FSSPX, non si chiami “salvezza delle anime” lo scisma
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La salus animarum è la legge suprema della Chiesa, ma essa ha senso dentro l’ordinamento canonico, non contro di esso. Un conto è riconoscere la gravità della crisi ecclesiale, un altro è porsi al di fuori della comunione ecclesiale e gerarchica, stabilita da Cristo stesso.
Vi è una forma sottile di deformazione del giudizio ecclesiale che consiste nel contrapporre la realtà al diritto, la verità alla forma canonica, la crisi della Chiesa alla struttura visibile della Chiesa stessa. È una tentazione antica: quando il male appare diffuso, quando la confusione dottrinale sembra farsi sistema, quando la disciplina ecclesiastica appare fragile o inadeguata, allora alcuni ritengono di poter dedurre dalla gravità del disordine una specie di autorizzazione superiore a sospendere, oltrepassare o neutralizzare l’ordine giuridico-sacramentale voluto dalla Chiesa. Ora, questo passaggio è precisamente il punto da contestare. Non perché si voglia negare la crisi, né perché si intenda minimizzare la confusione dottrinale, liturgica, morale e pastorale che ferisce il corpo ecclesiale, né, infine, perché si voglia indulgere a un legalismo senz’anima. Al contrario, proprio perché la crisi è grave, essa non può essere affrontata mediante atti che incidono sul principio visibile dell’unità ecclesiale. Il rimedio non può assumere la forma del male che pretende di curare. La patologia non autorizza una chirurgia praticata fuori dall’ordine del corpo.
L'ordinazione episcopale non è un atto disciplinare qualunque, né una misura organizzativa interna a un istituto religioso o sacerdotale. Essa tocca il cuore stesso della costituzione gerarchica della Chiesa, perché mediante l’episcopato si perpetua sacramentalmente la successione apostolica. Per questo il Codice di diritto canonico vigente, del 1983, stabilisce che «a nessun Vescovo è lecito consacrare un altro Vescovo, se prima non consta del mandato pontificio»; e, nel Libro VI, dispone che il Vescovo consacrante senza mandato pontificio e colui che riceve la consacrazione incorrano nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica. Chiamare tutto questo "legalismo" significa non comprendere la natura del diritto canonico. Il diritto della Chiesa, infatti, non è la burocrazia del sacro. È la forma giuridica della comunione ecclesiale, il presidio visibile dei beni invisibili, la custodia istituzionale della fede, dei sacramenti e dell’unità. Il canone non sostituisce la grazia, ma protegge l’ordine entro cui la grazia viene ecclesialmente comunicata. Ridurre, allora, la norma canonica a formalismo significa adottare, paradossalmente, proprio quella visione positivistica del diritto che si pretende di combattere: come se la legge ecclesiastica fosse un rivestimento esteriore, anziché un’espressione ordinata della natura sociale e sacramentale della Chiesa.
È vero: la salvezza delle anime è nella Chiesa la legge suprema. Tuttavia, proprio il can. 1752, che richiama tale principio, lo fa dentro l’ordinamento canonico, non contro l’ordinamento canonico. La salus animarum non è una clausola sovversiva, non è una formula magica che consenta a chiunque si ritenga custode della Tradizione di sospendere il vincolo della comunione gerarchica. Essa è il fine ultimo del diritto ecclesiale e non il suo annullamento. È la sua anima, non la sua negazione.
Anche l’invocazione dello stato di necessità richiede rigore. Il diritto canonico conosce circostanze esimenti o attenuanti, tra cui il timore grave, la necessità o il grave incomodo senza mai pervenire ad una licenza generalizzata all’autolegittimazione ecclesiale. La necessità, dunque, non è una categoria retorica e non coincide con la percezione soggettiva della crisi, né con la diagnosi complessiva, per quanto severa, dello stato della Chiesa. Essa deve essere reale, proporzionata, non evitabile per altra via e non tale da produrre un danno maggiore del male che intende scongiurare. Ora, una ordinazione episcopale senza mandato pontificio non produce soltanto un problema disciplinare, dal momento che introduce, almeno in radice, un principio alternativo di continuità apostolica: non più la successione episcopale ricevuta e riconosciuta nella comunione gerarchica, ma una successione assicurata da un soggetto che si autoproclama necessitato a provvedere alla Chiesa oltre o contro il giudizio dell’autorità suprema sebbene si neghi, apertis verbis, di voler costituire un episcopato o una gerarchia paralleli.
