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CONTRADDIZIONI

Il Festival parla di tolleranza, ma produce violenza

Blanco devasta il palco dell’Ariston e Amadeus lo giustifica. Proprio come fanno i bambini davanti ad adulti incapaci di dire quando si oltrepassa il limite. È la cifra del Festival e di una cultura relativista che, predicando tolleranza e “amore” fluido, generano aggressività e incapacità di amare. Perché solo la Verità è in grado di educare.

Editoriali 09_02_2023
Amadeus e Blanco sul palco dell'Ariston

Hai voglia a gridare contro il maschio aggressivo che in preda all'istinto picchia la sua donna. Hai voglia a piangere sul latte versato di una generazione di numerosi suicidi dovuti alle difficoltà e che spesso vive di sballo oltre ogni limite con il supporto del mondo virtuale, come dimostra il caso dei cinque ragazzi morti schiantati con un’auto che sfrecciava a cento chilometri orari in paese. E hai voglia a lacrimare come un coccodrillo dopo aver permesso tutto ad un figlio che poi a scuola bullizza professori e alunni. Basti pensare all'episodio della professoressa di Rovigo, a cui gli alunni hanno sparato pallini ad aria compressa, con genitori che prendevano le parti dei loro figli, mentre Luciana Littizzetto si è permessa di dire che se la docente fosse stata empatica non sarebbe successo nulla.

Hanno voglia le istituzioni a parlare di rispetto e senso civico per poi presenziare, come ha fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ad un Festival di Sanremo che prima mette la donna-Ferragni (praticamente nuda e quindi alla mercé di tutti) al centro e poi parla di rispetto. E, mentre permette al cantante Blanco di distruggere il palco dell'Ariston perché qualcosa (in questo caso l'audio) non ha funzionato come voleva lui, inneggia alla tolleranza. Non ci sono limiti, grida il palco di Sanremo agli italiani, nessun argine (che per il pensiero del gender fluid è un nemico da cancellare), così siamo tutti più felici e accolti, tutti con un posto nella società (a meno che tu non dica il contrario, ovviamente). E infatti Amadeus che ha fatto? È salito sul palco a giustificare il bambino frustrato, Blanco, che, siccome le cose sono andate storte, può permettersi di rompere vasi e distruggere fiori da chissà quanti migliaia di euro. Che è come dire: poverino, bisogna comprenderlo il violento. Perciò, “torna ancora ad esibirti”, lo ha invitato il presentatore mentre il cantante rideva sbeffeggiandolo. Esattamente come fanno bambini e ragazzini davanti ad adulti incapaci di mettere dei paletti e di redarguire quando si fa il male o si oltrepassa il limite.

I bambini, infatti, soprattutto quando sono in preda alle emozioni che non sanno gestire, cercano chi li contenga. Bambini e giovani cercano chi sia certo del bene e del male e lo sappia indicare anche con la correzione. E rispettano più facilmente genitori che provino ad educare anche alla frustrazione dei “no” e quindi alla capacità di affrontare con forza le avversità. Genitori che invece quel palco di cantanti e uomini dello spettacolo considera retrogradi e violenti (bella ironia, i violenti diventano quelli che la violenza la condannano).

Sono banalità che oggi occorre ripetere e dispensare come fossero medicine contro la malattia dell'incertezza incubata e diffusa più che mai dai mezzi di comunicazione. Perché se un cantante può permettersi di distruggere un palcoscenico senza conseguenze vuol dire che il virus ha penetrato i nostri corpi più di quanto si possa pensare.

È proprio così. Oggi scuola, media e mondo educativo predicano l'assenza di una verità da insegnare e chiamano intolleranti quelli che pensano che esista un bene da perseguire e un male da evitare. Solo il relativismo, si proclama, sarebbe inclusivo, accogliente e gentile. Eppure il Festival della musica italiana (se così vogliamo ancora chiamarlo), proprio predicandolo, ha dimostrato il contrario: il buonismo, la fluidità, il fai-ciò-che-vuoi-e-ti-senti, il proviamo-a-capirlo-poverino (come ha chiesto Amadeus al pubblico che fischiava contro Blanco) generano mostri. Ragazzi incapaci di controllarsi perché mai contenuti (vedi l'iperattivismo dilagante), giovani fragili che alla prima avversità si demoralizzano quando non diventano distruttivi, bambini dittatori che in tutto vogliono essere soddisfatti ma che saranno adulti incapaci di vedere il bisogno altrui. Figurarsi quello delle donne che oggi è messo ipocritamente al centro della preoccupazione mediatica.

A dirlo è lo stesso cantante che poi ha accettato di scusarsi con parole che scuse non sono: “Ti ho messo in lacrime come la mia mamma, Ariston. Mi hai visto fragile come un bimbo... e qui, proprio qui, dove mi hai insegnato a correre, sono caduto... Mi sono rotto la faccia e piango, Ariston. Ma poi... rido, rido, rido, rido, rido, rido e grido. Perché non sono perfetto come mi volevi ma finalmente me stesso”.

E così, con il dolce nome dell’“accoglienza”, della “tolleranza” e dell’“amore”, si genera un mondo di uomini-bambini, di aggressivi, di intolleranti e di persone capaci di amare nessuno. Solo la certezza di una Verità da cercare e stimare come risposta (e non come nemica) al bisogno umano e la consapevolezza della ferita del peccato originale, per cui occorre correggere e correggersi continuamente, sono in grado di educare persone forti, rispettose dei limiti che la realtà pone e in lotta contro ogni forma di violenza e di male.