Il "socialismo gentile" di Mamdani smascherato in 100 giorni
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Il primo cittadino di New York ha chiuso centomila buche nelle strade, ma ora a sgretolarsi è la sua stessa narrazione elettorale nel primo scorcio di mandato, tra compromessi necessari e promesse inevase.
Cento giorni sono un battito di ciglia per la storia, ma per l’era Mamdani sono già il primo capitolo. Il sindaco di New York che doveva redimere la metropoli, ha servito in soli tre mesi un cocktail indigesto di utopia pauperista e pragmatismo cinico, dimostrando che tra il megafono dell’attivista e il timone del comando c’è la nuda realtà.
Il battesimo del fuoco, però, non è arrivato dai salotti della Quinta Strada, ma dall’East Village. La maschera del “socialismo gentile” è caduta fragorosamente proprio nel quartier generale del movimento punk, della pop-art e della scena LGBTQ+, proprio i newyorchesi che hanno permesso la sua elezione. Con un colpo di mano autoritario, camuffato da urgenza umanitaria, Mamdani ha tentato di blindare il quartiere con un trasferimento forzato di 250 tra senzatetto e tossicodipendenti pericolosi dal famigerato rifugio di Bellevue. Il risultato è stato un’azione legale contro il sindaco che il 1° maggio vorrebbe realizzare il trasferimento. Il quartiere non ha intenzione di trasformarsi nel laboratorio sociale di un sindaco che scambia la gestione del disagio per un esperimento di ingegneria ideologica. Secondo la denuncia, l’East Village è saturo di rifugi per senzatetto, un fatto che sarebbe stato evidente se i funzionari comunali avessero condotto una cosiddetta “analisi di equa distribuzione”, volta a garantire che tali strutture pubbliche siano distribuite in modo equo in tutta la Grande Mela. Insomma, punk, ma fino ad un certo punto.
In questo primo scorcio di mandato Mamdani ha rivendicato la chiusura di centomila buche, la rimozione delle impalcature che soffocano i marciapiedi e la messa in sicurezza del Williamsburg Bridge. Ma si tratta di interventi, per la gran parte, eredità inerziale della giunta Adams.
La sua ascesa era stata alimentata da un trittico di promesse: asili nido e scuole dell’infanzia a costo zero fino ai cinque anni; congelamento quadriennale dei canoni per gli affitti calmierati; gratuità totale del trasporto pubblico su gomma. Promesse che, però, hanno già dovuto fare i conti con la realtà.
Il bilancio della città, che ammonta a circa 120 miliardi di dollari, presenta infatti un deficit di 7 miliardi ereditato dalle amministrazioni precedenti. Al momento, i fondi stanziati dallo Stato (circa 1,5 miliardi) coprono solo una piccola parte di questo buco.
Per finanziare i suoi progetti il sindaco ha proposto di aumentare le tasse per i residenti che guadagnano più di un milione di dollari l’anno. Tuttavia, a New York il sindaco non ha il potere legale di modificare il sistema fiscale: questa competenza spetta esclusivamente al governo dello Stato. Per questo motivo, Mamdani s’è visto costretto a cercare un accordo con la moderatissima Kathy Hochul, governatore dello Stato. Il New York Times l’ha descritta come «una relazione improbabile». Se, infatti, Mamdani ha già annunciato che alle primarie sosterrà lei e non gli avversari più a sinistra, la Hochul, dal canto suo, non ha alcuna intenzione di alzare le tasse, perché sta cercando di farsi rieleggere a novembre. E allora ecco il compromesso: una tassa sulle seconde case, per i non residenti.
Il problema, tuttavia, risiede nell’inconsistenza dei numeri rispetto alla gravità dello scenario: raccogliere 500 milioni di dollari rappresenta un’inezia quasi irrilevante a fronte di un bilancio statale che per l’anno fiscale 2027 sfiora i 260 miliardi. È un’operazione di puro maquillage ideologico che rischia di generare effetti controproducenti sull’economia reale, accelerando quel disinvestimento che sta già svuotando le casse cittadine — giusto per avere un’idea negli ultimi 5 anni, 125 mila tra ricchi e super-ricchi hanno lasciato New York per la Florida portando con sé 14 miliardi di dollari di reddito imponibile, e i dati ora sono in crescita. Una misura, inoltre, che non risolve la carenza di case, ma rischia di peggiorarla. Molti dei 13.000 proprietari colpiti potrebbero decidere di vendere i propri appartamenti di lusso per spostarsi in affitto, così da evitare la tassa e risparmiare. Ed ecco il doppio danno, da un lato sul mercato ci saranno improvvisamente tantissime case di lusso in vendita, deprimendo i prezzi, dall’altro aumenterà la richiesta di case in affitto, facendone salire i costi. Quindi l’esatto opposto di ciò che Mamdani aveva promesso. Un problema che non riguarderebbe solo le case di lusso, perché il rincaro degli affitti tende a trasmettersi col tempo a tutto il resto del mercato cittadino.
Nel frattempo, nei suoi primi cento giorni Mamdani ha già preso le distanze dal “defund the police” e ha anche chiesto scusa agli agenti per le dichiarazioni in campagna elettorale. All’epoca, aveva anche promesso che avrebbe fermato gli sgomberi forzati dei senza tetto, rivendicando il “diritto all’accampamento”, ma una volta diventato sindaco è scattata l’inversione a “u”.
Sul fronte della scuola, ha, invece, incassato il primo successo. Di nuovo grazie alla Hochul, il progetto per rendere gli asili nido gratuiti è partito. Un successo ottenuto con i fondi ordinari dello Stato e non con quel prelievo straordinario sui super-ricchi che era il cuore pulsante della sua narrazione elettorale, — lo Stato ha messo sul piatto 4,5 miliardi di dollari e il Comune 1,2. Stessa cosa per i supermercati in salsa sovietica promessi mentre sfidava al voto Andrew Cuomo e Curtis Sliwa. È stato annunciato da poco il varo del primo dei cinque punti vendita comunali ideati per garantire alle fasce più deboli prezzi calmierati. Il primo negozio è una struttura di circa 900 metri quadri all’interno del centro commerciale La Marqueta ad East Harlem, richiederà un investimento di 30 milioni di dollari e sarà operativo solo nel 2029. Una spesa spropositata, circa quattro volte superiore a quella sostenuta mediamente da un privato per un’operazione analoga e tempi biblici.
Tra le promesse inevase ci sono, poi, gli autobus e la metro gratuiti e ha anche accettato un taglio di 30 milioni di dollari nel bilancio per le biblioteche che voleva invece rafforzare. Anche sul fronte degli affitti, il vessillo del congelamento è stato mestamente ammainato dinanzi all’evidenza di un’impossibilità tecnica e legale che nessun fervore ideologico è riuscito a scardinare.
I primi cento giorni di Zohran Mamdani si chiudono così: un mosaico di compromessi necessari e utopie rimandate, dove l’unica certezza sono le buche riparate, e sul tema, magari, potrebbe dare istruzioni a qualche sindaco italiano.
Intanto il compagno Zohran ha deciso di abbandonare il suo modesto bilocale nel Queens per trasferirsi nella sfarzosa residenza ufficiale dell’Upper East Side, mille metri quadri di villa storica che persino un magnate come Bloomberg preferì ignorare. Non è certo un peccato convertirsi agli agi, e nessuno gli rinfaccerà la svolta borghese, resta però l’ossimoro del socialismo sbandierato.
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