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Germania, capro espiatorio della crisi greca

In questi giorni in cui la Grecia è colpita da una bufera che sembra non finire mai è fin troppo facile, per alcuni, puntare il dito contro la Germania. Una nazione definita come egoista, immorale, dedita solo agli affari e senza alcun senso di pietà. E' veramente così? Non proprio. Dipingere la Germania come l'origine di tutti i mali è quantomeno riduttivo.

Eurotower

In questi giorni in cui la Grecia è colpita da una bufera che sembra non finire mai è fin troppo facile, per alcuni, puntare il dito contro la Germania. Una nazione definita come egoista, immorale, dedita solo agli affari e senza alcun senso di pietà umana per un popolo che soffre sotto i colpi dell’austerity, promossa proprio da Berlino. È troppo facile, dicevamo, e come tutte le considerazioni facili, finisce con l'essere semplicistica. 

Come tale dev’essere rettificata. In che modo? Forse abbracciando la tesi opposta secondo cui la Germania è la Repubblica del Bene, del Vero e del Giusto, che lavora in ogni istante per la salvezza dei popoli europei? No, ovviamente. Come sosteneva la scolastica medievale piuttosto, riprendendo alcuni passi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, pensiamo che in medio stat virtus. Diciamo così che al pari delle persone anche gli Stati fanno i propri interessi e che la Germania non si sottrae, certamente, a questa regola generale. Prendiamo il caso greco: è superfluo sottolineare come sia stata proprio Berlino a spingere l’Eurogruppo a imporre alla Grecia misure di rigore a tratti drastiche. Pensare, però, che l’abbia fatto per una pura questione ideologica (l’idolatria dell’austerity) o per la ricerca di un dominio politico ed economico sul resto d’Europa (in stile Quarto Reich finanziario) sarebbe allo stesso tempo a dir poco ingenuo e riduttivo. 

Quel che dobbiamo chiederci è per quanto tempo, senza alcuna ricetta di rigore, la Grecia sarebbe riuscita a evitare il default. È difficile ipotizzare che uno Stato che per anni ha sistematicamente truccato i propri conti, che nel 2009 ha nascosto un deficit reale del 12,5% dichiarandone uno quattro volte inferiore, potesse salvarsi da solo dai colpi della speculazione internazionale. Non solo: nel tentativo, oggi si può dire fallito, di rimettere la Grecia sui propri binari non si può dire che la Merkel (è una semplificazione, che però va tanto di moda che la useremo anche noi) non abbia fatto la propria parte. Basti pensare che a oggi la Germania risulta la nazione di gran lunga più esposta nei confronti del debito greco, per una somma complessiva di oltre 60 miliardi di euro, prima di Francia (46) e Italia (40). Nulla di eccezionale, sia chiaro: se i tedeschi fanno tanto non è perché sono animati da uno spirito di straordinaria solidarietà nei confronti delle altre nazioni europee. Se ciò accade è solo una conseguenza, necessaria, del fatto che la Germania rappresenta di gran lunga la prima economia europea (circa 3.700 miliardi di dollari di Pil contro i 2.800 della Francia e i 2mila dell’Italia) e ha, di conseguenza, onori e oneri. Il suo capitale nella Bce - pari al 17,99% del totale contro il 14,17% della Francia, il 12,31% dell’Italia e il 2,03% della Grecia - le dà indubbiamente un maggiore controllo sull’euro e sull’economia europea. D’altro canto la maggiore partecipazione all’Esm (27,14% contro il 20,38% della Francia e il 17,91% dell’Italia), il Meccanismo di stabilità europea, la rende nettamente più esposta nei confronti del rischio default dei Paesi più deboli: il capitale sottoscritto è infatti pari a ben 190 miliardi di euro, contro i 142 della Francia e i 125 dell’Italia.

È per questo motivo che, oltre a prendersi qualche mese di tempo per far decidere alla propria Corte costituzionale se il Fondo salva Stati fosse legittimo, la Germania è stata la prima nazione a chiedere l’attuazione di misure d’austerity in cambio di due pacchetti di salvataggio da 110 e 130 miliardi di cui la Grecia ha beneficiato dall’inizio della crisi. Ma non è stata l’unica a fare una simile richiesta: se si leggono i resoconti giornalistici delle riunioni dell’Eurogruppo (le trascrizioni fedeli sono proibite) si può notare come in prima linea contro i trattamenti privilegiati per la Grecia – che comunque ci sono stati – si siano sempre schierate nazioni come Portogallo, Spagna e Irlanda. Paesi che hanno attuato, da soli, importanti riforme strutturali e che, bene o male, hanno rispettato i parametri imposti da Bruxelles. Perché mai, è stato il loro ragionamento, dobbiamo cavarcela da sole quando la Grecia può fare affidamento sugli aiuti europei, che arrivano anche dal nostro (martoriato) bilancio? 

Insomma se la Germania non è di per sé una nazione “buona” non si può neppure dire che sia cattiva. Lo dimostra, oltre al caso greco, l'atteggiamento teutonico sull’altro tema caldo di cui si parla in queste settimane: l’immigrazione. Di fronte alle immagini dei disperati di Ventimiglia, in tanti non hanno resistito dal puntare il dito contro Berlino che, sempre pronta a far pesare la propria supremazia economica, non vuole invece prendersi le proprie responsabilità da un punto di vista umanitario, scaricando sul resto dell’Europa la tragedia dei migranti. Chiaro è che l’Italia soffre di continui sbarchi che, per ovvie ragioni geografiche, non colpiscono il resto d’Europa e – come dice giustamente Robi Ronza – la strategia europea andrebbe interamente ripensata: detto questo non si può dire che la Germania non faccia la sua parte. Secondo i dati ufficiali dell’Alto commissariato per i rifugiati in Germania ci sono quasi 217mila rifugiati e oltre 226mila richiedenti asilo, più altri individui a diverso titolo, per un totale di 455mila persone ospitate. In confronto la Francia accoglie 309mila persone (252mila rifugiati e 55mila in cerca d’asilo) mentre l’Italia 140mila (93mila rifugiati e 47mila in attesa d’asilo). Il numero tedesco è più consistente sia di quello francese che di quello italiano non solo in termini assoluti, ma anche in rapporto a popolazione ed estensione territoriale, se si considera che la Germania ha 80,2 milioni di abitanti e un territorio di 357mila km² contro i 66 milioni e 675mila km² della Francia e i 60 milioni e 301mila km² dell’Italia. 

Fanno tutto questo perché sono i migliori? Certo che no. La si smetta però di considerarli, strumentalmente, i peggiori di tutti. 

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