Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Brigida di Svezia a cura di Ermes Dovico
CULTURA CATTOLICA

Hadjadj, un Premio che ricorda la missione del cristianesimo

Fabrice Hadjadj ha ricevuto il Premio Internazionale Cultura Cattolica. Nella lectio tenuta per l’occasione, il filosofo francese ha spiegato che la Rivelazione cristiana «non si colloca sullo stesso piano delle culture», in quanto «è ciò che permette a ogni cultura di crescere». Ma oggi assistiamo a un nuovo deleterio paradigma, tecnocratico, e il cristianesimo ha una nuova «missione di salvezza».

Cultura 03_11_2021 Español

«Diventando cristiano, divento contemporaneo di Mosè, Paolo, Agostino, Tommaso d’Aquino, Dante, Manzoni, ma anche di Sofocle, Aristotele, Virgilio che preparano al Vangelo. So che, sostanzialmente, le domande che pongono Shakespeare o Goldoni valgono ancora per me». Addirittura gli scritti di Marx e Nietzsche «avranno posterità solo nella Chiesa, perché il cattolico si interesserà ancora ai loro scritti, quando i seguaci degli algoritmi, dell’animalismo o del fondamentalismo li avranno da tempo abbandonati». È uno dei passaggi conclusivi della relazione che il filosofo francese Fabrice Hadjadj ha tenuto venerdì 29 ottobre a Bassano del Grappa ricevendo il 39° Premio Internazionale Cultura Cattolica. Una lectio nella quale, oltre che di cultura, il premiato ha affrontato un altro tema a lui caro, quello del transumanesimo e del rapporto tra l’uomo e la tecnologia.

Quanto alla cultura, ha spiegato, bisogna avere l’approccio del contadino visto che «la parola rimanda in primo luogo a un rapporto con la terra». Servono pazienza e consapevolezza che «l’uomo non è colui che inizia né quello che controlla interamente l’opera. L’opera procede da un dono iniziale, quello del seme». Così, l’uomo di cultura, chiunque esso sia, «riconosce sempre il dono primo del materiale e dell’ispirazione e sa che la propria mano è alla mercé dell’artrite». In questo contesto, la Rivelazione cristiana occupa un posto particolare. «Il cattolicesimo non è una cultura rivale, perché non si colloca sullo stesso piano delle culture. Se si possono paragonare le culture a specie vegetali, la Rivelazione cristiana non è una specie più viva e più bella, che dovrebbe sostituire le altre, come un’erba meravigliosa più virulenta dell’erbaccia. È più come il sole, la pioggia e le forbici del giardiniere. È ciò che permette a ogni cultura di crescere, di purificarsi, di dare fiori più belli e frutti più gustosi».

«Ora, temo che non siamo più ai tempi della cultura», ha proseguito. «Il modello non è più quello dell’agricoltura, del dono e dei giorni fasti. È quello del computer, di un controllo totale, e, naturalmente, poiché tale controllo produce un eccesso di tensione, di una perdita totale di controllo». Non c’è più la pazienza che la cultura richiede, quella pazienza che ha un uomo che pianta un albero e che sa che probabilmente non sarà lui a godere dei suoi frutti o quella dell’artigiano che contribuisce a costruire una cattedrale sapendo già che non sarà lui a vedere l’opera ultimata, ma i suoi nipoti. «Se il dispositivo tecno-emozionale ci trascina così facilmente all’istantaneità e al presentismo, è perché siamo senza speranza. A differenza dell’antico che credeva nella trasmissione, a differenza del moderno che credeva nel progresso, il postmoderno non crede più nel futuro... Non pianta alberi. Effettua ordini con consegna espressa».

Quando si è trattato di ricostruire Notre-Dame distrutta dall’incendio, ad esempio, la cosa più grave secondo Hadjadj non è stata dover ricostruire la cattedrale, ma «la presa di coscienza del fatto che, anche se riparassimo quell’edificio rifacendolo identico, non siamo più all’epoca dei costruttori di cattedrali. La loro cultura è irrimediabilmente perduta. Per preservarne le vestigia, siamo destinati a fare appello a ingegneri agnostici».

Allora, come si può «assicurare una continuità storica sufficiente a che i nipoti abbiano ancora una vita la cui essenza appaia simile a quella dei loro nonni?», si è chiesto il filosofo. La risposta che ha dato è proprio nella Rivelazione: «La Rivelazione cattolica non è una cultura, ma diventerà sempre più il luogo in cui le culture potranno ancora sussistere. In un mondo tecnocratico e che rompe sempre col passato, dove non si parla più che di crollo, non c’è che la Chiesa, nella permanenza miracolosa del suo magistero, a mantenere l’unità della condizione umana dal momento dell’espulsione dell’Eden fino alla discesa della Gerusalemme celeste». Il cristianesimo ha perciò una vera e propria «missione di salvezza» per la cultura di oggi: «Sempre più, in futuro, bisognerà rispondere all’Ascolta Israele, per ascoltare ancora Mozart o leggere Alla ricerca del Tempo perduto...»

Ha parlato di Rivelazione anche la presidente della Scuola di Cultura Cattolica, Francesca Meneghetti, «come oggetto del nostro interesse, perché cerchiamo di approfondire l’insegnamento del Vangelo alla luce del Magistero della Chiesa». Insieme a Rivelazione, sono altre due le parole chiave che hanno mosso l’agire dell’associazione nei suoi primi 40 anni (celebrati proprio nel 2021 con la pubblicazione da parte delle Edizioni Ares di un volume che raccoglie i testi di dieci conferenze del primo decennio della Scuola): sono la parola “realtà” «come società e mondo che ci circonda, nel quale siamo immersi e operiamo» e “responsabilità”, «quella che abbiamo come laici nei confronti di quanto abbiamo ricevuto». È su queste basi che poggia un lavoro di approfondimento in un momento storico che Meneghetti ha sintetizzato con una citazione dello stesso Hadjadj: «La nostra è un’epoca benedetta, nella qual l’Eterno, nella sua insondabile provvidenza, ci ha dato di vivere e di testimoniare».