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stepchild adoption

Genitorialità condivisa, l’escamotage per dare figli ai gay

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Tre genitori, di cui due biologici: la “coppia” è formata dal padre col suo compagno, mentre la madre c’è ma si vede un po’ meno. Il loro avvocato parla di «accordo di condivisione», ed ecco aggirato il divieto di maternità surrogata, prima in Germania e poi in Italia.

Editoriali 13_05_2026
Jadranko Marjanovic - imagoeconomica

Davvero la realtà supera la fantasia. Siamo in Germania e Karl (nome di fantasia) “sposa” Nicola (nome di fantasia), cittadino italotedesco. Karl poi fa un figlio, senza ricorrere alla provetta, con Christine (nome di fantasia), la quale, tra l’altro, ha già altri figli. La donna riconosce il bambino, ma quest’ultimo vive sin da subito e solo con il padre e con Nicola. Infine Christine acconsente che Nicola adotti il bambino (stepchild adoption o Stiefkindadoption secondo il diritto tedesco). Il bambino quindi, dal punto di vista giuridico, risulta essere figlio di Karl, di Nicola e in modo attenuato anche di Christine. Infatti in Germania, come da noi  nelle ipotesi di adozione in casi particolari ex artt. 44 e 55 legge 184/1983, il rapporto tra il minore e la famiglia di origine (in questo caso la madre biologica) non viene rescisso completamente. Nel caso di specie alcuni diritti sopravvivono  in capo alla madre, così come potrebbero sopravvivere in Italia qualora non si optasse per l’adozione piena e legittimante.

Ecco dunque che il piccolo ha tre genitori di cui due biologici: due uomini e una donna. Naturalmente la coppia omosessuale vuole che anche l’Italia riconosca che il bambino è figlio di Karl e Nicola e, in modo meno pieno, di Christine. Il comune pugliese dove la coppia ha presentato la domanda la rigetta perché c’è il fondato sospetto che dietro alla nascita del bambino ci sia la pratica della maternità surrogata, pratica vietata dal nostro ordinamento dall’ottobre del 2024 anche se svolta all’estero. La questione approda infine alla Corte di Appello di Bari che, come era prevedibile, dà ragione alla coppia. La Corte, come è successo innumerevoli volte nel passato, non doveva arrivare a questa conclusione per il semplice fatto che per il nostro ordinamento i genitori di un bambino possono essere solo di sesso differente.

Ma in questa storia potrebbe emergere anche un’altra difficoltà già intravista dall’anagrafe del comune pugliese: il bambino potrebbe essere venuto alla luce tramite una pratica occulta di maternità surrogata. Il punto è il seguente: perché ci sia maternità surrogata la gestante deve rinunciare ad ogni diritto sul bambino, in primis a rivederlo dopo la nascita. Per ipotesi potrebbero mancare un contratto, il pagamento in favore della donna di una somma di denaro e un concepimento avvenuto tramite fecondazione artificiale, ma se la donna accettasse di non vedere più il bambino questo aspetto sarebbe sufficiente per dire che siamo in presenza di una maternità surrogata.

Tornando alla nostra vicenda e in merito dunque alla rottura di qualsiasi rapporto tra la gestante e il bambino, Christine è rimasta eccome nella vita del bambino ed anche della coppia. Quando i servizi sociali hanno dovuto dare il nulla osta all’adozione del bambino in favore di Nicola hanno appurato che Christine è rimasta presente nella vita del figlio: «il minore – così scrivono gli assistenti sociali –  è in contatto con entrambe le famiglie di origine, incluso il contatto con altri due fratelli e sorelle uterini che vivono dalla madre del minore. […] Le due famiglie si fanno visita regolarmente». Il rapporto tra le famiglie viene descritto come «caloroso ed affettuoso».

Dal punto di vista formale se manca la prova di un contratto, di scambio di denaro, se il bambino è stato concepito in modo naturale e se soprattutto c’è la piena evidenza che la madre non è scomparsa dopo la nascita del bambino, è molto difficile giustificare sotto il profilo giuridico che siamo in presenza di una maternità surrogata.

Su altro fronte c’è il forte sospetto che, seppur non formalmente ma sostanzialmente, si tratti davvero di maternità surrogata, soprattutto per il fatto che il bambino sin da subito abbia vissuto con la coppia omosessuale e solo con lei e non con la madre. Inoltre perché gli altri figli di lei vivono con la madre e solo questo no? Allora nulla vieta di pensare che una coppia omosessuale abbia architettato tutto ciò per avere un “proprio” figlio. Infatti anche in Germania la maternità surrogata è vietata dalla legge. E dunque per aggirare questo divieto perché non pensare di avere un figlio in modo naturale con una donna la quale sarà stata pagata per il disturbo con la promessa che non avrebbe rivendicato in futuro nessun diritto su quel figlio? Rischioso, ma fattibile.

Si tratterebbe quindi di un comportamento in frode alla legge perché ci troveremmo in presenza, potremmo così dire, di un’adozione simulata per coprire un contratto di maternità surrogata. Un escamotage a cui hanno già fatto ricorso diverse coppie, a detta dell’avvocato Pasqua Manfredi della Rete Lenford che ha assistito la coppia gay: «Questa sentenza dimostra che, una volta esclusa la gravidanza per altri,  non può ritenersi vietato dalla legge italiana un accordo di condivisione della genitorialità tra tre persone. In Germania, dove la maternità surrogata è vietata, molti padri gay sono genitori così. Non è un reato, ma il riconoscimento di una famiglia allargata. È un precedente importante perché apre a forme di genitorialità plurale e condivisa. Un bambino può avere più figure genitoriali, se ciò risponde al suo superiore interesse e si basa su relazioni affettive autentiche, trasparenti e prive di sfruttamento».

Queste parole aprono ad uno scenario inedito e inquietante. La maternità surrogata è vietata? La chiamiamo in un altro modo: accordo di condivisione della genitorialità tra persone. Basta che la madre ogni tanto faccia capolino nella vita del piccolo e il gioco è fatto. E poi magari nel tempo la madre scomparirà completamente dalla vita della coppia e nessuno ovviamente verrà a fare domande inopportune. Formalmente non sarà maternità surrogata, ma sostanzialmente sì. Non solo quindi si aggirerebbe in modo furbo il divieto, ma oltre al danno la beffa perché si inserirebbe nel nostro ordinamento la formalizzazione di una genitorialità multipla partendo proprio dall’istituto dell’adozione in casi particolari per poi stravolgerne il significato, esattamente come è avvenuto molte volte permettendo in Italia al partner della coppia gay di adottare il figlio del compagno.

Va da sé, poi, che se il diritto riconosce la genitorialità allargata vuol dire che riconosce la famiglia allargata e quindi, per coerenza, dovrebbe riconoscere anche la poligamia e la poliandria, etero od omo che sia. Disordine chiama disordine.



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