Il Papa difende la riforma liturgica anche da chi ne abusa
Il ciclo di udienze generali sulla Sacrosanctum concilium si conclude con principi e motivazioni della riforma liturgica. «La sua retta comprensione», afferma Leone XIV, «permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano».
Nell'udienza generale di mercoledì 26 agosto Leone XIV ha concluso il ciclo di catechesi dedicate alla costituzione conciliare Sacrosanctum conciilium (SC) con un richiamo a principi e motivazioni della riforma liturgica. Ha esordito citando le parole del cardinale Giovanni Battista Montini, che in capo a pochi anni col nome di Paolo VI avrebbe promulgato quella riforma. Il futuro Papa definiva la liturgia «espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo d’insegnamento divino da un lato, è voce di colloquio con Dio» e pertanto i fedeli «non possono e non devono più rimanere muti e passivi». Auspicio presente nella costituzione conciliare, la quale al n. 48 raccomanda che «i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» (e già queste parole suscitano col senno di poi qualche interrogativo en passant su quanto sia viva la consapevolezza di partecipare a un'azione sacra tra i fedeli domenicali, confondendo la partecipazione attiva con l'idolatria del fare, strimpellare, tambureggiare...).
Leone XIV sottolinea «il cuore dell’esperienza ecclesiale» che la riforma voleva far risplendere nella liturgia, ovvero (sono ancora parole di Montini ma questa volta già in veste di Paolo VI): «la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio». Di qui, prosegue il Papa, «l’esigenza di rendere maggiormente disponibile a tutti i fedeli la ricchezza dei testi biblici e delle orazioni, e di rendere più lineare l’ordinamento celebrativo rispetto a quello previsto nei libri liturgici allora vigenti», con l'obiettivo che «il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude» (SC, 21), distinguendo sulla scia della Mediator Dei di Pio XII gli elementi divini e immutabili da quelli soggetti a mutamenti nel corso dei secoli. Il Papa ricorda inoltre che «il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico» e afferma che «La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone, dunque, nel solco della tradizione vivente della Chiesa». Un excursus storico che mostra le ragioni per cui allora si decise di procedere alla riforma ma che sarebbe un po' forzato equiparare a una sconfessione di chi oggi segue i «libri liturgici allora vigenti»: realtà che il Papa ha dichiarato di non conoscere granché ma ha mostrato di essere disposto ad ascoltare. Realtà che nel 2026 partecipano «all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» proprio grazie a quei libri liturgici che allora si vollero riformare (e ben oltre quanto disposto da Sacrosanctum concilum).
Richiamando principi e motivazioni della riforma liturgica Leone XIV ricorda che «la sua retta comprensione permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano». E ribadendo che la liturgia non è azione privata ma ecclesiale (SC 26) esorta i pastori a «custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica». Un richiamo al rispetto delle norme e alla fedeltà ai testi non nuovo nelle parole di Leone XIV che difende sì la riforma liturgica ma anche da chi ne abusa.

