• LA RECESSIONE

Il Sudafrica in crisi dà ancora la colpa all'apartheid

Il Sudafrica è la seconda potenza economica del continente. Dal 2011 fa parte dei Brics, ma ora è in recessione economica. I problemi sono imputabili soprattutto alla classe politica che tenta di attribuire ai proprietari terrieri bianchi la colpa. Di tutti gli scandali, però, nessuno rende bene il degrado quanto quello "delle latrine”.

Il Sudafrica è la seconda potenza economica del continente africano. Dal 2011 è entrato a far parte dei Brics, i cinque grandi paesi emergenti (gli altri sono Brasile, Russia, India e Cina). A fine luglio ha ospitato il 10° vertice dei Brics durante il quale si sono stipulate intese economiche miliardarie. Cina e Sudafrica da soli hanno firmato accordi che prevedono investimenti per 14 miliardi di dollari in diversi settori.

Ma il paese è entrato in recessione nel 2017, per la seconda volta in dieci anni, e, dopo esserne uscito nella seconda metà dello scorso anno, rischia una nuova crisi nei prossimi mesi. I problemi sono imputabili soprattutto alla situazione politica, in effetti alla classe politica troppo vistosamente inaffidabile che ha tradito le promesse di una nuova era di progresso e sviluppo per tutti dopo la fine del regime di apartheid. Non per niente una parte della leadership politica oggi tenta di attribuire ai proprietari terrieri bianchi la colpa dei problemi che affliggono la popolazione mentre nei centri urbani si scatenano periodicamente cacce all’uomo contro gli immigrati, accusati di togliere il lavoro agli autoctoni e di alimentare la criminalità organizzata. 

L’Anc di Nelson Mandela è al governo ininterrottamente dal 1994 ed è sempre più difficile nascondere gli scandali rivelatori della corruzione, dell’incuria sconsiderata, della suprema indifferenza per le sorti nazionali dei tanti esponenti di partito che ai vari livelli di governo e amministrativi hanno incarichi di responsabilità. Il presidente Jacob Zuma ha pagato a febbraio con la destituzione il suo arrogante, sfrenato malgoverno culminato nello scandalo dei 16 milioni di euro attinti alle casse dello Stato e spesi per ampliare e abbellire una proprietà di famiglia. 

Di tutti gli scandali, però, forse nessuno rende altrettanto bene lo squallore e il degrado che rischiano di travolgere il Sudafrica quanto quello noto come “lo scandalo delle latrine”, scoppiato ad aprile in seguito alla morte di due bambini, un maschio e una femmina, entrambi di cinque anni, caduti nel pozzo scavato nella terra, unico servizio igienico delle loro scuole. La morte assurda dei due piccoli ha finalmente portato all’attenzione dei mass media, delle organizzazioni non governative e quindi del governo lo stato di incuria in cui versano migliaia di istituti scolastici in tutto il paese: più di 4.500, sul totale di quasi 25.000, hanno solo latrine a pozzo, molte delle quali realizzate con materiali scadenti, mal costruite e prive di copertura. Si è scoperto che, ad esempio, nella provincia del KwaZulu-Natal le scuole con latrine sono 1.379, in quella del Limpopo sono almeno 932. Nel Capo orientale 1.585 scuole dispongono di latrine a fossa e 61 sono addirittura del tutto prive di toilette. 

La prima reazione – e come poteva essere diversamente – è stata prendersela con i bianchi. La deplorevole situazione dei servizi igienici delle scuole, hanno provato a spiegare gli analisti, è un’ennesima eredità dell’epoca dell’apartheid quando i bianchi al potere quasi non stanziavano risorse per sviluppare le scuole destinate ai bambini poveri, quasi tutti neri. Però l’apartheid è finita da un quarto di secolo. Qualcuno quindi ha incominciato a dire che la colpa è anche della mancanza di manutenzione dei servizi esistenti, per quanto di base. Poi si sono attivate le organizzazioni sudafricane che difendono i diritti umani dichiarando che le latrine a pozzo violano il diritto dei bambini alla dignità e chiedendo al governo di costruire con urgenza dei servizi sicuri. Inoltre un tribunale del Limpopo, pur rifiutando di accogliere la richiesta di un risarcimento finanziario avanzata dai genitori di uno dei due bambini, ha ordinato alla sua scuola di rimuovere immediatamente tutte le latrine. Infine il presidente della repubblica, Cyril Ramaphosa, il 23 aprile ha chiesto la rimozione delle latrine in tutte le scuole dando al dipartimento dell’educazione tre mesi per elaborare un progetto. 

Il 4 giugno un portavoce del ministero dell’educazione secondaria, Elijah Mhlanga, ha ammesso: «Dobbiamo rimediare a molti anni di negligenza, però le cose stanno per cambiere, anche se lentamente. È nostra intenzione che tutti i bambini delle nostre scuole dispongano di servizi sicuri». Ma per riuscirci ci vogliono fondi. Un primo rapporto governativo provvisorio prevede che la costruzione di servizi sicuri costerà più di 660 milioni di euro e il governo spera di ottenere dei contributi dal settore privato. Il 14 agosto, scaduti i tre mesi, il presidente Ramaphosa ha annunciato che tutte le latrine delle scuole statali saranno rimosse entro due anni: «Questa iniziativa – ha spiegato – salverà delle vite e restituirà dignità a decine di migliaia di nostri bambini». Il programma “Una igiene adeguata per una educazione sicura” verrà realizzato in collaborazione con gruppi privati tra cui la Fondazione Nelson Mandela e con l’Unicef. «L’iniziativa – ha aggiunto il presidente – va oltre alle mere infrastrutture per fornire acqua e igiene. Si propone di contribuire a edificare una società coesa in cui le scuole siano il cuore pulsante di comunità sane”. In realtà il problema dell’accesso ai servizi igienici in Sudafrica è enorme. Si stima che il 27% della popolazione addirittura non disponga neanche di servizi igienico-sanitari di base.

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