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INTERVISTA/ Gergely Szilvay

«Ecco come Bruxelles cerca di pilotare le elezioni in Ungheria»

Gergely Szilvay, scrittore e analista politico del giornale conservatore Mandiner, analizza la scelta politica ungherese, in vista del voto del prossimo 12 aprile. Non si tratta solo di scegliere per Orban o per il suo rivale Magyar, ma fra due sistemi: un'Europa di nazioni o un'Unione sempre più stretta, a cui l'Ungheria di Orban, sinora, ha cercato di resistere. 

Esteri 03_02_2026
Parlamento ungherese (AP)

Fino a che punto Bruxelles può influenzare un voto nazionale, direttamente o indirettamente? Mentre l’Ungheria si avvicina alle elezioni parlamentari del 12 aprile, questa domanda ha acquisito una nuova urgenza, soprattutto dopo le elezioni polacche del 2023, quando il ritorno al potere di Donald Tusk è stato seguito dal rapido sblocco dei fondi europei precedentemente congelati per presunte violazioni dello Stato di diritto.

Per i critici dell’attuale modello di governance dei vertici dell’Unione europea, la sequenza polacca ha sollevato interrogativi sull’uso di strumenti finanziari, giuridici e giudiziari non solo come meccanismi regolatori, ma come vere e proprie leve in grado di ridefinire gli equilibri politici interni. Con miliardi di euro ancora bloccati a Budapest e Péter Magyar sempre più presentato all’estero come un’alternativa “moderata” e compatibile con Bruxelles al primo ministro Viktor Orbán, molti si chiedono se l’Ungheria possa trovarsi di fronte a una prova simile.

Per analizzare queste dinamiche e il modo in cui sono percepite all’interno del Paese, La Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato Gergely Szilvay, scrittore e analista politico di Mandiner, una delle principali testate conservatrici ungheresi. In questa intervista, Szilvay offre la sua lettura del ruolo svolto da Bruxelles nel clima politico ungherese, delle lezioni tratte dal precedente polacco e delle poste in gioco del voto di aprile per il futuro dell’Ungheria all’interno dell’UE.

Da diversi anni Bruxelles ha congelato una parte significativa dei fondi Ue destinati all’Ungheria, citando preoccupazioni sullo Stato di diritto. In che misura queste decisioni possono essere percepite come una forma di ingerenza politica in grado di influenzare le elezioni di aprile?
È assolutamente chiaro che si tratta di uno strumento politico volto a estromettere Viktor Orbán. Entro i primi mesi del 2026, il valore dei fondi sospesi ammonterà a circa 17 miliardi di euro. Di questi, circa 7,4 miliardi provengono dai fondi di coesione e 9,7 miliardi dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza post-Covid. Si tratta di una somma enorme, anche se va ricordato che i fondi europei rappresentano solo circa il 3% del Pil ungherese. Non si tratta semplicemente di “denaro europeo mancante”. Questi pagamenti non dovrebbero essere arbitrariamente collegati a obiettivi politici, eppure l’UE li vincola sempre più spesso a nuovi obiettivi politici di fatto inventati. L’uso dei fondi congelati come strumento di pressione politica è evidente ogni volta che il governo Orbán raggiunge un accordo con l’Ue su una questione specifica – come il programma Erasmus – e soddisfa le condizioni richieste, salvo vedersi imporre nuovi obblighi immediatamente dopo.

Molti osservatori sono rimasti colpiti da quanto accaduto in Polonia nel 2023: i fondi Ue congelati sotto il governo conservatore sono stati rapidamente sbloccati dopo l’elezione di Donald Tusk, considerato un candidato "socialdemocratico" gradito a Bruxelles. Questo precedente pesa oggi sul dibattito politico ungherese?
I fondi europei sono stati sbloccati quasi immediatamente dopo l’insediamento di Donald Tusk, ancora prima che la Polonia avesse tecnicamente soddisfatto le richieste dell’Ue. Questo dimostra chiaramente che il processo è interamente motivato politicamente e rientra in un conflitto più ampio tra la visione liberal-federalista delle élite europee e quella di Viktor Orbán – e dei suoi alleati – fondata su una confederazione decentralizzata. Questo precedente ha reso le cose molto più chiare in Ungheria ed è entrato nel dibattito politico, anche se non è il tema dominante. È altrettanto chiaro che ciò che sta accadendo oggi in Polonia – il Justizmord, ossia la cattura politica del sistema giudiziario – rappresenta il modello che verrebbe applicato all’Ungheria in caso di vittoria dell’opposizione. Il modo in cui l’Ue tratta Viktor Orbán invia un messaggio a tutti: non osate percorrere strade politiche alternative. Le élite europee percepiscono le alternative conservatrici di successo come una minaccia esistenziale.

