Il Board of peace di Trump cancella la presenza palestinese
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Il progetto di "ricostruzione" di Gaza presentato dalla delegazione americana a Davos ignora totalmente la presenza palestinese per immaginare un futuro sul modello di Abu Dhabi. E sul terreno la situazione è sempre tesa, con circa 500 morti provocati dalle bombe israeliane dal cessate il fuoco.
Ci si chiede se Trump sia davvero interessato a promuovere la pace a Gaza, o, se piuttosto, intenda perseguire quel progetto di trasformazione radicale del territorio e stravolgimento urbanistico, stile Abu Dhabi, che contempla il rischio di cacciare definitivamente i palestinesi dalla Striscia. Dubbi, che in questi giorni, angosciano la popolazione di quel devastato lembo di terra.
L’annuncio della creazione di una Conferenza di Pace (Board of Peace) composta da figure di spicco sia del settore finanziario e politico strettamente legate al presidente degli Stati Uniti non è stato percepito a Gaza come una soluzione diplomatica per arrivare ad una pace vera e duratura. Al contrario, è inteso come un chiaro segnale: la Striscia rischia di essere ridotta ad un’entità separata dai suoi abitanti, quasi fosse un progetto da amministrare dall’esterno e non una terra abitata da un popolo con il legittimo diritto di viverci pacificamente secondo le sue tradizioni.
L’iniziativa americana appare sempre più come una nuova forma di colonialismo, che mira a esercitare il controllo sia sul territorio, sia sulla popolazione, celandosi dietro il pretesto della “ricostruzione” e della “stabilità”. Un’iniziativa di espansione coloniale e commerciale fondata sulla distruzione e la cancellazione di un intero popolo.
Gli abitanti di queste aree vengono sistematicamente esclusi da ogni processo decisionale, privati della possibilità di influire sul proprio futuro. Tra i ventidue Paesi che avrebbero sottoscritto il documento presentato a Davos da Trump non risulterebbe, infatti, né l’Autorità Nazionale Palestinese né tanto meno Hamas.
Quanto previsto dall’ipotesi prospettata dagli USA indica una deliberata mancanza di comprensione della complessità sociale, politica e storica della Cisgiordania. Difficile immaginare che un comitato esecutivo estero creato artificialmente da attori esterni e un comitato per la pace possano controllare l’amministrazione transitoria di Gaza, composta da tecnocrati palestinesi, e che quest’ultimi collaborino con il governo israeliano per amministrare le questioni interne a Gaza. Pare, insomma, un’ipotesi poco credibile, anzi irrealistica.
Fatah e Hamas rappresentano tuttora i principali attori politici all’interno della società palestinese. Fatah si è affermato, inizialmente, come forza trainante del movimento di liberazione nazionale, modificando in seguito il proprio percorso politico dopo gli Accordi di Oslo, su cui aveva riposto molte speranze. Hamas, invece, ha continuato a distinguersi focalizzandosi, sin dalla sua fondazione, sulla resistenza terroristica, contestando la stessa esistenza di Israele. Nel 2017 c’è stato un apparente cambio di posizione, il gruppo ha accettato la delimitazione del territorio dello Stato di Palestina entro i confini del 1967, ma non ha riconosciuto la legittimità dello Stato israeliano. È chiaro che la società palestinese non può accettare una guida che si collochi al di fuori della prospettiva dell’indipendenza nazionale o che si sottometta a influenze esterne.
Molti dubbi, tante riserve, ma soprattutto incredulità, sull’ipotetica Conferenza per la Pace. I palestinesi sono convinti che non si può parlare di pace mentre a Gaza e in Cisgiordania si continua a morire, sia per i bombardamenti israeliani (più di 481 morti dal cessate il fuoco, con 1313 feriti, mentre 713 corpi sono stati recuperati da sotto le macerie) sia per le scorribande dei coloni che proseguono, indisturbati, nella loro avanzata di occupazione e distruzione.
