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IDEOLOGIA SINISTRA

Il culto woke: a cosa mira e perché non è finito

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L’improvviso cambio di rotta da parte dei fautori più accesi del woke si spiega dando un’occhiata al volto della società statunitense e in generale dell’Occidente. Che cosa è il woke? Una religione laica, neo-puritana. 
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Cultura 26_08_2026
Woke (AP)

Alla fine hanno dovuto cedere anche loro. «Woke 1.0 was crazy» (Il Woke 1.0 era una follia), ha affermato in pieno agosto Alexandria Ocasio-Cortez durante un’intervista all’emittente televisiva Abc. La politica Dem, pupilla di Bernie Sanders, non è però la sola a voler chiudere con una stagione politica impastata di rivalsa e ideologia.

Prima di lei, a maggio, la stessa identica frase l’aveva pronunciata il giovane consigliere comunale di New York Chi Ossé. Particolare di non poco conto è che sia lui sia Ocasio-Cortez siano membri dei Democratic Socialists of America (DSA), organizzazione politica che tenta di spingere più a sinistra il Partito Democratico.

L’improvviso cambio di rotta da parte dei fautori più accesi del woke si spiega dando un’occhiata al volto e agli occhi degli Stati Uniti, oggi; si comprende alla luce delle smargiassate quotidiane di Trump, che si trova lì dove è e che fa ciò che fa, anche grazie a un tritacarne culturale e mediatico che legge gran parte del passato e del presente sotto la lente di un sopruso da cancellare e di un diritto da rivendicare.

Di definizioni di ciò che è il woke ne sono state fornite molte, ma sostanzialmente tutte confluiscono in uno stato d’animo più che in un programma ideologico. Il giornalista Federico Rampini lo definisce come «il linguaggio della colpa permanente dell’Occidente», «l’idea che ogni problema dovesse essere interpretato attraverso razza, genere, identità».

Sebbene la cultura woke abbia origine nelle comunità afroamericane d’inizio Novecento, è a seguito della morte di George Floyd (nel 2020) che è fuoriuscita dall’essere patrimonio esclusivo della comunità nera, per saldarsi con le rivendicazioni della sinistra politica. In breve tempo, il wokismo avrebbe ampliato il suo raggio d’azione e sarebbe diventato la spada da sguainare contro una società ritenuta ingiusta e oppressiva a prescindere.

Sotto il suo cappello avrebbero trovato spazio le richieste più disparate come: la riduzione dei fondi destinati alla polizia (Defund the police) o persino la sua abolizione; la cancellazione di corsi universitari; la censura di libri; la rimozione di busti e statue di personaggi ritenuti «discutibili»; la modifica o cancellazione di termini considerati poco rispettosi delle diversità, e tanto altro ancora.

L’aspetto su cui vale la pena riflettere, però, è l’incantamento che ne ha subito gran parte del mondo politico e culturale occidentale. Anzitutto ricordiamo che per taluni (non sono pochi) il movimento woke non è mai esistito, limitandosi ad essere una «trovata», un’abile mossa strategica escogitata da una parte politica ai danni del fronte avverso. Se così fosse, non si riuscirebbe a comprendere come mai sia avvenuta, da qualche anno a questa parte, un’improvvisa radicalizzazione del dibattito intorno ad alcuni temi.

La natura del wokismo in verità è stata attentamente analizzata da diversi studiosi, tra cui il filosofo della religione Gabriele Pelasciano. In un suo saggio, dal titolo: Il ‘wokismo’. Cosmovisione sostitutiva e religione secolare, egli sostiene che ci troviamo dinanzi a una vera e propria credenza intramondana, culturalmente legata al protestantesimo, dotata di una classe eletta (gli attivisti), di una missione profetica e di «un’incrollabile fiducia nella propria superiorità morale».

Le fondamenta teoriche su cui si basa sono: «la teoria del genere, che privilegia la percezione che l’individuo possiede di sé rispetto al dato sessuale biologico e oggettivo»; «la teoria della razza, che critica il ‘privilegio bianco’ dal quale scaturiscono numerose forme di discriminazione etnico-razziale e religiosa; «la teoria della colpa, che chiede un risarcimento per le ingiustizie storiche subite a causa della dominazione esercitata sul mondo dalle società occidentali».

Gli effetti pratici a cui conduce l’adesione a questa «fede» sono stati efficacemente descritti dal Papa a inizio anno, in occasione del discorso tenuto al Corpo diplomatico. La sensazione generale è che «in Occidente si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano», ha osservato il Pontefice.

Dopo la presa di posizione di Ocasio-Cortez, alcuni leader politici italiani non hanno esitato ad accodarsi alla rivisitazione che ne è stata fatta d’oltreoceano. Giuseppe Conte, sulle pagine di Repubblica, ha scritto che la cultura woke è diventata «una sorta di religione morale autoreferenziale», che non può costituire «l’ossatura ideologica di una forza progressista»; sulla falsariga di quanto affermato dal presidente del M5S è intervenuto anche Matteo Renzi, che ha ribadito i limiti e gli unilateralismi del wokismo. Per entrambi è necessario dunque invertire la rotta e concentrarsi sulle «radici materiali delle diseguaglianze».

L’aspetto che stupisce di queste dichiarazioni riguarda le tempistiche, più che il merito. La sensazione che se ne ricava, infatti, è che fosse opportuno dire certe cose soltanto dopo la presa di posizione di un importante esponente Dem d’oltreoceano, e non prima. Il che pone un tema di affidabilità politica che non può essere eluso. E, infine, chi stabilisce il confine tra le istanze «positive» del wokismo (che nel mondo progressista nessuno mette in discussione) e le sue contorsioni ideologiche? Non sono questioni di lana caprina, né tanto meno è irrilevante sapere se la politica italiana sia in grado di prendere l’iniziativa senza necessariamente attendere certificazioni ideologiche dall’estero.