Il Memorandum di intesa fra Iran e Usa è ignorato da Israele
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Se Trump e la controparte iraniana hanno siglato un Memorandum di intesa e potrebbero firmarlo domani a Lucerna, Israele non ne fa parte e continua la sua guerra in Libano. Contro Hezbollah, ma ci va di mezzo la popolazione civile.
Auspicabilmente venerdì 19 giugno nei pressi di Lucerna, Svizzera, il Vicepresidente americano JD Vance e il Presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf finalizzeranno il Memorandum di intesa tra i due Paesi per porre fine alla guerra e riaprire lo stretto di Hormuz.
Domenica sera il Primo Ministro e mediatore pakistano Shehbaz Sharif aveva annunciato il raggiungimento da parte dei due belligeranti di un “accordo preliminare” in quattordici punti, comprensivo dell'“l’immediata e permanente cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano”. Sin dall'annuncio di Sharif, Tel Aviv ha preso immediatamente le distanze dall'”accordo di Trump” che “non è stato firmato da Israele”, come ha dichiarato il Ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir; lo Stato Ebraico, dunque, non sarebbe “vincolato in nulla” dal patto tra USA e Iran.
Dal canto suo il Ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha dichiarato apertamente che nonostante l'annuncio dell'accordo e nonostante le pressioni “presenti e future” IDF non si ritirerà dal Libano. «Il Primo Ministro Netanyahu e io condividiamo una politica chiara: IDF resterà a tempo indeterminato nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza per proteggere i nostri confini e i nostri cittadini dalle forze estremiste islamiche», ha concluso.
A tale dichiarazione ha fatto eco il suo collega alle Finanze Bezalel Smotrich, che in un'intervista alla tv Channel 14 ha ribadito che «Israele non si ritirerà dal sud del Libano, né in seguito alla firma dell'accordo di venerdì, né in un prossimo futuro», sottolineando che «Israele non si piega ad imposizioni esterne». Secondo Smotrich, «la campagna militare in Libano continuerà senza concessioni».
In effetti, IDF sta continuando a bombardare il Libano - ricordiamo che la “zona di difesa avanzata” stabilita unilateralmente da Israele nel Paese dei Cedri a protezione della Galilea si è spinta attualmente a 40 chilometri a nord dal confine con lo Stato Ebraico, e dunque parlare di operazioni militari nel “sud del Libano” è ormai riduttivo - provocando morti e feriti, come se l'accordo tra l'Iran e gli Stati Uniti non riguardasse minimamente Tel Aviv.
All'annuncio della pace imminente migliaia di sfollati libanesi hanno preso la via del ritorno verso i loro villaggi, intasando le strade dirette a sud ancora aperte, per poi tornare indietro nella maggior parte dei casi: i mezzi di trasporto - automobili, pullman, motorini, ma anche ambulanze e vetture dell'esercito libanese - sono tra i bersagli favoriti dell'aviazione israeliana. Decine di località nei distretti di Bint Jbeil e Nabatiye, già pesantemente bombardati negli ultimi tre mesi, sono tuttora sotto l'attacco di IDF.
Il Comando centrale militare iraniano (Khatam al-Anbiya Central Headquarters) ha calcolato che solo nel giorno dell'annuncio dell'accordo e in quello successivo Israele ha colpito il Libano ottantaquattro volte - con attacchi di ogni tipo, bombardamenti, demolizioni, colpi di artiglieria – avvertendo che se continuerà con le “operazioni militari” in Libano lo Stato Ebraico dovrà aspettarsi “una dura risposta” da parte delle forze armate iraniane.
Il Ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito più volte che valuterà ogni attacco israeliano al Libano e il mancato ritiro di IDF dal territorio libanese come una “violazione dell'accordo”.
Da parte sua Donald Trump, a margine del G7 in Francia, ha invitato a distanza Netanyahu ad essere più “responsabile” nei confronti del Libano, suggerendogli di chiedere alla Siria di eliminare Hezbollah, se Israele non è capace di farlo «senza uccidere tutti gli altri». Riusciranno le pressioni degli Usa ad impedire ad Israele di far saltare l'accordo con l'Iran, cosa di cui lo Stato Ebraico sembra avere tutta l'intenzione? Il disallineamento tra i due alleati – o forse ex alleati? - nella guerra alla Repubblica Islamica appare più che mai evidente.
Mentre scriviamo giunge la notizia che cinque soldati di IDF sono stati colpiti da un drone di Hezbollah nei pressi di Bint Jbeil. Giorni fa, l'esercito israeliano ha reso noto che sono saliti a 30 i soldati e gli ufficiali uccisi in Libano dalla milizia sciita dal 2 marzo scorso, più un civile aggregato alle truppe.
La “guerra dei droni” del Partito di Dio sta mettendo in difficoltà IDF, senza riuscire ad espellere dal territorio libanese un esercito incomparabilmente più forte e tecnologicamente avanzato come quello israeliano; allo stesso tempo, le effimere vittorie di Hezbollah offrono allo Stato Ebraico ulteriori pretesti di ritorsione sulla popolazione civile. Quasi quattromila vittime del fuoco israeliano in poco più di tre mesi - tra cui donne, bambini, personale sanitario, soccorritori, giornalisti - distribuite su un territorio grande come l'Abruzzo, testimoniano che quella in corso in Libano non è una guerra, ma un'aggressione ad una popolazione incapace di difendersi. Una ricerca pubblicata nei giorni scorsi dal Ministero libanese dell'Agricoltura, in coordinamento con il Consiglio nazionale per la ricerca scientifica del Libano e le Nazioni Unite, riporta che le perdite complessive del settore agricolo nelle zone colpite dalla guerra ammontano a più di 530 milioni di dollari. La superficie interessata dai danni misura 56.320 ettari.