Qui il punto non è la maggiore o minore simpatia verso taluni ambienti tradizionali, molti dei quali non vogliono la soluzione della crisi della Chiesa, alimentandosi e autolegittimandosi in essa. Il punto è ecclesiologico: chi decide, in ultima istanza, quando la crisi della Chiesa autorizzi atti che il diritto della Chiesa considera gravemente illeciti? Chi stabilisce che la necessità è tale da oltrepassare il mandato pontificio? Chi giudica il giudice visibile dell’unità? Non basta rispondere: "la realtà". Perché la realtà ecclesiale non è soltanto la somma delle infedeltà, degli abusi, delle confusioni e delle omissioni. La realtà ecclesiale comprende anche la promessa di Cristo alla sua Chiesa, la sua indefettibilità, la costituzione gerarchica, il primato petrino, la sacramentalità dell’episcopato e il vincolo visibile della comunione. Opporre, dunque, la “realtà” della crisi alla struttura gerarchica della Chiesa significa assumere una nozione mutilata di realtà: si vede la ferita, ma si perde la forma del corpo. Alcuni sostenitori della Fraternità San Pio X ritengono che chi contesta le nuove ordinazioni senza mandato pontificio sia incapace di comprendere la tragedia in atto. Ora, questa è una falsa alternativa. Si può, anzi si deve, riconoscere la gravità della crisi ecclesiale senza per questo trasformare la denuncia del male in un principio di eccezione permanente. Si può criticare la confusione dottrinale senza autorizzare una prassi che ferisce l’unità visibile. Si può amare la Tradizione senza separarla dal principio cattolico della comunione. La Tradizione non è un deposito privatamente custodito contro la Chiesa visibile; è la vita stessa della Chiesa nella continuità della fede, dei sacramenti, del magistero e della disciplina.
Vi è poi un elemento filosoficamente insidioso nella retorica secondo cui solo pochissimi avrebbero davvero compreso la profondità del male, mentre gli altri, ignoranti o pavidi, resterebbero prigionieri del legalismo. Una simile impostazione rischia di sostituire al giudizio ecclesiale un sapere iniziatico, quasi gnostico: pochi vedrebbero la realtà, pochi avrebbero il coraggio di sopportarla, pochi sarebbero legittimati a trarne le conseguenze. Sul punto, però, non va dimenticato che il cattolicesimo non è fondato sull’autocoscienza eroica di una minoranza, bensì sulla fede ricevuta nella Chiesa, dalla Chiesa e con la Chiesa. La verità cattolica non diviene più vera perché custodita contro l’ordine visibile della comunione. Il riferimento alle consacrazioni del 1988 resta, in questo senso, inevitabile sul piano oggettivo. Papa Giovanni Paolo II (1978-2005), nel motu proprio Ecclesia Dei, qualificò quell’atto come disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa, affermando che esso implicava in pratica un rifiuto del primato romano e costituiva un atto scismatico.
Non si tratta di agitare formule sanzionatorie, né di cancellare le sofferenze spirituali di molti fedeli legati alla liturgia e alla dottrina tradizionale. Si tratta di riconoscere che la Chiesa stessa ha già indicato la natura ecclesiologica del problema: non una mera irregolarità, quanto una lesione dell’unità nel punto in cui l’unità si rende sacramentalmente e gerarchicamente visibile. Il vero realismo cattolico, pertanto, non è quello che, vedendo il disordine, conclude che ciascuno possa provvedere da sé alla continuità della Chiesa. Il vero realismo cattolico vede il male, lo nomina, lo combatte, ma non dimentica che la Chiesa non appartiene ai puri, agli indignati, ai chiaroveggenti o ai più coerenti. Appartiene a Cristo. E Cristo non ha fondato una comunità invisibile di fedeli spiritualmente selezionati, ma una Chiesa visibile, gerarchica, sacramentale, nella quale l’unità con Pietro non è un ornamento canonico, bensì una nota costitutiva della cattolicità. Per questo la salus animarum non può essere invocata contro la comunione ecclesiale, perché le anime non si salvano mediante la frattura elevata a metodo. Non si protegge la fede indebolendo il principio visibile dell’unità della fede. Non si custodisce la Tradizione trasformandola in criterio alternativo alla Chiesa che ne è il soggetto vivente. Non si difende Cristo agendo come se il suo governo sulla Chiesa fosse sospeso fino all’intervento di alcuni suoi interpreti più lucidi.
La questione, dunque, non è scegliere tra legalismo e verità, quanto rifiutare questa falsa alternativa. Il diritto senza verità degenera in formalismo; ma la verità senza comunione ecclesiale degenera in settarismo. La norma senza carità può diventare durezza; ma la necessità senza obbedienza può diventare arbitrio. La crisi della Chiesa è reale; ma altrettanto reale è la costituzione divina della Chiesa. E nessuna crisi, per quanto dolorosa, può trasformare l’eccezione invocata da una parte nel principio ordinario di una successione episcopale parallela.

