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Il caso

Il nichilismo del tredicenne e il ruolo della tecnologia

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Un tredicenne accoltella una insegnante e scrive, probabilmente con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, un manifesto nichilista. Si ha l’impressione che questo ragazzino sia stato cresciuto e forse guidato in questo gesto dagli strumenti tecnologici. Il problema educativo.

Editoriali 28_03_2026
Foto LaPresse

Strana faccenda, quella di Trescore Balneario: un ragazzino di tredici anni (poco più di un bambino) che, armato di tutto punto e vestito appositamente per l’occasione, accoltella una insegnante nei corridoi della scuola. Ancora più strano il “manifesto” che il ragazzo avrebbe scritto in inglese e pubblicato su Telegram: «Non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei [l’insegnante] e chiunque cerchi di impedirmelo». Manifesto che è un vero e proprio trattato di nichilismo, che puzza un po' di intelligenza artificiale; diciamolo, per quanto dotato, questa non è la scrittura di un tredicenne. Ed è strano pure che un ragazzino si preoccupi che «la scuola stia fallendo».

Qui abbiamo un punto: l’uso dei social media per diffondere un manifesto, probabilmente generato dall’intelligenza artificiale; e per far circolare persino il video dell’aggressione, girato dal ragazzo stesso con un cellulare che aveva al collo. L’impressione è che questo ragazzino sia stato cresciuto, forse accompagnato e guidato in questo gesto, dagli strumenti tecnologici. È possibile?

Qualche anno fa, i social media avevano diffuso la Blue Whale Challenge, una specie di “gioco sociale” che invitava gli adolescenti a compiere atti di autolesionismo, anche estremi; ovviamente, sempre all’insaputa dei genitori, che lo scoprivano sempre troppo tardi. Abbiamo forse abbandonato i nostri figli agli schermi digitali, perché li educhino al posto dei genitori?

Da tempo vado dicendo che il principale problema educativo dei giorni nostri è la paura, che talvolta sfocia nel rifiuto, di assumersi responsabilità educative da parte dei genitori. Per timore di sbagliare e che le conseguenze dei propri errori possano condizionare la vita dei figli, i genitori cercano il più possibile di delegare il compito genitoriale a chiunque altro: agli insegnanti che, come dice il nome stesso, sono insegnanti e non educatori; agli esperti, ai quali si chiedono tecniche e decaloghi teoricamente perfetti ma inutilizzabili nella quotidianità; ai figli stessi, che pare possano decidere cosa è opportuno mangiare, se lavarsi o no i denti e persino a quale genere appartenere (ovviamente, se desiderano incasellarsi in una rigida e schematica costruzione sociale); infine, agli schermi digitali.

Il primo passo è lo smartphone con il cartone animato di Peppa Pig mentre i bimbi mangiano, così sono ipnotizzati e non disturbano; invece di educarli a stare seduti, a tenere in modo appropriato le posate e a comportarsi decentemente in pubblico. Forse, l’ultimo è l’intelligenza artificiale che spiega a un tredicenne che, se la sua vita «è piena di ingiustizie, la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione», e che «non c'è niente di meglio che punire chi mi ha fatto del male».

Un secondo problema educativo consiste, dal mio umile punto di vista, nel considerare i piccoli come dei nani; persone che devono crescere sì, ma solo in altezza, non dal punto di vista cognitivo; quindi li si tratta come adulti, e si spiega, si argomenta, si chiede l’approvazione di un bimbo di quattro o cinque anni. Che, ovviamente, crescerà pensando che gli adulti hanno bisogno del suo permesso per dire, fare e pensare tutto ciò che li riguarda.

Forse conviene ricordare la lezione – assolutamente attuale – del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset che, nel 1929, intuì che la vera minaccia alla civiltà non sarebbero state le invasioni esterne, ma i «barbari verticali»; cioè i nostri figli. I quali non nascono con la cultura e l’educazione europea già installata nel cervello, ma devono essere inseriti in modo graduale e costante nella nostra civiltà; altrimenti saranno per sempre un corpo estraneo, esattamente come i «barbari orizzontali» che arrivano dal di fuori, della nostra società. Ma queste riflessioni di Ortega y Gasset sono persino troppo raffinate per una società come la nostra, che non si preoccupa nemmeno di inserire nella nostra cultura i barbari orizzontali; figuriamoci se si pone il problema per quelli verticali.

I casi sono due: o ci si riprende l’educazione dei figli, strappandola agli schermi digitali ai quali l’abbiamo delegata; oppure sarà il caso di abituarci alla giungla, della quale per il momento vediamo solo le propaggini. Comunque vada, sarà certamente interessante.