• EX BIRMANIA

Golpe in Myanmar, fine della transizione democratica

Alla vigilia dell'insediamento del nuovo governo guidato dalla Lega Nazionale per la Democrazia, nel Myanmar (ex Birmania), i militari hanno preso il potere con un colpo di Stato. Aung San Suu Kyi, dopo aver vissuto dieci anni di libertà e di esperienza di governo, è tornata agli arresti da ieri. Potrebbe essere la fine della già difficile transizione democratica iniziata nel 2011.

Min Aung Hlaing

Alla vigilia dell'insediamento del nuovo governo guidato dalla Lega Nazionale per la Democrazia, nel Myanmar (ex Birmania), i militari hanno preso il potere con un colpo di Stato ben architettato e non sanguinoso, ma che potrebbe porre definitivamente fine alla lunga transizione del Paese alla democrazia. La figura simbolo di una Birmania libera, Aung San Suu Kyi, dopo aver vissuto dieci anni di libertà e di esperienza di governo, è tornata agli arresti da ieri. Fra galera e arresti domiciliari, la leader democratica, premio Nobel per la Pace nel 1991, ha trascorso 20 anni della sua vita in cattività, arrestata la prima volta dopo il golpe militare del 1990. Anche in quel caso, la sua Lega Nazionale per la Democrazia (sull'onda della protesta del 1988, schiacciata nel sangue) aveva vinto le elezioni con oltre l'80% dei voti, ma i militari non avevano accettato l'esito. Scarcerata nel 2010, dal 2011 aveva partecipato alla lenta e difficile transizione dal regime militare alla democrazia.

Il colpo di Stato dei militari è avvenuto ieri all’alba. Internet è collassata, tagliando tutte le comunicazioni essenziali, i telefoni cellulari sono rimasti a lungo senza campo. Quando, nel pomeriggio di ieri, le comunicazioni sono lentamente e disordinatamente tornate alla normalità, i cittadini si sono resi conto di quel che era successo. E’ stato un golpe post-moderno, condotto nel silenzio più completo pur nell’era dell’informazione ubiqua. L’esercito ha proclamato lo “stato d’emergenza”. Sia Aung San Suu Kyi che tutte le figure chiave del suo governo, già annunciato ma non ancora insediato, sono state arrestate assieme a funzionari regionali, attivisti e intellettuali vicini al suo partito. Mentre questo articolo va online, non è ancora completa la lista degli arrestati noti, anche a causa della confusione che regna ancora sovrana nelle comunicazioni.

Il golpe era stato preannunciato, tre giorni fa, da dichiarazioni bellicose, poi smentite (ma solo a scopo di dissimulazione) dal generale Min Aung Hlaing, comandante in capo delle forze armate (Tatmadaw) e vera eminenza grigia del potere reale nel Paese anche negli anni di maggior democrazia. E giunge al culmine di tre mesi di braccio di ferro fra il potere civile e quello militare. A novembre, infatti, in una sorta di riedizione asiatica della crisi delle elezioni americane, la Lega Nazionale per la Democrazia ha vinto il voto parlamentare con una maggioranza schiacciante: l’83% dei consensi. Ma il partito che rappresenta i militari, l’Unione Solidarietà e Sviluppo, ha iniziato a denunciare brogli massicci. Il caso è stato presentato alla Commissione elettorale che però ha certificato la regolarità del voto. Ieri avrebbe dovuto insediarsi il governo a guida democratica, ma i militari lo hanno preceduto con il golpe

Succeduto a Than Shwe, ultimo leader militare birmano, alla guida delle forze armate dal marzo 2011, Min Aung Hlaing è stato sempre il contraltare di Aung San Suu Kyi. Quando la Lega Nazionale per la Democrazia ha stravinto le elezioni del 2016, il generale ha riservato una quota di seggi del 25% ai rappresentanti militari. Si è poi opposto alle riforme costituzionali che avrebbero ridimensionato il potere del Tatmadaw nella politica e ha conservato i ministeri chiave per garantire difesa e sicurezza interna ai militari, oltre alle aziende strategiche nazionali.

In questo dualismo del potere civile-militare, è stato soprattutto l’esercito che ha voluto dare una risposta dura all’insorgenza islamica dei Rohingya nella regione del Rakhine. Il generale Min Aung Hlaing, già tristemente noto per la repressione nelle regioni del Kachin e dello Shan, a spese delle minoranze cristiane locali, ha scatenato una brutale repressione anche contro i musulmani del Rakhine, attirando la condanna di tutto il mondo e coinvolgendo nel crimine anche Aung San Suu Kyi. Del generale, infatti, si è sentito parlare relativamente poco nell’opinione pubblica, anche se nell’agosto 2018 è stato accusato di genocidio dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, dal 2019 è colpito dalle sanzioni degli Stati Uniti e dal 2020 anche da quelle del Regno Unito. Mentre il dibattito è infuriato contro la leader democratica, a cui è stato sospeso il premio Sacharov dell’Ue e per la quale si è anche proposta la revoca del premio Nobel. Min Aung Hlaing è dunque riuscito nel duplice intento di riaffermare la politica dei militari contro le minoranze e di screditare la sua principale rivale democratica. Con il suo colpo di Stato di ieri, mira a sbarazzarsene. La transizione del Myanmar verso la democrazia rischia di finire qui.

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