Péter Magyar viene spesso presentato come una sorta di Emmanuel Macron o Donald Tusk ungherese: un candidato che si definisce “né di destra né di sinistra”, pur provenendo dall’establishment di Fidesz. Pur avendo sostenuto apertamente Kamala Harris alle ultime elezioni americane ed essendo favorito dalla sinistra ungherese, alcuni sostengono che abbia una solida sensibilità conservatrice. A suo avviso, Magyar rappresenta una reale rottura politica o piuttosto una continuità più accettabile per Bruxelles?
Il modo in cui i media occidentali tradizionali presentano Péter Magyar è – nella migliore delle ipotesi – sorprendente. Magyar non ha alcuna reale esperienza politica. Il suo background può anche essere conservatore, ma la sua strategia consiste nell’evitare qualsiasi presa di posizione su questioni sostanziali, perché ciò metterebbe a rischio l’elettorato fragile che lo sostiene. Politicamente, è un buco nero. Di fatto, si rivolge agli elettori di sinistra, e i cosiddetti “esperti” che lo circondano appartengono alle stesse cerchie tecnocratiche di sinistra che hanno accompagnato ogni governo progressista dal 1990. Alcuni dei suoi collaboratori inesperti sono stati straordinariamente ingenui. Nel settembre scorso, ad esempio, il vicepresidente del partito Tisza, Zoltán Tarr, è stato ripreso mentre affermava: «Non vi dirò tutto, perché altrimenti falliremo… Di questo non possiamo parlare ora. Può restare tra noi e, se verrà fuori, lo spiegherò… Ci sono molte cose di cui non possiamo parlare. Prima bisogna vincere le elezioni, poi tutto è possibile».

Si dice spesso che Budapest sia più favorevole a Péter Magyar, mentre Viktor Orbán resta fortemente sostenuto nel resto del Paese. Questa frattura territoriale e sociologica può essere decisiva? E come percepiscono gli ungheresi il ruolo dell’Ue in questo contesto?
Questa divisione riflette una tendenza diffusa in gran parte del mondo occidentale: le grandi città tendono a essere più liberali, mentre le aree rurali più conservatrici. Detto questo, il 30–40% di Budapest continua a sostenere Viktor Orbán, un dato importante perché gli ungheresi votano sia per i deputati nei collegi uninominali sia per le liste nazionali. Il sistema elettorale ungherese è misto. Questo sistema, introdotto dal governo Orbán, viene spesso accusato di favorire il vincitore. In parte è vero, ma molto meno rispetto ai sistemi “winner takes all” come quelli degli Stati Uniti o del Regno Unito. Se l’Ungheria adottasse esclusivamente collegi uninominali, Orbán controllerebbe l’86% dei seggi parlamentari, non solo una maggioranza dei due terzi. Le accuse di un sistema “truccato” ignorano inoltre che, nel 2010, sotto il vecchio sistema ritenuto più equilibrato, Orbán vinse il 98% dei collegi quando era ancora all’opposizione. Anche le accuse di repressione mediatica sono infondate. Internet e la televisione sono presenti praticamente ovunque; i portali di sinistra sono tra i più letti e l’accesso ai media critici è diffuso sia nelle città che nelle campagne. Non esiste una repressione dell’informazione: gli ungheresi sono ben informati.

Concretamente, cosa significherebbe per l’Ungheria una vittoria di Péter Magyar? Dovremmo aspettarci uno sblocco rapido dei fondi Ue, e a quale prezzo politico? E cosa comporterebbe invece una nuova vittoria di Viktor Orbán?
Una vittoria di Péter Magyar porterebbe probabilmente a uno sblocco rapido dei fondi europei, ma a un costo politico elevato. Egli si allineerebbe a tutte le politiche della Commissione europea e del Partito Popolare Europeo, di cui fa parte. C’è poi la questione della sua immunità parlamentare. Dopo un episodio avvenuto a Budapest nel giugno 2024 – quando fu escluso da un locale e successivamente gettò nel Danubio il telefono di una persona che lo stava filmando – il suo comportamento potrebbe configurare un reato. Questo offre al Ppe un potenziale strumento di pressione. Magyar ha già dichiarato che l’Ungheria dovrebbe rinunciare a parte della propria sovranità. Ha partecipato raramente ai lavori del Parlamento europeo, fatta eccezione per il voto sul Mercosur, pur percependo lo stipendio da eurodeputato. Ha iniziato la sua carriera politica registrando segretamente la moglie, allora ministra della Giustizia Judit Varga, la cui testimonianza suggerisce tratti aggressivi e narcisistici. Ha detto di non voler fare politica, poi l’ha fatta. Ha detto che non avrebbe accettato il seggio europeo, poi lo ha accettato. Si è dichiarato contrario alle immunità, poi si è rifugiato dietro di esse. Appare chiaramente inaffidabile. Una vittoria di Orbán – che ritengo l’esito più probabile – significherebbe continuità: rapporti conflittuali con l’UE, ma stabilità economica, tassazione più bassa, forti politiche familiari, protezione statale e un modello distintivo di “Orbánomics”, una sorta di terza via. Implicherebbe anche la prosecuzione della cooperazione con le Chiese cristiane e di una politica sociale conservatrice attiva. Nonostante il famigerato discorso sull’“illiberalismo”, l’approccio di Orbán si inserisce nella tradizione nazional-liberale indipendentista di matrice protestante del XIX secolo. Viktor Orbán lavora inoltre per l’integrazione dei Balcani nell’Ue. Né lui né il popolo ungherese vogliono uscire dall’Unione: vogliono riformarla. E se il gruppo dei Patriots continuerà a rafforzarsi, potrebbe un giorno contribuire a cambiare la direzione dell’Europa