• L'EDITORIALE DI OGGI

Governo senz'anima

Il Parlamento ha votato la fiducia al Governo. Ma la politica non si fa solo con i numeri, né con promesse di riforme che sanno di mera ricerca del consenso. Ci vuole una prospettiva chiara, un progetto entro cui collocare le necessarie riforme.


Il Parlamento ha quindi confermato la fiducia al Governo. La stabilità ne guadagna, ma tutti sanno che la politica non la fanno solo i numeri. L’esito delle amministrative è solo dell’altro ieri, la sberla del referendum è di ieri, l’accordo con Bossi trovato in nottata, quello con Tremonti ancora da definire: non si può dire una situazione tranquilla. Né basta aver investito Angelino Alfano della carica di Segretario per rivitalizzare un PdL in crisi di identità e un centrodestra in crisi di anima.


Già, perché il vero problema della maggioranza è l’anima. Non è vero, come spesso si dice, che gli elettori votino con la pancia o con le tasche. Non è vero che sia sufficiente una nuova legge che li avvantaggi economicamente per averli dalla propria parte. Letizia Moratti aveva perfino promesso di condonare tutte le multe automobilistiche, ma non ce l’ha fatta lo stesso. Gli elettori votano per mille motivi, ma le maggioranze travolgenti – come quella che tre anni fa ha conferito a Berlusconi un mandato senza precedenti – nascono sempre da una speranza, da delle mete condivise e percepite come  meritevoli anche se poi non tutti gli elettori analizzano tutte le cose fino in fondo, da un palpito del cuore per una visione ritenuta importante. Infine, anche i risultati di Milano e di Napoli rispondono a questo criterio: si è votato chi è stato maggiormente in grado di porre delle mete, di suscitare degli entusiasmi.

Con buona pace del presidente del Consiglio e del centrodestra, non credo che la ripresa consista (solo) nella riduzione delle tasse, nel trasferimento di rappresentanze ministeriali al Nord o nell’uscita dalla Libia. Non faccio una questione di merito. Al limite potrei anche essere favorevole a tutte e tre le decisioni. Ma non può essere tutto qui: mancherebbe l’anima. Un tipo di accordo di questo tipo può permettere di superare delle emergenze: Pontida, la verifica parlamentare di questi giorni, l’attesa della prescrizione del processo Mills … Ma non può rianimare i cuori delusi e infondere una visione di prospettiva. Agli occhi dei più tutto questo avrebbe il sapore dei rattoppi su una tela lacerata, degli interventi a tempo scaduto, del frutto di patteggiamenti con la Lega per permetterle di tenere calmi i dissidenti della base.


La riduzione delle tasse, per esempio, è una questione tecnica – le  tre aliquote – e finanziaria -  non si può aumentare il deficit pubblico – ma è soprattutto una questione politica: va inquadrata dentro coraggiose riforme, che finora non sono state attuate, nonostante le promesse. Inutile andare a rincorrere i rigagnoli degli sprechi, non si è ancora messo mano alle riforme strutturali, quelle che avevano smosso il cuore degli elettori tre anni fa. La  riforma Brunetta è stata tutto sommato poca cosa ed anche la riforma della scuola, in fondo, ha fatto un maquillage ma non un vero e proprio cambiamento di rotta. Senza inserimento in una visione, anche la riforma del fisco viene intesa come un’ulteriore promessa mancata.

Questa maggioranza ha dato prova di debolezza non sostenendo al referendum nemmeno le proprie leggi e non ha saputo approfittare della rivoluzione culturale che hanno portato avanti Cisl e Uil in questi anni. Non ha approfittato di quanto ha detto e fatto Raffaele Bonanni, che pochi giorni prima del referendum ha avuto il coraggio di dare libertà agli iscritti, di dire che lui non sarebbe andato a votare e che chiudere con il nucleare sarebbe stato pericoloso. Quel Bonanni che aveva contribuito a creare una nuova cultura del lavoro ai tempi delle tensioni con la Fiat di Marchionne. Questo per dire che di dinamismi positivi da intercettare ce n’erano nella nostra società. Ora la Cisl e la Uil sono costrette a chiedere al governo la riforma fiscale pena lo sciopero generale. Così il merito non sarà nemmeno più del governo. I ritardi in politica si pagano.


In questo senso il centrodestra dovrebbe anche rivedere l’immagine del “governo del fare” che esso propone di sé. Da un punto di vista pubblicitario e promozionale è logora. Poteva al massimo andare bene quando il partito di Repubblica si interessava esclusivamente della D’Addario o di Ruby, ma ora non più. Perché? Sia perché si presta alla critica: ma in questi tre anni non avete poi fatto molto (l’elettore non va alla ricerca di tante scuse, come fanno i politici, anche se possono essere legittime). Sia perché, come dicevo, oggi c’è bisogno di anima, di fare sì ma con una prospettiva, perché l’elettorato riprenda a sognare.


Allora, perché il centrodestra non sottrae all’Udc il tema del quoziente familiare e dentro un rilancio della famiglia nel nostro Paese? (Ma intanto – è notizia di questi giorni - la regione del Veneto supera i Radicali in tema di fecondazione assistita, aumentando fino a 50 anni la possibilità per la donna di usufruire gratuitamente di questa tecnica presso strutture sanitarie pubbliche). Perché non fa propria la rivoluzionaria battaglia per la parità scolastica? Perché non riduce le tasse, ma progettando un nuovo welfare che valorizzi veramente la società civile? Perché il PdL non investe un vero Segretario mediante forme elettive dal basso? Perché, infine, non riprende a fare cultura? Il Giornale e Libero non bastano per far volare le idee e creare costume.

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