Il disprezzo per gli altri di Sorrentino, adulatore alla corte di un “papa laico”
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La piaggeria di Sorrentino davanti a Mattarella rivela il disprezzo elitario della Sinistra e l'adulazione per il presidente della Repubblica, "papa laico" della religione civile "quirinalista". E tradisce il contrappasso del premio Oscar, passato coi radical chic, di cui nella Grande bellezza si faceva beffe.
C’è qualcosa di tremendamente beffardo nella pacchiana captatio che il regista Paolo Sorrentino ha rivolto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella sempre più in versione papa laico. Il premio Oscar, durante la cerimonia per i 150 anni della Siae, è stato ricevuto al Quirinale assieme ad altri numerosi artisti nel panorama musicale e cinematografico italiano e prendendo la parola, ma stando villanamente seduto (ah … come sono anticonformisti gli artisti) ha esclamato con enfasi e prosopopea vomerina: “Se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti, Presidente, vivremmo gioiosi e pacifici, ma purtroppo ci sono anche gli altri”.
Una battuta, che ha strappato l’applauso degli astanti e un sorriso a mezza bocca dell’inquilino del Quirinale, non si sa se compiaciuto o imbarazzato. Ma che battuta non è. Il fatto è che il regista napoletano quelle cose le pensa veramente e le pensa veramente perché è questo il tipico tic della Sinistra impegnata, che è passata dalla superiorità morale al disprezzo umanitario condito dalla grammatica dei buoni sentimenti verso il potente di turno.
Una frase che rivela il disprezzo e il settarismo della gauche dietro la cinepresa, la stessa che si lamenta col portafogli gonfio se il Governo non finanzia le opere ispirate dai suoi intellò. La Sinistra accogliente e inclusiva, che tradisce il razzismo di fondo dall'alto della sua selezione naturale.
Certo, verrebbe da rispondere al regista de La Grande Bellezza che se non ci fossero “gli altri”, intesi come il popolino litigioso e questuante che al botteghino fa la fila per i suoi film, anche lui vivrebbe momenti meno gioiosi, soprattutto quando arrivano le bollette da pagare. E che se c’è qualcuno che deve ringraziare il popolo che paga di tasca sua concerti, spettacoli, cinema e canzoni, questi sono proprio gli artisti o presunti tali soggetti alla Siae, potente macchina da soldi dell’intrattenimento d’autore.
Ma sarebbe un dargli ragione, segno che, come insegna il Marchese del Grillo, l’artista è l’artista e tutti gli altri non sono un…. Insomma, s’è capito.
Ma il punto è più profondo. Ed è un abisso di disdegno verso gli “altri”, così largo da includervi dentro tutta l’umanità in generale che non scrive canzoni, non mette in scena storie e non abita al Quirinale. C’è qualcosa di più razzista, elitario, snobistico, classista e selettivo di questo?
A ben guardare, il concetto è lo stesso espresso in forma paternalistica dal giornalista Massimo Giannini, anche lui di sinistra, guarda un po’, che definiva la vita dei disabili non degna di essere vissuta. La stessa alterigia, la stessa spocchia aristocratica, la stessa presunzione di pretendere di strappare un sorriso rimediando però una pernacchia. E la stessa, diciamocelo, ambizione di essere dalla parte giusta del mondo, quella più in alto e al riparo da critiche, incomprensioni, spesso ingiustizie contro le quali l’artista, se fosse tale dovrebbe scagliarsi con indignazione e perfida sagacia.
Deriva di una sinistra che ieri si indignava per gli ultimi, gli operai, i braccianti e che oggi è passata dalla parte di chi il potere ce l’ha davvero, si siede a commentare al bar Casablanca e sembra dire: “Parliamo, parliamo, di rivoluzione, di proletariato” (quanto manchi a questo Paese, Gaber). "Che roba, contessa, han fatto lo sciopero quei quattro ignoranti". Solo che non c’è neppure l’ironia a fare scudo. C’è solo un disprezzo verso chi non è come te.
Facile fare gli impegnati dietro la corazza dei corazzieri, lisciando il pelo al Presidente della Repubblica che da qualche anno a questa parte sta diventando sempre più un papa laico: esaltato da artisti, sportivi, politici, da tutta quella pletora di persone dalla parte giusta che lo venerano.

Un gioco delle parti stucchevole che non dice niente al Paese e che non pretende neppure più di raccontarlo, accontentandosi di alzare a grottesco il livello di piaggeria verso un politico, tra l’altro neppure eletto dal popolo, che non sarebbe male farci un meme in stile Kim Jong-il.
E Sorrentino, genio e regolatezza dell’arte nostrana da esportazione in conformistiche aspettative che gongola, sentendosi ancora più dritto di quanto le sue ultime opere non gli possano consentire. Vittima per contrappasso di una auto-metamorfosi che sembra fare specchio ad una delle sue migliori scene immortalata proprio dal suo prodotto più riuscito, dopo The young Pope naturalmente.
Sulla terrazza romana de La Grande bellezza, nel demolire la radical chic impegnata e “grondante impegno civile”, Jep Gambardella si rivolge così a Stefania e noi oggi facciamo lo stesso con Sorrentino: “Hai una vita devastata, allora invece di farci la morale, tu che esci tutte le sere, anche il lunedì quando non si manifestano neppure gli spacciatori di Popper, invece di guardarci con antipatia dovresti guardarci con affetto. Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia e pigliarci un poco in giro. O no?”.

