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Farmaci anticovid, quando cure e novax sono utili

Le chiamano già miracolisticamente "pillole", ma altro non sono che farmaci in corso di sperimentazione per fermare il covid e curare. Merck e Pfizer sono in vantaggio, ma non sostituiranno il vaccino. Però per testarne l'efficacia è stato abbattuto il tabù delle terapie precoci domiciliari e si sono coinvolti pazienti novax. I risultati? Incoraggianti, anche se il campione è ridotto e la percentuale di ricoveri al 50%. 

«Non c’è cura». Questa è la frase, grave come una sentenza, che per un anno e mezzo di epidemia ci siamo sentiti ripetere. Abbiamo assistito, da parte degli organi governativi, alla bocciatura sistematica di ogni prodotto utilizzato per la cura della malattia sa Covid, sia che si trattasse di farmaci noti da anni come cortisone o idrossiclorochina, sia che si trattasse di nuove innovative scoperte come Endovirstop.

Sembrava che nulla potesse fermare la marcia inesorabile del virus, e che l’unico modo di “uscirne”, secondo la retorica corrente sui media fosse la prevenzione vaccinale. Ora, tuttavia si parla finalmente di cure possibili, domiciliari per di più, ovvero di farmaci. Anzi, con una sincronia e uniformità impressionanti, i media di regime utilizzano un altro termine: la “pillola”.

Così come il vaccino è sempre definito erroneamente “siero”, cosa che non è affatto, probabilmente perché “siero” è un termine più intrigante, evocativo, con un’aura quasi magica, così la parola “pillola” ha tutta una sua valenza propagandistica. Richiama alla “pillola” per eccellenza, ovvero quella anticoncezionale, foriera nel passato di pseudo felicità liberando l’attività sessuale dai rischi della gravidanza. La “pillola per il Covid” sarebbe il prodotto altrettanto magico che libererebbe dalla paura, dal terrore diffuso da tempo con esiti devastanti della morte da Covid, quella morte che peraltro si verifica in meno del 3% dei malati. Con la pillola si guarisce. Lo garantiscono i due colossi dell’industria farmaceutica che sono pronti a immettere sul mercato questi farmaci (chiamiamoli col loro nome): la Merck e la Pfizer (quest’ultima non nuova alle “pillole magiche”, come il Viagra).

Ma andiamo a capire di più di cosa si tratta. Cominciamo dal prodotto della Merck, che è il primo ad avere ricevuto l’autorizzazione all’uso in Gran Bretagna. In America il prodotto ha già ricevuto l’entusiastica approvazione di Anthony Fauci, uno dei principali guru dell’apparato pandemico. Si chiama Molnupiravir, ed è un antivirale. Agisce interferendo con la capacità del virus di replicarsi. È progettata per introdurre errori nel codice genetico del virus, impedendone la duplicazione e riducendo quindi il rischio di provocare gravi danni all’organismo.

L’Agenzia regolatrice inglese dei farmaci fa notare che il farmaco è più efficace quando viene somministrato nelle prime fasi dell’infezione. Una scoperta stupefacente. Ironia a parte, la Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (MHRA), raccomanda di usarlo il prima possibile dopo un test positivo per Covid ed entro cinque giorni dalla comparsa dei sintomi. Ci si augura che questa indicazione metta la parola fine ai temporaggiamenti nocivi dei protocolli in stile Roberto Speranza.

Il prodotto in Inghilterra verrà somministrato prioritariamente ai pazienti anziani e a quelli con particolari fragilità, che come è ormai stranoto sono quelli con più probabilità di sviluppare la malattia in forma grave. Il farmaco sarà inizialmente somministrato ai pazienti attraverso uno studio nazionale gestito dal National Health Service (NHS), trattandosi di un prodotto ancora in fase sperimentale. Il costo della cura (quattro compresse al giorno per cinque giorni) è di 700 dollari.

Per quanto riguarda l’efficacia, lo studio clinico di fase 3 (che precede immediatamente la commercializzazione) condotto su 775 pazienti (un numero per la verità non molto elevato) secondo l’azienda produttrice ha mostrato di ridurre del 50 per cento il rischio di ospedalizzazione e morte in pazienti adulti con Covid lieve o moderato ma a rischio di malattia grave per comorbilità. Da notare che i soggetti utilizzati per i test erano non vaccinati. Ovvero: quando il tanto deprecato novax torna utile alla ricerca.

E, a proposito di vaccino: la seconda “pillola” anti Covid uscirà dagli stabilimenti della Pfizer. Potrebbe sembrare strano che l’azienda che detiene ormai la stragrande maggioranza delle quote del mercato delle vaccinazioni si metta a produrre anche un farmaco, ma non è affatto strano. Il farmaco andrebbe ad integrare la strategia con cui affrontare l’epidemia, che continuerà a prevedere le vaccinazioni, almeno fino a completare le terze dosi, e comunque fino a tutto il 2022.

E dopo? Dopo si faranno i conti con questo grande esperimento che secondo la stessa azienda si concluderà non prima del 2023. A quel punto si saprà l’efficacia e la sicurezza di questo vaccino, e in caso di risultati non soddisfacenti, sarà ormai pronta l’alternativa, ovvero il Paxlovid, la “pillola” che potrebbe mettere la parola fine alla saga del Covid.

Così almeno ritiene Albert Bourla, Presidente e Amministratore Delegato di Pfizer, secondo il quale  «il nostro candidato antivirale orale, se approvato o autorizzato dagli organismi regolatori, potrebbe salvare vite umane, ridurre la gravità delle infezioni e limitare il numero di ricoveri e ospedalizzazioni».  Un vero prodigio, un obiettivo fino ad oggi notoriamente irraggiungibile. 

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