto contro Israele. E a Gerusalemme si attendono la ripresa delle ostilità, sin dall’inizio dell’anno.
Il fatto che Trump si muova con più calma, non significa che la sua sia una postura pacifista o che escluda un intervento armato. Lo dimostra la dichiarazione di martedì in cui il presidente americano ha detto di star valutando l'invio di una seconda portaerei in Medio Oriente per prepararsi a un'azione militare in caso di fallimento dei negoziati con Teheran. L'ordine di schieramento potrebbe essere impartito da un momento all’altro, senza troppo preavviso.
Uno dei funzionari della Guerra, sentiti dal Wall Street Journal, ha affermato che il Pentagono stia preparando una portaerei da schierare tra due settimane nel Golfo, probabilmente attinta dalle forze navali della costa orientale degli Stati Uniti. La portaerei USS George HW Bush sta completando una serie di esercitazioni di addestramento al largo della Virginia e potrebbe potenzialmente accelerare tali esercitazioni, affermano i funzionari.
Secondo le dichiarazioni rilasciate dal vicepresidente JD Vance, gli Usa sono interessati a prevenire il programma missilistico iraniano ed eventualmente una ripresa di quello nucleare. Quelli sono infatti temi che riguardano la sicurezza nazionale. Vance ha però fatto capire chiaramente che le forze armate statunitensi non si muoverebbero per aiutare la ribellione contro il regime, perché quella va considerata una questione interna all’Iran, che riguarda gli iraniani e non gli americani.
In ogni caso, un aiuto ai ribelli è già arrivato: non sotto forma di raid aerei e missilistici, ma di tecnologia per la comunicazione. Sempre secondo fonti informate, gli Stati Uniti hanno introdotto clandestinamente nel Paese circa 6mila kit Internet satellitari: Starlink permette di comunicare in Iran, aggirando il blocco totale della rete.
Si tratta di un aiuto importante, ma rischioso: l’uso dei terminali Starlink di Elon Musk è illegale in Iran e comporta una condanna certa ad anni di carcere. Nonostante ciò, decine di migliaia di iraniani possiedono i terminali satellitari, secondo le stime di analisti e attivisti.