Sabato scorso, 24 gennaio, nei pressi di Birzeit, in Cisgiordania, si è consumato l’ennesimo episodio. Secondo fonti locali, un gruppo di coloni ha fatto irruzione in un terreno di proprietà di una famiglia cristiana, situato nelle vicinanze dell’abitazione. La madre, accompagnata dai figli e dai loro cugini, è uscita nel tentativo di difendere il podere. Nel corso dell’aggressione, uno dei coloni ha scagliato una pietra che ha colpito la donna alla testa, causandole una profonda ferita. Attualmente si trova in condizioni molto gravi nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Al-Istishari di Ramallah.
Nel caos che ne è seguito, uno dei figli ha reagito colpendo un colono. Le forze dell’esercito israeliano, che prima stavano ad osservare, sono intervenute, arrestando il giovane insieme a due suoi cugini. Nonostante la gravità dei fatti di quanto è accaduto, si sta diffondendo tra i coloni una narrazione che li presenta come vittime e definisce la famiglia aggredita come terrorista. «Questo sistematico capovolgimento della realtà è purtroppo diventato abituale e contribuisce ad alimentare ulteriori ingiustizie e un aumento della violenza - denuncia padre Firas Abedrabbo, parroco di Ain Arik -. L’aggressività non colpisce solo i cristiani, ma ogni palestinese, sia cristiano che musulmano. È il segno di quanto grave e pesante sia diventata la situazione in Cisgiordania» ha concluso.
Si parla d’inizio della seconda fase del cessate il fuoco a Gaza, ma una delle questioni più insidiose è la cosiddetta “linea gialla”: una linea che non esiste ufficialmente, ma che condiziona profondamente la quotidianità, segnando confini rigidi all’interno di Gaza. Avvicinarsi a questa ipotetica frontiera può essere fatale, talvolta, persino restarne distanti non assicura l’incolumità, poiché il controllo militare israeliano agisce in modo del tutto imprevedibile. Questa linea simboleggia la politica di espansione degli insediamenti e delle zone cuscinetto, trasformando ogni metro guadagnato dell’area vietata in uno spazio dove il destino delle persone viene deciso dalla forza, non dalla legge.
Nel frattempo, rimangono inquietanti gli interrogativi circa le modalità con cui s’intende ottenere la cosiddetta “smilitarizzazione” e pacificazione dei territori palestinesi in vista della creazione di una nuova “Riviera del Medio Oriente”. Un recente episodio getta una luce sinistra sulle possibili strategie: all’inizio di gennaio, a Gaza, il capo della polizia di Khan Younis, il tenente colonnello Mahmoud al-Astal, è stato assassinato durante una sparatoria in auto. Non si è trattato di un caso di criminalità comune, ma, secondo osservatori locali, di un segnale esplicito di ciò che potrebbe attendere chi non intende deporre le armi. L’omicidio sarebbe stato eseguito da uno squadrone della morte, operante nella Striscia, con l’approvazione israeliana.
A rivendicare la responsabilità dell’uccisione, infatti, è stato Abu Safin, noto capo miliziano del gruppo “Forza d'attacco antiterrorismo” rivale di Hamas, che ha dichiarato come l’azione gli fosse stata ordinata dallo Shin Bet, l’agenzia d’intelligence israeliana specializzata in operazioni antipalestinesi. Questo fatto solleva nuovi dubbi e timori sul futuro della stabilità e sulle reali intenzioni dietro le annunciate operazioni di “pacificazione”.
A Davos, Jared Kushner, genero e inviato speciale del presidente Trump, ha diffuso immagini patinate in merito alla “nuova Gaza”: grattacieli scintillanti, complessi residenziali di lusso e ampie vedute sul Mediterraneo, stile Emirati Arabi. Alla presentazione del progetto non erano presenti i palestinesi, che sembrano non esistere: invisibili, cancellati, sepolti sotto le macerie di Gaza. Un’operazione che depenna con un colpo di spugna qualsiasi ipotesi di una possibile nascita di uno Stato di Palestina, nonostante che recentemente abbia ottenuto il riconoscimento di altri Paesi, raggiungendo così il cospicuo numero di centoquaranta nazioni nel mondo.


