«IA nuova infrastruttura del potere». Monito del Garante
Ascolta la versione audio dell'articolo
La Relazione annuale al Parlamento del presidente dell’Autorità Garante Privacy, Stanzione: l'intelligenza artificiale è ormai «la nuova infrastruttura del potere». La crescente capacità predittiva degli algoritmi rischia di sostituire il giudizio umano nei processi decisionali che incidono sulla vita delle persone.
Nell'era dell'Intelligenza Artificiale la privacy non è più soltanto un diritto alla riservatezza. È diventata uno dei principali strumenti attraverso cui tutelare libertà individuali, democrazia e dignità della persona in una società sempre più governata dai dati. È questo il filo conduttore della Relazione annuale al Parlamento presentata ieri alla Camera dal presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, Pasquale Stanzione, che propone una riflessione destinata ad andare oltre il tradizionale dibattito sulla protezione delle informazioni personali.
L'intelligenza artificiale, osserva Stanzione, è ormai «la nuova infrastruttura del potere» e rappresenta il principale terreno della competizione geopolitica globale. La corsa alla supremazia tecnologica tra le grandi potenze ridisegna gli equilibri internazionali e attribuisce alle tecnologie digitali un valore strategico paragonabile a quello che nel secolo scorso avevano le risorse energetiche o gli armamenti. Non è un caso che l'impiego degli algoritmi si stia intensificando anche nei conflitti contemporanei, modificando gli strumenti della deterrenza e gli stessi equilibri geostrategici.
Ma è soprattutto sul piano dei diritti che la relazione individua la sfida decisiva. L'innovazione tecnologica non può essere considerata un processo neutrale, misurabile esclusivamente in termini di efficienza o competitività. Ogni evoluzione tecnologica produce effetti sulla vita delle persone, sulle libertà individuali e sul funzionamento delle istituzioni democratiche. Per questo il presidente dell’Autorità Garante ha richiamato con forza la necessità di uno sviluppo umano-centrico dell'intelligenza artificiale.
Il principio è semplice quanto impegnativo: la tecnologia deve restare uno strumento al servizio dell'uomo e non trasformarsi in un fattore di marginalizzazione della persona. La crescente capacità degli algoritmi di analizzare, prevedere e orientare comportamenti rende infatti sempre più concreto il rischio che decisioni rilevanti vengano affidate a sistemi automatizzati, riducendo l'individuo a un insieme di dati, profili e probabilità statistiche.
In questa prospettiva la tutela della privacy assume un significato molto più ampio della semplice protezione delle informazioni personali. Difendere i dati significa preservare la libertà di autodeterminazione, impedire forme di sorveglianza pervasive e garantire che ogni persona continui a essere considerata un soggetto titolare di diritti e non un oggetto di classificazione algoritmica.
È il modello che l'Unione europea ha progressivamente costruito attraverso la disciplina sulla protezione dei dati e, più recentemente, con le regole dedicate all'Intelligenza Artificiale. L'obiettivo non è rallentare l'innovazione, ma orientarla entro un sistema di garanzie capace di rafforzare la fiducia dei cittadini. La competitività tecnologica, secondo questa impostazione, non può essere disgiunta dal rispetto dei diritti fondamentali.
La relazione suggerisce così una lettura della privacy come infrastruttura della democrazia digitale. Se i dati rappresentano la materia prima dell'Intelligenza Artificiale, diventa essenziale stabilire chi può raccoglierli, con quali finalità, per quanto tempo e con quali forme di controllo umano. Sono interrogativi destinati a incidere non solo sulla tutela individuale, ma sulla qualità stessa delle democrazie.
Non a caso Stanzione ha messo in guardia dal rischio di «ridurre la democrazia a equazione e la persona a prestazione». Dietro questa affermazione vi è una questione ormai centrale: evitare che la crescente capacità predittiva degli algoritmi finisca per sostituire il giudizio umano nei processi decisionali che incidono sulla vita delle persone. La tecnologia può supportare le decisioni, ma non può esaurire la complessità dell'esperienza umana né comprimere valori come dignità, uguaglianza e libertà.
Accanto alla dimensione regolatoria, la relazione richiama anche una responsabilità culturale. Il Garante dedica particolare attenzione ai fenomeni di violenza digitale, evidenziando come spesso gli stessi autori non percepiscano la gravità delle conseguenze prodotte dalla diffusione incontrollata dei contenuti online. Da qui l'insistenza sulla necessità di una vera pedagogia digitale, capace di formare cittadini consapevoli del valore dei propri dati e dei diritti connessi alla loro tutela.
Educare alla privacy significa infatti educare alla cittadinanza digitale. Comprendere il funzionamento delle piattaforme, conoscere i meccanismi della profilazione e sviluppare consapevolezza nell'uso delle tecnologie rappresentano condizioni essenziali per esercitare pienamente i propri diritti in una società sempre più digitale.
La relazione affronta anche il delicato equilibrio tra diritto di cronaca e tutela della dignità della persona, richiamando il principio di essenzialità dell'informazione come limite alla spettacolarizzazione mediatica di vicende giudiziarie e fatti di cronaca. Un richiamo che ribadisce come la protezione della persona resti il criterio guida anche nell'ecosistema informativo contemporaneo.
Il messaggio che emerge dalla relazione è chiaro: la vera sfida dell'Intelligenza Artificiale non consiste nello scegliere tra innovazione e diritti, ma nel dimostrare che uno sviluppo tecnologico rispettoso della persona rappresenta anche il modello più solido e sostenibile. La privacy, in questa prospettiva, non è un ostacolo alla crescita, bensì una delle condizioni che rendono possibile un'innovazione affidabile, trasparente e coerente con i valori costituzionali europei.
In un contesto in cui il potere passa sempre più attraverso il controllo dei dati e delle tecnologie, il compito delle istituzioni non è frenare il progresso, ma assicurare che continui a essere governato dall'uomo e orientato alla tutela dei suoi diritti fondamentali. È questa, probabilmente, l'indicazione più significativa che la relazione del Garante consegna al dibattito pubblico.

