Ancora bombe israeliane su Tiro, nonostante l’avvertimento dell’Iran
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Ieri le forze israeliane hanno colpito di nuovo l’importante città nel sud del Libano, causando almeno otto morti. Una nuova escalation che complica un accordo con Teheran, che considera imprescindibile la fine dell’aggressione al Paese dei Cedri.
Ieri, martedì 9 giugno, appena archiviato lo scambio di missili con l'Iran, le forze israeliane si sono rese protagoniste di una nuova escalation nel sud del Libano nonostante gli avvertimenti di Teheran. La città di Tiro, bombardata decine di volte dall'inizio dell'aggressione israeliana, l'ultima proprio domenica scorsa, è stata colpita ferocemente: secondo un primo bilancio, 8 persone sono rimaste uccise e 32 ferite. Beffardamente, dopo l'attacco, l'esercito israeliano ha emanato un ordine di evacuazione immediata per l'intera città, compreso il quartiere cristiano, che al momento dà ricetto a centinaia di sfollati dai villaggi di confine.
Allo stesso tempo sono state colpite decine di altre località nel sud del Paese, nel distretto di Sidone (a 45 chilometri da Beirut) e nella valle della Bekaa: Adchit, Habboush, Kfar Rumman, Al Khardali, Srifa, Ansaryie; e l'elenco è parziale. Sarà interessante vedere se l'Iran deciderà di riprendere gli attacchi o se, in vista della finalizzazione degli accordi con gli Stati Uniti, stavolta soprassederà. Certo è che Teheran ha un grosso debito di riconoscenza con il Libano, che per il tramite di Hezbollah gli ha sacrificato, volenti o nolenti, migliaia di persone, perlopiù civili. L'ultimo bilancio del Ministero libanese della Salute Pubblica parla di 3666 vittime del fuoco israeliano dal 2 marzo scorso, e 11321 feriti; 17 gli ospedali danneggiati, 131 gli operatori sanitari uccisi.
Secondo gli ultimi dati di IDF, 30 tra soldati e ufficiali dell'esercito israeliano e un civile aggregato alle truppe sono stati uccisi da attacchi di Hezbollah nel sud del Libano e nel nord di Israele.
«Questi cani rabbiosi devono essere disciplinati e rimessi al loro posto». Così aveva dichiarato su X nel pomeriggio di domenica 7 giugno Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, appena prima che Teheran desse il via al primo attacco missilistico su Israele dal cessate il fuoco dell'8 aprile 2026 (in tutto una trentina di missili, più uno lanciato dallo Yemen), seminando il panico nello Stato ebraico e lo scompiglio nell'alleanza Washington–Tel Aviv. Con l'apparente placet degli USA, l'aviazione israeliana aveva bombardato poche ore prima «un quartier generale di Hezbollah» nella dahyie, la periferia sud di Beirut, oltre al sud del Paese e alla valle della Bekaa, nonostante il recente, formale rinnovo del cessate il fuoco tra Libano e Israele (vedi qui). «Daremo una risposta decisiva e dolorosa all'attacco del regime sionista sulla dahyie», aveva scritto Rezaei nel post, invitando gli israeliani a guardare «il cielo sopra i territori occupati» quella sera.
Anche se la risposta iraniana non è stata né decisiva né dolorosa – i raid di Teheran si sono concentrati sulle basi aeree di Tel Nof, Nevatim e Ramat David e a quanto si apprende non hanno provocato vittime – occorreva un intervento del regime illiberale e antidemocratico dei mullah per cercare di allentare la stretta dello Stato ebraico sul Libano e sulla sua popolazione, stretta che il civilizzato Occidente sembra non voler vedere. L'immediato contrattacco israeliano, al grido «Teheran deve bruciare» del ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, è stato a quanto pare deciso dal premier Benjamin Netanyahu senza l'approvazione di Donald Trump, che per un giorno e mezzo ha continuato a chiedere ai contendenti di «smettere di sparare» per non mettere a rischio la già fragile trattativa in corso tra Teheran e Washington. Nonostante Tel Aviv abbia dichiarato di aver cessato gli attacchi per assecondare Trump, secondo il giornale Israel Hayom USA e Israele avrebbero inviato un messaggio all'Iran, assicurando che se Teheran avesse smesso di lanciare missili non ci sarebbero stati ulteriori attacchi israeliani: messaggio che ha quasi il sapore di una resa nei confronti di un nemico più ostico di quanto i due alleati vogliano far credere. L'Iran dal canto suo ha condizionato la fine degli attacchi alla cessazione del fuoco israeliano in Libano, pena nuovi raid «più duri e più estesi».
Per Teheran la fine dell'aggressione israeliana al Libano è una clausola imprescindibile dell'accordo con USA e Israele, mentre lo Stato ebraico desidera continuare le “operazioni militari” nel Paese dei Cedri; nonostante il ruolo di paciere tra Beirut e Tel Aviv che Trump si è attribuito, gli Stati Uniti non sembrano avere una posizione chiara in merito. Secondo l’emittente televisiva israeliana Channel 14, il Consiglio di sicurezza dello Stato ebraico avrebbe deciso che «a ogni razzo lanciato dal Libano verso Israele» da Hezbollah corrisponderà un attacco su Beirut, «senza bisogno di approvazione da parte del governo».
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