Giustizia per Cadorna diffamato. Messori lo difese da cattolico
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L'erede del generale Luigi Cadorna ottiene giustizia. La sindaca di Specchia condannata per diffamazione per averne insultato la memoria. Messori spiegava anche il perché della damnatio memoriae: Cadorna era cattolico in un corpo ufficiali massonico.
In queste torride settimane di luglio, mentre l’opinione pubblica si scaldava per ben altri processi e ben altre sentenze, il generale Luigi Cadorna veniva "assolto" dal tribunale di Lecce. Non è un caso di omonimia. Stiamo parlando proprio di quel Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, dal 1914 al 1917, celebre per le battaglie dell'Isonzo e soprattutto per la disfatta di Caporetto. Ora ad essere stata condannata per diffamazione è Anna Laura Remigi, sindaco di Specchia, provincia di Lecce. A sporgere querela è stato il nipote del generale, il colonnello Carlo Cadorna. Al processo è intervenuto l’onnipresente storico Alessandro Barbero, in veste di esperto, non essendo possibile convocare testimoni veri e propri, il quale ha definito Cadorna “non un sanguinario, ma indifferente ai massacri”. Pochi ricorderanno, però, che a difendere la memoria del Capo di Stato Maggiore fu un altro storico, Vittorio Messori, trentaquattro anni fa.
La Remigi ha sostituito il nome di Via Luigi Cadorna con Via Gino Strada, un gesto simbolico per dimenticare un uomo di guerra e celebrarne uno di pace. La decisione è stata però accompagnata da un discorso pieno zeppo di insulti alla memoria del defunto generale. Il giudice monocratico del tribunale di Lecce, Andrea Giannone, ha ritenuto che queste offese fossero gratuite e andassero ben oltre il legittimo diritto alla critica. La prima cittadina di Specchia, infatti, non ha lesinato aggettivi per definire il comandante in capo del Regio Esercito della Prima Guerra Mondiale. Parole riassunte dall’avvocato di Carlo Cadorna, Andrea Tirandola: «‘pazzo furioso’, ‘povero idiota’, ‘ominicchio di guerra’, ‘macellaio, senza offesa per i macellai’, paragonandolo a personaggi quali il mostro di Firenze o Jack lo squartatore», «Non si tratta – scrive il legale - di legittima critica, ma di pure offese».
Luigi Cadorna ascese al comando nel momento peggiore. Nel maggio 1915 dovette rapidamente cambiare piani, perché se fino a quel momento l’Italia neutrale si stava ancora preparando ad entrare in guerra al fianco degli Imperi Centrali (e Cadorna avrebbe inviato un contingente italiano sul Reno, a combattere al fianco dei tedeschi), l’ambizione di re Vittorio Emanuele III e del governo Salandra, spinse l’Italia in guerra al fianco dell’Intesa, con la mira di prendere Trento e Trieste, l’Alto Adige e l’Istria, la Dalmazia e la regione turca di Adana. Cadorna pianificò allora una campagna per sfondare sull’Isonzo e avanzare su Lubiana. Non sfondò, a causa della lentezza della mobilitazione e dei primi critici movimenti. Non riuscì più ad aprire quella “porta” in undici sanguinose battaglie dell’Isonzo. Riuscì meglio sulla difensiva, quando nel 1916 respinse la poderosa offensiva austriaca in Trentino, la “spedizione punitiva”, fermandola sull’altopiano di Asiago. Riuscì anche, successivamente, a mettere all’angolo gli austriaci sull’Isonzo dopo la presa di Gorizia e la battaglia della Bainsizza. Ma la controffensiva austro-tedesca del 24 ottobre 1917, con lo sfondamento a Caporetto, pose fine alla sua carriera e lo consegnò alla damnatio memoriae.
Di Cadorna oggi vengono ricordati unicamente il cinismo delle 11 “spallate” dell’Isonzo e soprattutto la spietata disciplina, che includeva anche le decimazioni: l’estrazione a sorte dei soldati da fucilare nei reparti che si erano macchiati di ammutinamento, come d’uso nell’antica Roma. Vi furono una dozzina di casi di decimazioni dal 1915 al 1917 (furono dunque molto rare, rispetto ai grandi numeri della guerra italiana, con milioni di soldati al fronte), ma resta una macchia indelebile, unica nel suo genere, per lo meno unica ad essere codificata in un regolamento militare. Quasi tutti gli altri eserciti combattenti, nello stesso conflitto, fecero ricorso anche a punizioni collettive, ma non le istituzionalizzarono mai. Cadorna ereditò un sistema già codificato (non ne fu l’inventore), ma lo applicò. Sul cinismo delle “spallate” dell’Isonzo, invece, si è fatta tanta cattiva letteratura. In primo luogo perché, con i mezzi, la tecnologia, i metodi e l’esperienza di allora (1915-17) non c’era molto altro da fare. Su tutti i fronti europei si combatteva alla stessa maniera e con un analogo tasso di perdite. La guerra di posizione in Ucraina, iniziata nel 2022, con centinaia di migliaia di perdite, dimostra che vi sia anche oggi lo stesso problema, pur dopo un secolo di evoluzione tecnologica militare.
Cadorna pagò la sconfitta di Caporetto più dei generali coevi (alleati e nemici) in circostanze analoghe. Fu un caso più unico che raro di comandante in capo rimosso in fretta e furia a crisi in corso: normalmente al generale che subiva uno sfondamento veniva data la possibilità, o meglio, la responsabilità, di organizzare una resistenza d’emergenza (come a Joffre nel 1914, o a Haig nel 1918). Cadorna era impopolare allora, anche perché aveva pessimi rapporti con la stampa: non voleva giornalisti al fronte. Perché era rigido di carattere e rigidissimo di disciplina. Ma anche perché, questa è la tesi di Messori, alla voce “Caporetto” del suo Pensare la storia: era l’unico cattolico praticante in mezzo ad alti ufficiali massoni. Nella lotta fra Chiesa e Massoneria, nel Regno unitario non c’era partita. Cadorna, scrive il Messori, era: «… inviso perché cattolico praticante, tetragono a ogni proposta di entrare anch’egli fra i “fratelli”». Quanto alle responsabilità per Caporetto: «… mentre Cadorna fu destituito (e contro di lui si scatenò una campagna di denigrazione che dura tuttora), uno dei maggiori responsabili, il generale Badoglio, che “fratello” lo era da sempre, non solo non fu punito ma premiato e, grazie al disastro, pose le basi di una straordinaria carriera. Intanto, a sostituire Cadorna, fu messo Armando Diaz, regolarmente affiliato».
Messori traccia il parallelo con l’analogo caso Foch in Francia: «Ferdinad Foch, il più geniale dei generali francesi, fu rimosso malgrado le vittorie e inviato in pensione (più che in pensione venne mandato in panchina, in un ruolo di retrovia, ndr). E questo perché “la Massoneria non gli perdonava di essere fratello di un gesuita e assai religioso egli stesso” (Giuseppe Arata). Per rimediare al disastro imminente delle armate francesi, il pur anticlericale Georges Clemanceau dovette imporsi alle Logge e richiamare Foch, che sarà poi il vero vincitore della guerra». Cadorna impostò la linea di resistenza dal Monte Grappa al Piave, per fermare gli austro-tedeschi dopo Caporetto, ma non poté assistere alla vittoria della sua strategia difensiva. Fu il successore Diaz a prendersi tutti i meriti. E a Luigi Cadorna, ancora oggi, sono riservati solo gli insulti, anche di politici in cerca di consensi pacifisti.

