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La discesa in campo

Europee, Meloni vuole stravincere per "eliminare" Salvini

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La decisione di Giorgia Meloni di candidarsi per le prossime europee pare dettata, secondo più analisti, dalla volontà di sottrarre voti alla Lega, in vista di un rimpasto in Italia. Ma la vittoria nel breve rischia, alla lunga, di divenire un boomerang.

Politica 30_04_2024
Giorgia Meloni (LaPresse)

Guardando all’indietro negli ultimi anni, non mancano esempi di presidenti del Consiglio che, un po’ presi da delirio di onnipotenza, hanno tentato di personalizzare le elezioni per rafforzare la loro leadership. Lo ha fatto spesso Silvio Berlusconi, ma aveva carisma da vendere e un potere mediatico in grado di incidere anche sulla volontà elettorale. Lo ha fatto Matteo Renzi, con risultati altalenanti: un exploit alle europee del 2014 (40.8% dei voti, il massimo storico per il Pd) ma una caduta rovinosa al referendum del dicembre 2016, con la bocciatura popolare del suo progetto di riforma costituzionale. Sia con Berlusconi che con Renzi si disse che il popolo aveva votato in quel modo per premiarli o per punirli, a seconda della temperie storica. In altre parole, quando un capo di governo prova a personalizzare la sfida elettorale può andargli benissimo e può andargli malissimo.

Domenica, alla convention del suo partito a Pescara, Giorgia Meloni ha fatto una scelta simile: pur sapendo che non avrebbe il tempo di frequentare il Parlamento europeo, ha deciso di scendere in campo e di guidare le sue liste in tutte le cinque circoscrizioni. L’8 e il 9 giugno gli elettori di Fratelli d’Italia potranno votare anche per lei. Una scelta discutibile da molti punti di vista, ma anche comprensibile se si pensa ai veri obiettivi perseguiti dal premier.

Meloni segue quindi la stessa strada di Antonio Tajani (Forza Italia) ed Elly Schlein (Pd), che da tempo hanno annunciato la loro candidatura per un seggio a Strasburgo. Neppure loro faranno i parlamentari europei, pur avendo la certezza di essere eletti; tuttavia fanno campagna elettorale in prima persona per cercare di galvanizzare la loro base elettorale e attrarre un po’ di voti verso i loro partiti. Meloni non è solo il segretario del suo partito ma è anche e soprattutto il presidente del Consiglio e quindi guida una coalizione uscita vincente dalle elezioni politiche ma ora divisa alle urne perché si vota con il sistema proporzionale e ogni partito va per conto suo. Una scelta, quindi, divisiva, perché Tajani e Meloni dovranno in qualche modo differenziarsi tra loro nei messaggi elettorali, il che potrebbe creare frizioni. E potrebbe crearne di più profonde con Matteo Salvini, che non si candida in prima persona ma viene dato in forte ribasso nei sondaggi.

Diciamo che gli analisti politici sono abbastanza concordi nel ritenere che uno dei principali moventi della discesa in campo della Meloni è proprio il desiderio di quest’ultima di azzoppare definitivamente il Capitano, drenando altri voti dal serbatoio della Lega per poi costringerlo alla capitolazione dopo le europee. Capitolazione può significare che la Lega accelera il ricambio interno e decide di puntare su un altro leader ma può soprattutto significare che si fa un rimpasto e la Lega deve rinunciare ad alcune delle poltrone che ha ora. Insomma, un ribilanciamento in favore di Fratelli d’Italia, con un ulteriore ridimensionamento degli alleati.

Giorgia Meloni punta quindi a personalizzare la sfida elettorale, con la consapevolezza di essere, almeno per ora, più attrattiva di Tajani e Salvini e quindi in grado di far aumentare il vantaggio del suo partito sugli altri partiti alleati. Questo dovrebbe poi facilitarle il compito di consolidarsi al potere, condurre in porto la riforma del premierato e avere anche maggiore autorevolezza in Europa.

Ma questo suo disegno egemonico, che appare legittimato dalla forza dei numeri, si scontra con alcune incognite, in primis l’evoluzione dello scenario europeo. L’esito delle urne dell’8 e 9 giugno potrà certamente avere dei riflessi favorevoli a Fratelli d’Italia sul piano interno, ma rischia di non delineare una netta maggioranza in favore di popolari e conservatori, come il premier italiano auspica. E questo potrebbe comunque frenarne l’azione, tanto più con riferimento al nuovo Patto di stabilità, che impone sacrifici enormi a un Paese straindebitato come il nostro. È presto quindi per cantar vittoria e la Meloni farebbe bene a non strafare anche nei comizi, quando ostenta sicurezza e pieno dominio della situazione.

E poi che senso ha chiedere agli elettori di chiamarla per nome e, soprattutto, di scrivere sulla scheda elettorale solo il suo nome di battesimo? Sembra un’ingenuità imperdonabile, tanto più che nella sua lista potrebbero esserci altre Giorgia e dunque lo spoglio delle schede potrebbe essere accompagnato da una pioggia di ricorsi. È quanto sostengono peraltro alcuni autorevoli giuristi, che reputano una forzatura delle norme l’appello del premier agli elettori affinché scrivano il suo nome Giorgia sulla scheda. Secondo il costituzionalista Gaetano Azzariti, intervistato da Repubblica, «siamo di fronte a un’evidente forzatura della legge elettorale che parla chiaro: solo il cognome, nome e cognome, se due cognomi anche uno solo dei due, e se c’è confusione tra omonimi la data di nascita». Azzariti ha poi aggiunto: «E se c’è un’altra Giorgia che fanno? Saranno costretta a eliminarla? Vietate tutte le Giorgia dentro Fdi?».

Parimenti non va trascurata l’altra frase un po’ ingenua che la Meloni ha pronunciato domenica a Pescara, cioè l’impegno a non sottrarre neppure un minuto del suo tempo agli impegni governativi durante la campagna elettorale. Quindi gli altri candidati, i “comuni mortali”, devono battere in lungo e in largo i territori delle ampie circoscrizioni, incontrare i potenziali elettori, illustrare i programmi per l’Europa e tentare di essere eletti. Giorgia Meloni certamente verrà eletta in Europa e certamente si dimetterà dopo essere stata eletta. Non farà neppure un secondo di campagna elettorale ufficiale perché giustamente deve governare il Paese e non fare la parlamentare europea. Ma allora che senso ha tutto questo? Si evidenzia la palese attitudine della Meloni a personalizzare la battaglia elettorale per fare bottino pieno alle europee e dettare le regole in Italia anche ai suoi alleati. Cannibalizzare la coalizione le porterà bene? Stravincere le servirà per rafforzare il suo potere? Nell’immediato forse sì, ma alla lunga non è detto. Le leadership si consumano rapidamente nell’era multimediale e insistere troppo sul fattore personale potrebbe non essere una buona idea.