• LA MORTE DELL'ARTISTA

Fracci, bellezza perduta di una ballerina anzitutto donna

La morte di Carla Fracci evoca un tempo che pare finito. Fino agli anni Novanta il sogno di qualsiasi bambina che volesse diventare ballerina era la Scala di Milano, mentre oggi sono i talent show. E basta guardare le immagini della Fracci che interpreta “Giselle” per poi soffermarsi su qualche puntata di “Amici” per comprendere quanto sia cambiato il significato di questa professione. Fracci insegna che per danzare e servire la bellezza bisogna essere innanzitutto vere donne, mogli e madri, sconfessando la mentalità performante che mostra ballerine sempre più egocentriche e deboli.

La morte di Carla Fracci (avvenuta ieri a 84 anni a Milano), uno dei grandi simboli della danza classica, evoca un tempo che pare quasi finito. Fino agli anni Novanta, infatti, il sogno di qualsiasi bambina che volesse intraprendere la carriera di ballerina era la Scala di Milano o l’Opera di Roma o il Royal Ballet di Londra, mentre oggi sono i talent show. E basta guardare le immagini della Fracci che pare vincere la forza di gravità interpretando “Giselle” per poi soffermarsi su qualche puntata di “Amici” per comprendere quanto è cambiato il significato di questa professione in soli 20 anni.

La Fracci è l’icona di una femminilità piena di dedizione, ché per arrivare al suo livello non basta il genio (“lo studio è la parte più importante di questo lavoro... sotto la guida di maestri giusti”, ammise), e di spirito di sacrificio necessari a servire la bellezza di un’arte, dentro un'armonia di gruppo, quello del balletto. Perché se la prima ballerina è fondamentale per la compagnia con cui si danza è anche vero che senza quest’ultima la prima non potrebbe esprimere la stessa meravigliosa armonia. Fu Fracci stessa ad affermarlo: quando infatti da bimba fu mandata alla Scala inizialmente la visse come un carcere, finché non vide, all’età di 12 anni, Margot Fonteyn, ballerina inglese, esibirsi nel balletto “La Bella Addormentata”. Il fascino che trasmetteva era tale che, spiegò parecchi anni dopo all’Espresso, “questo episodio è stato il sole, la luce che mi è apparsa. In quell’istante ho capito anche l’importanza di studiare e impegnarmi con sacrificio”. Durante la pausa, infatti, Fonteyn fu corretta dal coreografo per la posizione in cui teneva il mignolo del piede.

Ma sebbene Fracci rappresenti il volto di una femminilità che pare perduta, a guardarla il desiderio di essere pienamente donne non può che essere ridestato. La sua grazia, il pudore, la sua delicatezza piena di forza e nobiltà, contrastano con l’aggressività, la sfrontatezza e la debolezza d’animo che spesso prevalgono nelle ballerine dei talent show. Per non parlare della capacità di contegno e dell’eleganza opposti alle esplosioni di pianti e rabbia di fronte alle telecamere di “Amici” che mettono in mostra senza riserbo di sé i propri sentimenti (spesso di disagio e inferiorità).

L’autocontrollo e la disciplina di vita di ballerine come la Fracci parlano poi di donne capaci di accogliere dentro di sé eventi e persone e di portarne il peso insieme alle gioie, mentre sarebbe difficile sentire oggi una delle giovani di Maria de Filippi parlare come lei, che di suo marito disse: “Come donna ho avuto la fortuna di incontrare un uomo di teatro, di grande sensibilità e genialità. Beppe mi è stato accanto nella mia carriera, nei viaggi che facevo per lavoro. Durante le mie tournée all’estero, mi portava sempre anche mio figlio. Tutto questo calore familiare ha contribuito al mio successo”. Dunque il matrimonio e la maternità erano concepite da questa artista, anziché come un impedimento alla propria espressività, come l’aiuto a renderla la femmina affascinate che era. Perciò chiamava il figlio Francesco il successo più grande della sua vita affermando che “sono soprattutto una donna e una madre” e solo poi “la ballerina” che era.

Parole che oggi paiono quasi ossimori per chi si getta a capofitto in quella che concepisce come una carriera necessaria ad auto-affermarsi e dove l’educazione dei maestri è prevalentemente una spinta a prevalere su altri (come dicono i continui confronti, voti e gare fra i ballerini dei talent). Tanto che i balletti non vengono chiamati tali, ma piuttosto definiti performance o coreografie e dove il gruppo è quasi inesistente mentre l’individuo deve primeggiare ad ogni costo per dimostrare il suo valore.

C’era infine nella Fracci una concezione del lavoro e della danza come di un contributo, tanto che voleva “far conoscere” quella che chiamava “la bellezza di quest’arte”.  Un servizio, tanto che, ammise sull’Espresso, tra le mie più grandi soddisfazioni, infatti, non c’è solo quella di aver danzato nei più grandi teatri del mondo, ma anche di aver portato il balletto nei posti più remoti, nelle periferie”, dove non esistevano telecamere a riprenderla. Perché la sua era appunto un’arte e non uno spettacolo senza criteri.

A ricordare che se è vero che non basta il genio, non basta neppure il duro esercizio per fare di una giovane una vera donna e quindi una vera ballerina. Come confessò sempre alla rivista: “Io porto sul palcoscenico il mio essere donna”, la cui caratteristica era per lei “la purezza” dell’anima.

Dona Ora